L’attentato di Berlino e quello che la sinistra italiana non capisce: a confronto con Paola Concia


L’attivista ed ex parlamentare dem vive in Germania e racconta al Secolo il dibattito tedesco su come affrontare la radicalizzazione islamica: «Qui la sinistra ha capito la posta in gioco e si interroga. Da quella italiana dichiarazioni surreali»

«La prima cosa che ho pensato è stata: spero che non sia un immigrato, spero che sia un bianco cristiano». In questa frase, pronunciata da un’attivista LGBT all’indomani dell’attentato al Pride di Berlino, si condensa tutta la contraddizione di una certa sinistra occidentale. Non il dolore per una vittima e sedici feriti. Non l’orrore per un attacco terroristico contro una libera manifestazione. La prima preoccupazione è un’altra: mettere le mani avanti sul fatto che l’attentatore, che si è lanciato con un furgone sulla folla, fosse un integralista islamico.

La sinistra faccia a faccia con le sue contraddizioni

Se Abdul Ballout – l’investitore rimasto ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia poche ore dopo l’attentato – fosse stato un suprematista bianco, un fanatico cristiano o un militante dell’estrema destra, il copione sarebbe stato già scritto. Si sarebbe parlato di clima d’odio, di deriva culturale, di responsabilità politiche. Si sarebbero chieste prese di posizione, manifestazioni, condanne solenni.

Invece il terrorista era un integralista islamico. Ed ecco che cala il silenzio. O si minimizza. Quel dettaglio rischia di incrinare una narrazione coltivata per anni secondo cui è l’Occidente a doversi continuamente mettere in discussione e a doversi scusare per presunte derive razziste, omofobe e oppressive. E ovviamente islamofobiche.

Perché chiunque in Europa osi stigmatizzare le posizioni estremiste dell’islam radicale, a cui assistiamo ormai quotidianamente nelle nostre città, viene sistematicamente considerato razzista e xenofobo. Chiunque rivendichi il diritto di difendere gli standard di libertà acquisiti, anche grazie a secoli di cultura cristiana, dalle Nazioni europee è un suprematista. Chiunque pretenda di vedere rispettati i principi e valori fondanti della civiltà occidentale, è un pericoloso fomentatore di odio e razzismo.

Uno sconcertante doppio standard

Ed è qui che emerge in tutta la sua potenza lo sconcertante doppio standard di un mondo progressista che da un lato ci spiega che l’Europa è terreno di coltura di un patriarcato endemico che priva le donne dei propri diritti e discrimina sistematicamente la comunità LGBT, dall’altro tace sulla condizione della donna considerata poco più che una suppellettile in molti Paesi islamici, chiude gli occhi di fronte alla sharia, si volta dall’altra parte sulle spose bambine e su quelle trucidate dalla famiglia per aver rifiutato un matrimonio combinato, finge di non sapere quando vengono eseguite pene di morte per chi pratica la sodomia. Curioso, no?

Imbarazzati e imbarazzanti

Ed è ancora più curioso il silenzio di certe personalità attivissime sul tema dei diritti, all’indomani dell’attentato di Berlino: non una parola da Laura Boldrini, silenzio assoluto da Monica Cirinnà, tutto tace dalle parti di Lorenzo Tosa, silenzio tombale sui profili dell’Avvocata dei diritti, Cathy La Torre.

Un silenzio forse apprezzabile, considerato quello che si rinviene sui social di altri esponenti Dem: Elly Schlein trova il tempo di intervenire appena tre giorni dopo, con il solito discorsetto sull’odio e sui diritti e, con una delle sue solite supercazzole, riesce a tirar dentro il ddl Valditara. Funambolica.

Alessandro Zan spiega che sono necessari «segni inequivocabili di fronte a chi semina odio e violenza». Quali? «Subito la bandiera arcobaleno sul parlamento tedesco!». La concretezza prima di tutto. Saverio Tommasi, infine, tuona: «Il problema sono gli estremisti e non il passaporto». Bitini.

Quello che non possono dire

Con precisione chirurgica, dai bei discorsi sulla lotta all’odio, alla violenza e al terrorismo, viene espunta la parola chiave: islamista. Una parola che non si può pronunciare a meno di non dover ammettere che in Europa esiste un problema serio, di fronte al quale non possiamo più voltarci dall’altra parte e di cui l’attentato di Berlino rappresenta solo la punta di un enorme iceberg: l’islam radicale si diffonde sotto ai nostri occhi, coltivando, soprattutto tra le seconde generazioni, il disprezzo per la nostra cultura, i nostri valori, la nostra concezione della libertà e della dignità umana.

Basta una rapida occhiata ai social per trovarsi di fronte giovani influencer che pontificano su quanto di sbagliato ci sia nella nostra civiltà e su come dovremmo noi adeguarci a loro, pena l’accusa di razzismo. Già, il razzismo: categoria universale in cui racchiudere chiunque chieda il rispetto per le regole e rifiuti di prestare totale acquiescenza ai desiderata di chi auspica un modello di società totalmente incompatibile con il nostro, che non sarà perfetto ma è quello che abbiamo scelto come Popolo, esercitando il nostro diritto all’autodeterminazione.

Così, timorati di risultare razzisti, a sinistra rinunciano anche solo ad affrontare il tema, rifugiandosi in imbarazzanti silenzi o, peggio, puntando il dito su chi si rifiuta di fingere che il problema non esista.

Paola Concia: «Dalla sinistra italiana dichiarazioni surreali»

Per trovare, a sinistra, qualcuno abbastanza coraggioso da prendere posizione sulla faccenda occorre rivolgersi a chi, negli ultimi mesi, ha visto la propria “patente di sinistrità” sospesa per eccesso di coerenza, come Paola Concia: «Le dichiarazioni della sinistra italiana sull’attentato di un ragazzo radicalizzato – dice l’ex parlamentare al Secolo – sono surreali per una come me di sinistra, lesbica, sposata con una donna tedesca, criminologa e di sinistra. So di parlare anche a nome suo perché ne abbiamo parlato tanto in questi giorni e concordiamo su tutto. L’estremismo islamico è un grande problema in Germania e se ne sta accorgendo anche la sinistra di governo, l’SPD. Autorevoli esponenti non hanno minimizzato, ma al contrario, hanno affermato che dobbiamo tutti ripensare l’approccio all’integrazione».

Il dibattito aperto in Germania

«C’è un grande dibattito sul programma governativo di deradicalizzazione, che con l’attentatore non ha funzionato. In Germania – ci racconta ancora Concia – ci sono almeno 500 soggetti radicalizzati, attenzionati dalla polizia, mine vaganti, e sono quelli conosciuti. Che fare? Secondo mia moglie, per esempio, dovrebbero indossare il braccialetto elettronico. Insomma, qui, dove di attentati islamici ce ne sono stati molti, anche a sinistra non si ha più tempo per fischiettare, per relativizzare, per sottovalutare. Abbiamo AFD che getta benzina sul fuoco, è il primo partito nei sondaggi. Bisogna essere lucidi, razionali ed efficaci: la Germania è una comunità multietnica, e tale vuole rimanere, ma è fondamentale che tutti rispettino il patto di convivenza che sta a fondamento della costituzione tedesca, la condivisione di principi di uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Pena la disgregazione della società e l’avvento di forze radicali ed estremiste altrettanto pericolose. La sinistra tedesca lo ha capito, quella italiana?». Già, quella italiana?


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Dalila Di Dio

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