-
Intestare un marchio a una persona fisica o a una società influisce sulla tassazione dei proventi, sui costi deducibili e sulla documentazione richiesta. La titolarità personale è preferibile per separare patrimonio e attività, mentre quella societaria semplifica la gestione contabile e riduce i rischi di contestazione. È fondamentale effettuare una valutazione di mercato e una perizia indipendente prima di stipulare un contratto di licenza.
Intestare un marchio alla persona fisica o alla società non è una scelta meramente formale: determina come vengono tassati i proventi derivanti dal suo utilizzo, quali costi l’impresa può dedurre e quale documentazione occorre produrre per reggere a un eventuale controllo. Il verdetto sintetico è il seguente: la titolarità personale conviene quando si vuole separare il patrimonio intellettuale dall’attività operativa e si è in grado di giustificare il canone con una perizia indipendente; la titolarità societaria semplifica la gestione contabile e riduce i rischi di contestazione, ma non consente di sfruttare il differenziale tra aliquota IRES e tassazione personale sulle royalties.
I tre pilastri normativi da tenere presenti in ogni valutazione sono:
-
Codice della Proprietà Industriale (D.Lgs. 30/2005): disciplina la registrazione, la titolarità e la concessione in licenza del marchio; la registrazione nazionale ha validità decennale rinnovabile.
-
TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi): qualifica le royalties percepite dalla persona fisica come redditi diversi ai sensi dell’art. 67, con conseguente tassazione in dichiarazione dei redditi e possibile applicazione di ritenute.
-
Agenzia delle Entrate: verifica la congruità del canone rispetto alle condizioni di mercato e la presenza di sostanza economica nell’operazione; senza perizia e documentazione adeguata, la deduzione in capo alla società rischia di essere disconosciuta.
Azione immediata: prima di applicare qualsiasi royalty tra persona fisica e società, verificare l’esistenza di una valutazione di mercato del marchio e predisporre una perizia di valore firmata da un professionista indipendente.
Indice
Come cambia la tassazione se il marchio è intestato a persona fisica o alla società?
La differenza fiscale tra le due opzioni di titolarità è sostanziale e si manifesta su più livelli.
Trattamento in capo alla persona fisica
Quando il marchio appartiene a una persona fisica che lo concede in licenza alla propria società, le royalties percepite rientrano nei redditi diversi ai sensi dell’art. 67, comma 1, lett. g) del TUIR. Il reddito imponibile si calcola al netto di una deduzione forfettaria del 25% (per autori e inventori che abbiano creato il bene), oppure viene tassato integralmente se il titolare ha acquisito il marchio a titolo oneroso. L’aliquota IRPEF applicabile è quella marginale del percettore, che per redditi medio-alti supera il 38–43%. Come chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 30/2006, il corrispettivo per l’utilizzo del marchio assume rilevanza reddituale in capo al titolare e, se inerente all’attività, può essere dedotto da chi lo sostiene.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la contribuzione previdenziale: le royalties percepite da persona fisica non titolare di partita IVA non sono soggette a contribuzione INPS, il che può generare un vantaggio previdenziale rispetto ad altre forme di reddito. Questo beneficio, tuttavia, alimenta l’attenzione dell’Amministrazione finanziaria proprio perché riduce il carico complessivo in modo strutturale.
Trattamento in capo alla società
Per la società licenziataria, le royalties pagate al titolare persona fisica costituiscono un costo deducibile ai fini IRES e, in linea generale, anche ai fini IRAP, a condizione che siano inerenti all’attività e documentate. La deducibilità riduce la base imponibile su cui si applica l’aliquota IRES del 24%, con un risparmio fiscale diretto. Se invece il marchio è iscritto nel patrimonio della società, il costo di acquisizione viene ammortizzato secondo le regole del TUIR, con quote annue deducibili in proporzione alla durata utile stimata.
La deducibilità delle royalties non è automatica. L’Agenzia delle Entrate richiede che il canone corrisponda a condizioni di mercato, che l’operazione abbia sostanza economica e che esista documentazione probatoria adeguata: contratto scritto, fatture, perizia di valore e prove di utilizzo effettivo del marchio. In assenza di questi elementi, la deduzione viene disconosciuta e il costo viene recuperato a tassazione con sanzioni.
Un consiglio: prima di strutturare qualsiasi operazione di licenza interna, verificare con un commercialista se il canone proposto è coerente con i valori di mercato per marchi analoghi nel settore di riferimento; un canone troppo elevato rispetto ai ricavi della società è il primo segnale che l’Agenzia delle Entrate utilizza per avviare un accertamento.
Le implicazioni fiscali della titolarità variano anche in funzione della struttura societaria, della presenza di soci e del regime contabile adottato: elementi che rendono indispensabile una valutazione caso per caso.
Come si struttura il contratto di licenza e qual è il suo effetto fiscale concreto?
Il contratto di licenza è lo strumento giuridico che regola il rapporto tra il titolare del marchio e la società che lo utilizza. La sua struttura condiziona direttamente il trattamento fiscale dell’operazione.
Elementi essenziali del contratto
Un contratto di licenza fiscalmente solido deve contenere almeno i seguenti elementi:
-
Identificazione del marchio: numero di registrazione, classi di Nizza, territorio di validità.
-
Diritti concessi: licenza esclusiva o non esclusiva, con o senza facoltà di sub-licenza.
-
Durata: termine fisso o rinnovabile, coerente con la validità decennale della registrazione.
-
Corrispettivo (royalty): importo fisso o percentuale sul fatturato generato con il marchio; la modalità di calcolo deve essere trasparente e verificabile.
-
Modalità di fatturazione e pagamento: periodicità, termini, valuta.
-
Obblighi di utilizzo e controllo qualità: la licenza deve prevedere che il licenziatario utilizzi il marchio in modo conforme agli standard del titolare.
Meccanismo di pagamento e contabilizzazione
-
Persona fisica senza partita IVA: emette ricevuta con ritenuta d’acconto del 20% applicata dalla società; il reddito confluisce nella dichiarazione annuale come reddito diverso.
-
Persona fisica con partita IVA (es. libero professionista): emette fattura con IVA, applica la ritenuta d’acconto se il compenso rientra nel reddito professionale; la qualificazione fiscale dipende dalla natura dell’attività.
-
Società titolare che concede licenza a terzi: il canone è un ricavo d’impresa, soggetto a IRES e IRAP secondo le regole ordinarie.
La documentazione che deve accompagnare ogni operazione comprende:
-
Contratto di licenza scritto e registrato (consigliato anche per data certa).
-
Fatture o ricevute per ogni pagamento di royalty.
-
Prove di utilizzo effettivo del marchio: materiali pubblicitari, packaging, sito web, cataloghi.
-
Perizia di valore del marchio, aggiornata rispetto alla data di stipula del contratto.
L’Agenzia delle Entrate verifica sistematicamente che il canone corrisponda a condizioni di mercato e che l’operazione non sia priva di sostanza economica. Un contratto formalmente corretto ma privo di tracce di utilizzo reale del marchio non regge a un controllo.
Come si registra il marchio in bilancio e come si ammortizza?
Il trattamento contabile del marchio dipende da come è stato acquisito e da chi ne è titolare.
Iscrizione tra le immobilizzazioni immateriali
Quando una società acquisisce un marchio a titolo oneroso (acquisto, conferimento, fusione), lo iscrive tra le immobilizzazioni immateriali al costo di acquisto, comprensivo degli oneri accessori. Se il marchio è stato sviluppato internamente, i costi di registrazione e di sviluppo possono essere capitalizzati solo se soddisfano i requisiti del principio contabile OIC 24. Il valore iscritto in bilancio costituisce la base su cui calcolare le quote di ammortamento.
Regole di ammortamento
Il TUIR non fissa una durata minima per l’ammortamento del marchio, ma la prassi contabile e fiscale prevalente adotta una durata utile convenzionale di 10 anni, coerente con la validità della registrazione. Le quote annue sono deducibili ai fini IRES nella misura in cui riflettono l’effettivo deperimento del bene. Una durata inferiore ai 10 anni richiede una motivazione documentata.
L’ammortamento del marchio è uno strumento di pianificazione fiscale sottoutilizzato. Una società che ha acquisito un marchio a un valore significativo può dedurre quote annue rilevanti, riducendo la base imponibile IRES per l’intera durata del piano di ammortamento. Questo effetto è particolarmente apprezzabile nei primi anni successivi all’acquisizione, quando il marchio ha ancora un valore di bilancio elevato.
Costi di registrazione e gestione: deducibilità
Le spese sostenute per la registrazione del marchio presso l’UIBM sono deducibili nell’esercizio in cui vengono sostenute, in applicazione del principio di competenza. I costi tipici per il deposito nazionale includono la tassa di concessione per la prima classe merceologica (101 €), diritti aggiuntivi per ogni classe di Nizza ulteriore (indicativamente 34 € per classe), spese di bollo e diritti di segreteria variabili, perizia di valutazione (da 1.500 € in su), e la redazione del contratto di licenza (da 800 € in su). Tutte queste voci sono deducibili nell’esercizio o come costi professionali, a seconda della natura della spesa.
I costi di rinnovo decennale seguono le stesse regole di deducibilità. Le spese di difesa del marchio in sede giudiziale o amministrativa sono anch’esse deducibili se inerenti all’attività d’impresa.
Come si valuta il marchio e quali documenti servono per giustificare il canone?
La valutazione del marchio è il passaggio tecnico che determina la tenuta fiscale dell’intera operazione. Un canone privo di una base valutativa documentata è, agli occhi dell’Agenzia delle Entrate, un canone arbitrario.
Metodi di valutazione riconosciuti
-
Metodo dei comparables di royalty (Relief from Royalty): stima il valore del marchio capitalizzando i canoni che si sarebbero dovuti pagare se il marchio fosse stato di proprietà di terzi. Richiede l’accesso a database di transazioni comparabili (es. RoyaltyStat, ktMINE) e una solida analisi di settore.
-
Metodo dei flussi di cassa attualizzati (DCF): proietta i flussi di cassa attribuibili al marchio e li attualizza a un tasso che riflette il rischio specifico dell’asset. Adatto a marchi con storia commerciale documentata e previsioni di ricavo affidabili.
-
Metodi patrimoniali: stimano il valore sulla base dei costi storici di sviluppo e registrazione. Meno accurati per marchi con forte valore commerciale, ma utili come floor valutativo.
Quando richiedere una perizia giurata
Una perizia giurata da un perito iscritto all’albo è consigliabile (e spesso necessaria) nei seguenti casi:
-
Trasferimento del marchio tra soggetti correlati (persona fisica e propria società).
-
Conferimento del marchio in una società.
-
Operazioni straordinarie (fusioni, scissioni, cessioni d’azienda).
-
Prima applicazione di un contratto di licenza con canone superiore a una soglia rilevante per la società.
-
Contestazione in corso o prevedibile da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Documentazione operativa da raccogliere
La costruzione di un fascicolo documentale solido riduce il rischio di contestazione in misura significativa. Gli elementi da raccogliere includono:
-
Dati di vendita storici e proiezioni di ricavo attribuibili al marchio.
-
Piani di marketing e investimenti pubblicitari sostenuti per sviluppare il brand.
-
Contratti con distributori, rivenditori o licenziatari terzi che attestino il valore commerciale del marchio.
-
Analisi comparativa di mercato con riferimento a transazioni analoghe nel settore.
-
Documentazione della notorietà del marchio: premi, riconoscimenti, rassegna stampa.
Un consiglio: eseguire la valutazione prima di stipulare il contratto di licenza, non dopo. Una perizia redatta ex post, in risposta a un accertamento, ha un peso probatorio molto inferiore rispetto a una valutazione preventiva che ha guidato la determinazione del canone.
Cosa controlla l’Agenzia delle Entrate e quali sono i principali segnali di rischio?
Le operazioni di licenza interna tra persona fisica e società collegata rientrano tra quelle monitorate con maggiore attenzione dall’Amministrazione finanziaria. Il rischio non è teorico: le contestazioni in questo ambito sono frequenti e le conseguenze economiche rilevanti.
Operazioni sintomatiche di elusione
L’Agenzia delle Entrate considera sintomatiche di elusione fiscale le operazioni che presentano uno o più dei seguenti caratteri:
-
Canone di licenza non coerente con i valori di mercato per marchi analoghi nel settore.
-
Assenza di sostanza economica: il titolare persona fisica non svolge alcuna attività di gestione, sviluppo o controllo del marchio.
-
Contratto formalmente corretto ma privo di tracce di esecuzione: nessun pagamento effettivo, nessuna fattura, nessun utilizzo documentato.
-
Coincidenza tra titolare del marchio e amministratore unico della società licenziataria, senza elementi che giustifichino la separazione patrimoniale.
La mancanza di sostanza economica è il principale motivo di riqualificazione. Quando l’operazione appare costruita esclusivamente per trasferire reddito dalla società alla persona fisica a un’aliquota inferiore, senza che il titolare svolga un ruolo attivo nella gestione del marchio, l’Agenzia delle Entrate può disconoscere la deduzione in capo alla società e recuperare le imposte non versate, con sanzioni che vanno dal 90% al 180% dell’imposta evasa.
Come ridurre il rischio in concreto
I segnali pratici che riducono l’esposizione a contestazioni sono:
-
Canone determinato con riferimento a comparables di mercato documentati.
-
Perizia indipendente aggiornata, firmata da un professionista terzo.
-
Tracciabilità dei flussi finanziari: i pagamenti delle royalties devono risultare da estratti conto bancari.
-
Documentazione dell’utilizzo effettivo del marchio da parte della società licenziataria.
-
Attività del titolare persona fisica nella gestione e nello sviluppo del brand (es. partecipazione a decisioni di marketing, controllo qualità).
La tassazione delle royalties da marchio varia in funzione della qualificazione soggettiva del percettore, e questa distinzione è esattamente il punto su cui si concentra il controllo fiscale.
Checklist operativa: come strutturare una titolarità fiscalmente solida
La sequenza operativa corretta per chi vuole strutturare o regolarizzare la titolarità del marchio con piena solidità fiscale è la seguente:
-
Deposito o verifica della registrazione del marchio presso l’UIBM: accertarsi che il marchio sia registrato a nome del soggetto corretto e che la registrazione sia in corso di validità. Tempi medi: alcuni mesi per la registrazione nazionale; costo amministrativo: tasse di concessione per la prima classe. La guida alla registrazione dello studio illustra i requisiti formali e le procedure di deposito.
-
Scelta della titolarità: decidere se mantenere il marchio in capo alla persona fisica o trasferirlo alla società, tenendo conto dell’aliquota marginale IRPEF del titolare, della struttura societaria e degli obiettivi di lungo periodo.
-
Perizia di valutazione del marchio: affidare la stima a un perito indipendente prima di stipulare il contratto. Costo orientativo: da 1.500 € per marchi di piccole dimensioni; tempi: 2–4 settimane.
-
Redazione del contratto di licenza: predisporre un contratto scritto con tutti gli elementi essenziali descritti nella sezione precedente. Costo orientativo per la redazione legale: da 800 €; i requisiti e i costi della licenza sono dettagliati in un approfondimento dedicato dello studio.
-
Registrazione del contratto: la registrazione presso l’Agenzia delle Entrate conferisce data certa e rafforza la posizione in caso di controllo.
-
Fatturazione periodica e tenuta documentale: emettere fatture o ricevute per ogni pagamento di royalty, conservare la documentazione di utilizzo del marchio e aggiornare la perizia con cadenza regolare.
-
Integrazione nella governance aziendale: inserire la policy di determinazione del canone negli accordi tra soci e nei verbali del consiglio di amministrazione, per evitare contestazioni interne e rafforzare la coerenza con la struttura fiscale.
I ruoli professionali da coinvolgere sono tre: l’avvocato specializzato in proprietà intellettuale per la registrazione e il contratto, il commercialista per il trattamento fiscale e contabile, il perito per la valutazione del marchio. Coinvolgerli in parallelo, non in sequenza, riduce i tempi e previene incongruenze tra i documenti prodotti.
Esempio numerico: confronto d’impatto fiscale tra i due scenari
L’esempio seguente utilizza valori semplificati per illustrare la differenza fiscale tra le due opzioni di titolarità. Non sostituisce una valutazione personalizzata.
Ipotesi di base: società con ricavi di 500.000 €, royalty annua concordata pari al 5% del fatturato (25.000 €), aliquota IRES 24%, aliquota marginale IRPEF del titolare persona fisica 43%.
|
Royalty pagata dalla società |
||
|
Risparmio IRES per la società |
24% della base imponibile |
|
|
Reddito imponibile del titolare |
25.000 € (reddito diverso) |
|
|
aliquota IRPEF marginale del percettore |
||
|
Imposta netta complessiva |
aliquota IRPEF marginale del percettore meno risparmio fiscale IRES = maggiore impatto netto |
0 € (nessun trasferimento) |
|
Non dovuta (persona fisica non titolare di P.IVA) |
Attenzione alle variabili individuali. L’effetto fiscale reale dipende dall’aliquota marginale IRPEF effettiva del titolare, dalla presenza di altri redditi, dalla struttura societaria (SRL, SPA, società di persone) e dall’eventuale applicazione di deduzioni forfettarie. Con un’aliquota marginale IRPEF del 23% (primo scaglione), il vantaggio fiscale dell’operazione si riduce sensibilmente rispetto all’esempio. Con un’aliquota del 43%, il risparmio netto è più contenuto di quanto appaia a prima vista, perché la royalty dedotta dalla società viene tassata quasi integralmente in capo al titolare.
L’esempio mostra che il vantaggio fiscale della titolarità personale non è automatico: dipende dal differenziale tra l’aliquota IRES della società e l’aliquota marginale IRPEF del titolare. Quando quest’ultima supera il 38%, il beneficio si assottiglia e occorre valutare se i costi di strutturazione e il rischio di contestazione siano giustificati dall’effetto fiscale atteso.
Nota: questo articolo fornisce informazioni di carattere generale e non costituisce consulenza fiscale o legale. Per valutazioni specifiche alla propria situazione, si raccomanda di rivolgersi a un professionista qualificato e di verificare la normativa vigente presso le fonti ufficiali.
Punti chiave
La scelta tra titolarità personale e societaria del marchio produce effetti fiscali concreti e misurabili, ma solo se supportata da documentazione adeguata e da una perizia di valore indipendente.
|
Royalties come redditi diversi |
La persona fisica titolare del marchio tassa le royalties come redditi diversi (art. 67 TUIR), con aliquota IRPEF marginale. |
|
Deducibilità per la società |
Le royalties pagate dalla società sono deducibili ai fini IRES solo se il canone è congruo e documentato con perizia e contratto scritto. |
|
Senza una valutazione indipendente del marchio, l’Agenzia delle Entrate può disconoscere la deduzione e applicare sanzioni fino al 180% dell’imposta. |
|
|
Vantaggio fiscale non automatico |
Il differenziale tra aliquota IRES (24%) e aliquota marginale IRPEF del titolare determina l’effettivo risparmio; con aliquote IRPEF elevate, il beneficio si riduce. |
|
Assiste imprenditori e professionisti nella strutturazione fiscalmente solida della titolarità del marchio, dalla perizia alla redazione del contratto di licenza. |
La titolarità del marchio richiede più strategia di quanto si pensi
La questione della titolarità del marchio viene spesso affrontata come un adempimento burocratico, quasi un dettaglio da sistemare dopo aver risolto le questioni «vere» dell’impresa. Questa prospettiva è, a giudizio di chi opera quotidianamente in questo campo, profondamente errata.
Il marchio è un asset patrimoniale con un valore economico autonomo, che può essere strutturato, trasferito e valorizzato in modo indipendente dall’attività operativa. La scelta di intestarlo alla persona fisica o alla società non è reversibile senza costi e rischi: un trasferimento successivo genera plusvalenze tassabili, richiede una nuova perizia e può attrarre l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate se avviene in prossimità di operazioni straordinarie.
Ciò che si osserva con maggiore frequenza nella pratica è la tendenza a strutturare l’operazione in modo affrettato, senza perizia e senza un contratto di licenza adeguato, confidando che la forma giuridica sia sufficiente a reggere a un controllo. Non lo è. L’Agenzia delle Entrate ha affinato negli anni i propri strumenti di analisi delle operazioni infragruppo e delle licenze tra soggetti correlati: la sostanza economica dell’operazione, la tracciabilità dei flussi e la coerenza del canone con i valori di mercato sono i tre elementi su cui si concentra ogni verifica.
La pianificazione fiscale degli asset immateriali, e del marchio in particolare, richiede una visione integrata che combini competenze di proprietà intellettuale, diritto societario e fiscalità d’impresa. Affidarsi a un solo professionista che non padroneggi tutte e tre le dimensioni espone a rischi che emergono solo al momento del controllo, quando è troppo tardi per correggere.
Studiolegalecoviello: consulenza integrata su marchio e fiscalità
Chi gestisce un marchio come asset patrimoniale ha bisogno di un supporto che vada oltre la semplice registrazione. Studiolegalecoviello offre un servizio integrato che copre l’intera filiera: dalla registrazione e tutela del marchio alla redazione di contratti di concessione in licenza, dalla perizia di valutazione all’assistenza in caso di verifica fiscale.
La struttura dello studio consente di coordinare in un unico incarico le competenze di diritto della proprietà industriale e di pianificazione fiscale degli asset immateriali, evitando le incongruenze che nascono quando avvocato, commercialista e perito lavorano in modo non coordinato. Per imprenditori che operano anche a livello internazionale, lo studio offre assistenza anche per registrazioni e strutturazioni cross-border, incluse le operazioni con Dubai e altri mercati esteri.
Per richiedere una consulenza o un preventivo sulla strutturazione fiscale del proprio marchio, è possibile contattare direttamente lo studio tramite il sito ufficiale.
Riferimenti normativi e fonti autorevoli
Le norme e le prassi citate in questo articolo sono verificabili direttamente presso le fonti ufficiali. La costruzione di un fascicolo documentale solido parte proprio dalla conoscenza di questi riferimenti.
-
D.Lgs. 30/2005 (Codice della Proprietà Industriale): disciplina la registrazione, la titolarità, la licenza e la cessione del marchio in Italia; contiene le norme sulla validità decennale e sui requisiti di distintività.
-
Risoluzione Agenzia delle Entrate n. 30/2006: chiarisce il trattamento fiscale del corrispettivo per l’utilizzo del marchio in capo al titolare e la deducibilità per chi sostiene il costo.
-
Portale UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi): banca dati ufficiale per la verifica delle registrazioni, consultazione dello stato delle domande e accesso alle tariffe aggiornate.
-
Portale istituzionale Agenzia delle Entrate: prassi amministrativa consolidata sui requisiti di congruità dei canoni e sulla verifica della sostanza economica nelle operazioni infragruppo.
-
Il marchio come leva fiscale per l’impresa: approfondimento sulla gestione del marchio come asset fiscale, con analisi delle implicazioni per la struttura patrimoniale dell’imprenditore.
Queste fonti costituiscono la base documentale minima da citare in caso di verifica fiscale per dimostrare che la struttura adottata è coerente con la normativa vigente e con la prassi dell’Amministrazione finanziaria.
Domande frequenti
Le royalties da marchio sono sempre tassate come redditi diversi?
Per la persona fisica non imprenditore, le royalties da marchio rientrano nei redditi diversi ai sensi dell’art. 67 TUIR; se il titolare è un imprenditore individuale o una società, il canone costituisce invece un ricavo d’impresa soggetto alle regole ordinarie.
Serve sempre una perizia per giustificare il canone di licenza?
Non esiste un obbligo normativo esplicito, ma l’Agenzia delle Entrate richiede che il canone corrisponda a condizioni di mercato: in assenza di una perizia indipendente o di comparables documentati, la deduzione rischia di essere disconosciuta in sede di accertamento.
Qual è il rischio concreto se il canone non è congruo?
L’Agenzia delle Entrate può rettificare la deduzione in capo alla società e applicare sanzioni dal 90% al 180% dell’imposta evasa, oltre agli interessi di mora; in casi gravi, l’operazione può essere riqualificata come distribuzione occulta di utili.
Quanto costa strutturare una licenza di marchio tra persona fisica e società?
I costi orientativi includono la perizia di valutazione (da 1.500 € in su), la redazione del contratto di licenza (da 800 €), le spese di registrazione del contratto, e i costi amministrativi UIBM per la registrazione del marchio che partono da 101 € per la prima classe e circa 34 € per ogni classe aggiuntiva.
Quando conviene trasferire il marchio dalla persona fisica alla società?
Il trasferimento conviene quando l’aliquota marginale IRPEF del titolare è elevata, quando la società ha necessità di iscrivere il marchio tra le immobilizzazioni per operazioni straordinarie, o quando si vuole semplificare la governance e ridurre il rischio di contestazioni fiscali sulle licenze interne.
Raccomandati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Easy Ware – Comunicazione Visiva
Source link












