Antiracket, eroi e zone d’ombra: le carte che incrinano la narrazione dei simboli dell’antimafia foggiana


L’antimafia italiana ha spesso bisogno di simboli. Imprenditori che denunciano, familiari delle vittime, associazioni, testimoni capaci di incarnare una linea netta tra il bene e il male. Una necessità comprensibile, soprattutto in territori nei quali la paura e l’omertà hanno consentito ai clan di prosperare per decenni.

Il problema nasce quando la costruzione del simbolo precede l’accertamento completo dei fatti. Quando la figura pubblica diventa intoccabile e ogni elemento discordante viene percepito come un attacco all’antimafia anziché come una domanda legittima. Le carte giudiziarie sulla mafia foggiana raccontano invece una realtà meno lineare, fatta di rapporti ambigui, interlocuzioni con pregiudicati, ricostruzioni contrastanti e narrazioni pubbliche che non sempre coincidono con quanto emerge dagli atti.

È il caso degli imprenditori Alessandro Zito e Lazzaro D’Auria, oggi indicati tra le figure di riferimento dell’associazione antiracket Fratelli Luciani di Foggia. Entrambi hanno denunciato pressioni e intimidazioni attribuite alla criminalità organizzata. Ma nei verbali del collaboratore di giustizia Giuseppe Francavilla, detto Pino Capellone, ex uomo di vertice del clan Sinesi-Francavilla della “Società foggiana” compaiono episodi che aprono interrogativi sulle modalità attraverso le quali i due avrebbero cercato di gestire alcune situazioni.

Sono dichiarazioni accusatorie ancora da valutare nei singoli contesti, non sentenze. Non autorizzano a capovolgere automaticamente il ruolo di vittima in quello di complice. Rendono però insufficiente la rappresentazione esclusivamente celebrativa.

D’Auria e la richiesta per i container di Borgo Incoronata

Il pubblico ministero interrogò Francavilla su un attentato contro alcuni container presenti a Borgo Incoronata. Il collaboratore sostenne che D’Auria, attraverso un intermediario di cognome Valentini, avrebbe chiesto al gruppo criminale di liberare alcuni terreni occupati da persone che vivevano proprio all’interno dei container.

Secondo il racconto del pentito, Valentini era un uomo vicino al boss Rocco Moretti e successivamente si sarebbe tolto la vita. Francavilla riferì che D’Auria avrebbe fatto arrivare, attraverso quell’intermediario, la richiesta di sgomberare i terreni.

Lo stralcio non chiarisce chi avrebbe materialmente compiuto l’attentato, quali danni fossero stati provocati e se fosse previsto un compenso. Non consente dunque di affermare responsabilità penali in capo all’imprenditore. Resta però il dato centrale della dichiarazione: un imprenditore poi divenuto protagonista dell’antiracket avrebbe cercato, secondo un collaboratore di giustizia, un canale con ambienti criminali per risolvere una controversia privata.

Un’eventuale interlocuzione di questo tipo sarebbe incompatibile con l’immagine cristallina generalmente associata a chi rappresenta pubblicamente la lotta al racket. Ed è proprio questa contraddizione a meritare un chiarimento.

Zito, l’incontro con Francavilla e il presunto intervento su Rodolfo Bruno

Anche Alessandro Zito compare nei verbali di Pino Capellone. Il collaboratore lo descrisse come titolare di una rivendita di materiale edile sulle “Tre corsie” di Foggia, dalla quale alcune persone avrebbero dovuto acquistare del parquet.

Francavilla raccontò che un dipendente dell’impresa gli avrebbe riferito della volontà di Zito di parlargli. Durante l’incontro, l’imprenditore gli avrebbe segnalato la visita di Rodolfo Bruno, interessato a sapere chi garantisse la sua protezione.

A quel punto Francavilla, stando alla propria versione, avrebbe assicurato che avrebbe parlato con Bruno. Quest’ultimo lo avrebbe poi rassicurato sul fatto che non avrebbe intrapreso altre iniziative. In seguito, mentre Francavilla si trovava in carcere, contro l’attività di Zito sarebbe stata collocata una bomba.

Il pentito aggiunse che l’imprenditore lo aveva denunciato, sostenendo che il gruppo volesse imporgli un’estorsione collegata alla fornitura del parquet.

Anche in questo caso il quadro non è univoco. Zito denunciò e dalle sue accuse scaturì un’indagine rilevante. Ma la versione di Francavilla descrive contemporaneamente un incontro diretto e una richiesta d’intervento rivolta a un soggetto già inserito negli ambienti criminali.

Non è una prova di collusione. È però una circostanza che, se riscontrata, descriverebbe un rapporto più complesso della semplice contrapposizione tra imprenditore isolato e clan.

La memoria difensiva dell’avvocato Vaira

Ulteriori elementi emergono dalla memoria depositata nel gennaio 2021 dall’avvocato Michele Vaira, difensore della compagna di Pino Francavilla, all’epoca indagata – e poi archiviata – in un procedimento nato proprio dalle denunce di Zito.

La memoria è un atto di parte e le sue valutazioni non possono essere confuse con conclusioni giudiziarie. Il documento ricostruisce tuttavia la genesi dell’indagine e riporta alcuni aspetti della denuncia dell’imprenditore.

Secondo la difesa, Zito aveva dichiarato che fino al 2012 non aveva avuto problemi con la criminalità; avrebbe ricevuto una busta con proiettili non denunciata immediatamente e poi conservata, due lettere estorsive che non aveva conservato, telefonate anonime senza successivi incontri e un foglio minatorio lasciato sull’auto, anch’esso non conservato. Nella sua denuncia aveva inoltre riferito che personaggi da lui ritenuti appartenenti ad ambienti criminali avevano acquistato regolarmente materiale dalla sua impresa senza avanzare pretese.

La difesa contestava duramente la credibilità della ricostruzione e sosteneva che la chiusura dell’attività fosse collegata soprattutto a una grave crisi economica. Nel documento sono citati decreti ingiuntivi, procedure esecutive e la richiesta di accesso ai benefici previsti per le vittime di racket e usura. Si tratta, è bene ribadirlo, della tesi dell’avvocato della persona sottoposta a indagine, non di un accertamento definitivo contro Zito.

La memoria chiedeva l’archiviazione per la donna e sollecitava persino la trasmissione degli atti alla procura competente per valutare eventuali reati ravvisabili nelle dichiarazioni dell’imprenditore. Questa ultima richiesta non equivale alla constatazione che Zito avesse commesso reati.

L’archiviazione e ciò che realmente stabilì la magistratura

Nel gennaio 2023 il pubblico ministero chiese l’archiviazione nei confronti della compagna dell’ex boss, rilevando che le indagini non avevano consentito di raccogliere elementi sufficienti per sostenere utilmente l’accusa.

Nel provvedimento si dà atto che l’ipotesi investigativa derivava dalle dichiarazioni rese da Zito, il quale aveva descritto una condotta aggressiva finalizzata a ottenere una transazione e la riduzione di una somma dovuta, con il presunto coinvolgimento di esponenti delle batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino-Lanza.

La procura precisò però che non era stato possibile ricostruire compiutamente la dinamica e il ruolo dei diversi soggetti. Quanto alla donna, intercettazioni e interrogatorio non avevano fornito prova sufficiente di un suo coinvolgimento nel delitto ipotizzato.

Il giudice dispose quindi l’archiviazione. Nel decreto viene richiamato anche l’intervento di Giuseppe Francavilla, descritto come soggetto autoproclamatosi protettore di Zito e interessato a ottenere la lista dei debitori dell’imprenditore. Il giudice rilevò però l’assenza di indicatori certi di una preventiva concertazione con la compagna e concluse che non esistevano elementi idonei a fondare una ragionevole previsione di condanna nei suoi confronti.

Questo passaggio è decisivo. L’archiviazione non certificò la falsità complessiva delle denunce di Zito, ma sancì l’insufficienza della prova rispetto alla posizione delle persone indagate in quel procedimento. Al tempo stesso, gli atti mostrano come la vicenda fosse attraversata da rapporti e interventi criminali assai meno semplici della narrazione pubblica.

Collaboratori di giustizia: non oracoli, ma neppure voci da ignorare

Si può obiettare che Giuseppe Francavilla è un ex mafioso, responsabile egli stesso di gravi reati, e che le sue parole vadano valutate con estrema cautela. È vero. Nessun collaboratore di giustizia deve essere considerato infallibile e ogni dichiarazione necessita di riscontri esterni.

Ma sarebbe altrettanto scorretto liquidare quelle dichiarazioni soltanto perché provenienti da un pentito. I collaboratori ammessi ai programmi di protezione vengono sottoposti a valutazioni giudiziarie e le loro ricostruzioni sono utilizzate nei procedimenti solo dopo verifiche e comparazioni. Le parole di Francavilla, così come quelle di altri collaboratori, stanno alimentando inchieste e processi contro i maggiori gruppi della mafia foggiana.

In diversi procedimenti le dichiarazioni dei pentiti hanno contribuito a ricostruzioni accusatorie sfociate in condanne pesanti. Questo non significa che ogni loro affermazione sia vera per definizione. Significa, però, che non è possibile accettarne l’attendibilità quando accusano i mafiosi e negarla automaticamente quando sfiorano figure pubblicamente celebrate dall’antimafia. La credibilità non può essere selettiva.

L’associazione Fratelli Luciani e un’intitolazione mai davvero spiegata

La questione diventa ancora più delicata perché Zito e D’Auria sono divenuti componenti di primo piano dell’associazione antiracket intitolata ad Aurelio e Luigi Luciani, uccisi nella strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017.

L’intitolazione ha sempre avuto una forte potenza simbolica: i due agricoltori sono stati rappresentati come vittime innocenti, incappate per caso nel commando che aveva come obiettivo il boss Mario Luciano Romito.

Resta però poco chiaro il legame specifico tra i fratelli Luciani e la lotta al racket. I due non risultano ricordati per denunce di estorsioni, iniziative antiracket o un impegno associativo contro il pizzo. L’associazione sembra averne adottato soprattutto il valore simbolico di vittime della violenza mafiosa. Anche quella ricostruzione, tuttavia, è stata messa in discussione da dichiarazioni recenti.

Le rivelazioni sulla strage di San Marco in Lamis

Il collaboratore di giustizia Matteo Pettinicchio, proveniente dal clan Li Bergolis, ha riferito quanto appreso dal boss Enzo Miucci sulla strage. Secondo il suo racconto, i fratelli Luciani non si sarebbero trovati casualmente sulla strada.

Poco prima dell’agguato avrebbero fatto segno a Romito di seguirli verso la loro campagna, dove sarebbe stato programmato un incontro con esponenti foggiani e in particolare con Rocco Moretti. Dopo la ripartenza, il commando avrebbe aperto il fuoco contro il Maggiolone di Romito e contro il Fiorino dei Luciani.

Un altro collaboratore, Andrea Romano, avrebbe riferito quanto appreso da Emiliano Francavilla: i Luciani avrebbero custodito armi per Romito e il boss si sarebbe diretto verso la loro campagna proprio per recuperarle. Anche questa è una dichiarazione indiretta, ancora bisognosa di valutazione e riscontri, ma contribuisce a incrinare la versione della presenza del tutto casuale.

Nulla di ciò attenua la ferocia della loro uccisione né trasforma automaticamente i due fratelli in appartenenti alla criminalità organizzata. Essere conoscenti di un mafioso, custodire qualcosa per lui o trovarsi coinvolti in relazioni opache non rende legittimo un assassinio e non cancella lo status di vittime.

Impone però di distinguere tra vittima di mafia e simbolo costruito su una presunta estraneità assoluta che le nuove dichiarazioni sottopongono a verifica.

L’antimafia non può temere le domande

L’antimafia autentica non dovrebbe avere bisogno di santi laici. Dovrebbe fondarsi sui fatti, sulle sentenze, sui documenti e anche sulla capacità di correggere le proprie rappresentazioni quando emergono elementi nuovi.

Nel caso di Zito e D’Auria, le dichiarazioni di Francavilla non provano da sole condotte penalmente rilevanti, ma descrivono interlocuzioni quantomeno controverse con personaggi inseriti negli ambienti criminali. Nel caso dei Luciani, i racconti di più collaboratori disegnano uno scenario diverso da quello del passaggio puramente casuale davanti a un agguato.

Le istituzioni, le associazioni e la stessa stampa hanno il diritto di valorizzare chi denuncia. Non hanno però il diritto di trasformare una persona in un’icona sottratta per sempre alla verifica.

Denunciare il racket resta un gesto fondamentale. Aver denunciato, tuttavia, non rende automaticamente inattaccabile ogni comportamento precedente o successivo. Allo stesso modo, morire in una strage mafiosa non autorizza a inventare una biografia funzionale alla commemorazione.

La provincia di Foggia ha già pagato un prezzo altissimo alla retorica, ai silenzi e alle verità di comodo. Per combattere davvero le mafie non servono miti perfetti. Serve la realtà, anche quando è scomoda, contraddittoria e molto meno rassicurante delle celebrazioni ufficiali.

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Francesco Pesante

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