Le squadre preferiscono un sesto posto al Tour che provare a vincere il Giro. Non avevo mai visto Pogacar così magro



Paolo Savoldelli, vincitore del Giro d’Italia 2002 e 2005, è intervenuto nell’ultima puntata di Bike Today, trasmissione in onda sul canale YouTube di OA Sport. L’attenzione si è concentrata, principalmente, sulle stratosferiche prestazioni di Tadej Pogacar e sull’analisi del recente Tour de France.

Sul confronto tra i campioni del passato e le fenomenali prestazioni di Pogacar: “Questi corridori erano forti nei tempi moderni, sarebbero migliorati anche loro, perché la tecnologia e la scienza li avrebbero aiutati a migliorare. Tutti i campioni hanno corso in bicicletta e hanno faticato a vincere. Chi più chi meno, sanno cosa vuol dire correre in bicicletta e si rendono conto che Pogacar è veramente di un altro pianeta, perché in questo Tour de France ha dimostrato di avere una superiorità pazzesca. Ha vinto cinque tappe, ne poteva vincere almeno tre di più e ha fatto le cose con una facilità estrema”.

Sul momento difficile per chi corre in bicicletta, con gare a velocità sempre più elevate e campioni che spingono sempre più forte: “Ho corso cinque Tour de France. Bene o male il sistema di gara era quello, ma le velocità sono diventate ancora più alte grazie a tutti i miglioramenti che ci sono stati. La mia domanda però è questa: un corridore che non va forte in salita, per come si corre adesso, come fa a riuscire a gestire un Tour de France e a finire le tappe?”

Sul segnale del valore medio che si è alzato incredibilmente: “C’è sempre stato un livello alto al Tour, ma ultimamente è diventato ancora più alto. Se vai a vedere i vincitori, hanno vinto grandissimi corridori in quasi tutte le tappe, perché già solo per andare in fuga ci voleva una guerra pazzesca e davanti si trovavano solo quelli che avevano la gamba. Per vincere delle tappe che inizialmente sembravano destinate alle fughe da lontano ci volevano cento chilometri prima che la fuga andasse via. Quando succede così, la fuga parte solo quando il gruppo si spezza e non ce la fa più. E quando poi vedi fughe composte da quaranta uomini, vuol dire che il gruppo non riesce più a tenere la corsa perché si va troppo forte, c’è troppa gente che attacca e il livello è troppo alto. Anche nella tappa dell’Alpe d’Huez i corridori in fuga erano tanti”.

Sull’attuale divario tra Giro d’Italia e Tour de France: “Il divario sta diventando sempre più grande. Quest’anno Vingegaard è venuto al Giro d’Italia, però i suoi antagonisti sono mancati, chi per una caduta, chi perché non stava bene, e si è trovato a essere nettamente il più forte. Il problema è che c’è un riscontro mediatico talmente grande che ci sono squadre che preferiscono portare un corridore al Tour per fare sesto piuttosto che al Giro per provare a vincerlo. Perché lo sponsor vuole che si vada al Tour de France. C’è da dire anche che il danese ha dichiarato: ‘Anche in questo Tour mi sento il più forte di sempre. Posso essere competitivo con Pogacar’. Tutta la sua squadra lo diceva, però secondo me loro lo sapevano. Vingegaard è venuto al Giro d’Italia per conquistare la Tripla Corona, ma soprattutto per vincere il Giro, perché hanno capito che, se a Pogacar non succede niente, non c’è niente da fare. Tra l’altro, secondo me quest’anno il detentore del titolo iridato è andato più forte che mai. Ha lasciato vincere Del Toro, poi un paio di giorni dopo ha vinto lui. Quando l’hanno inquadrato sul traguardo aveva il muscolo della coscia davvero scavato. Non l’avevo mai visto così magro”.

Sull’influenza dei materiali nel miglioramento del record dell’Alpe d’Huez e sulle possibilità di Pantani con una bicicletta attuale: “Avrebbe potuto andare molto più forte perché, come leggevo in un articolo, le biciclette negli ultimi dieci anni sono migliorate più che nei quarant’anni precedenti. Come prestazione, in questi ultimi dieci anni, la bicicletta è migliorata tantissimo: ruote, attriti e via dicendo. Io ricordo la maglia del corridore che svolazzava dietro; adesso guarda la posizione in bicicletta, biomeccanicamente rende molto di più. Se guardi Pogacar, è molto avanzato sulla bici, molto alto, poi le coperture da ventotto o da trenta sono diventate molto più scorrevoli e sicure. I miglioramenti si vedono, così come nell’alimentazione. Penso che non bisogna mai paragonare record fatti in epoche diverse, perché le cose cambiano troppo. Pantani probabilmente con i mezzi di oggi avrebbe fatto un tempo ancora più basso. Però com’era la tappa di Pantani di allora? Cosa era successo prima? Quante salite c’erano? Che temperatura faceva? Era un record, è stato battuto da Pogacar, ma non si possono paragonare le epoche. Il record è battuto, ma per tanti motivi”.

Sulla mancanza di un italiano protagonista nelle grandi corse a tappe: “Non è un momento facile, ma credo che il ciclismo fosse un po’ più provinciale quando correvamo noi. Adesso è diventato uno sport molto più mondiale, con tante nazioni preparate ad altissimo livello e, per quelle che tradizionalmente contavano, diventa sempre più difficile. Poi c’è il caso della Slovenia, che si ritrova il Merckx dell’era moderna in una nazione dove magari non ci sono neanche tantissimi ciclisti. Avevano peraltro anche Roglic. È un caso, come Tomba nello sci. Questa è una fortuna che capita a una nazione. Abbiamo Finn, questo giovane che la Red Bull sta facendo crescere con calma, facendogli fare corse di secondo piano senza bruciare le tappe. Le speranze per le corse a tappe sono riposte in lui, sperando che non sia già al 110% e che abbia ancora margini di crescita. Mi ricordo un anno al Tour de France: facemmo la foto dei bergamaschi presenti e alla partenza eravamo in diciotto. Quest’anno gli italiani erano meno di diciotto. Allora capisci che, se solo i bergamaschi erano diciotto e gli italiani erano quaranta o cinquanta, era molto più facile ottenere risultati. Se oggi al Tour ci sono nove italiani, di cui alcuni fanno i gregari e altri hanno problemi, quelli che possono vincere sono pochissimi. Lo scorso anno è andato Milan, che è un velocista e ha vinto. Quest’anno però è un problema generale, perché Spagna, Francia e Italia, per la prima volta nella storia, non hanno vinto neanche una tappa del Tour. Sono sempre state le nazioni che hanno dominato questa corsa. È il segnale di un grande innalzamento del livello. Come diceva Velasco, tutti vanno sempre più forte, sono sempre più preparati e la selezione è sempre più alta. Oggi fare il corridore è ancora più difficile, perché i sacrifici richiesti sono ancora maggiori rispetto ai nostri tempi”.

Sulla possibilità che il Giro d’Italia recuperi terreno rispetto al Tour de France grazie all’ingresso di Luca Guercilena in RCS Sport: “Sicuramente è una persona capace, ha gestito una squadra molto importante e ha già dichiarato che una delle prime cose che vorrà fare sarà interloquire con RCS e con tutte le squadre per cercare di portare a casa qualcosa di importante. È inutile raccontarsi storie: sono i corridori che rendono grandi le corse. Più corridori forti ci sono, più spettacolo c’è, perché i grandi numeri che abbiamo visto al Tour sono arrivati grazie a un livello altissimo. Bisogna capire se Guercilena avrà anche margine sul portafoglio, perché per migliorare bisogna investire e creare qualcosa di nuovo. Non mi sembra però che questo sia l’orientamento abituale di Cairo. Il Giro d’Italia oggi sta inseguendo. Quando una società vuole crescere deve investire, creare qualcosa di nuovo, portare squadre e corridori forti. Devono essere loro a trovare il modo di ridurre questo monopolio del Tour de France, che oggi ha almeno due scalini di vantaggio rispetto a tutti gli altri”.

Il giudizio complessivo sul Tour de France: “Il Tour de France è stato spettacolare. Poteva esserlo ancora di più se Vingegaard non fosse caduto, perché Pogacar non lo avrebbe mai lasciato vincere. Il danese è il suo grande rivale e la sua squadra è quella che negli anni lo ha messo in difficoltà. L’arrivo in salita di Evenepoel probabilmente non lo avrebbe vinto lui, perché Vingegaard in salita va più forte. La Visma avrebbe fatto una corsa durissima, Del Toro si sarebbe staccato e Vingegaard avrebbe potuto vincere in altre occasioni. Conoscendo la Visma, corre sempre per il proprio capitano, anche se sa che l’altro è più forte. Il giorno della caduta la squadra era davanti a tirare proprio per lui. Non si sono mai arresi e hanno sempre provato a mettere in difficoltà Pogacar, convinti che sulle salite più lunghe Vingegaard sarebbe stato superiore. Questo non lo sapremo mai perché il fuoriclasse scandinavo è caduto. Però si sono trovati davanti un Pogacar che ogni anno va più forte. Guardavo un dato su una salita: Pogacar aveva abbassato il tempo di quasi tre minuti, ma Vingegaard era arrivato appena trenta secondi dopo; quindi, anche lui aveva migliorato di oltre due minuti. Secondo me lì è cambiato tutto il Tour. Poi si sono ammalati i compagni di Pogacar. I virus li prendi quando sei stanco e debilitato. Questi tiravano dalla mattina alla sera sempre al massimo. Quando vai fuori giri sei più vulnerabile. Non so se Pogacar si sia ammalato nel finale, non mi sembra, perché da come andava non dava l’impressione di aver avuto un calo. Vedi che lui, essendo il più forte, probabilmente non è mai arrivato a quel punto di debolezza. Se ci fosse stata la Visma con Vingegaard, il Tour sarebbe stato più aperto e combattuto. Pogacar non si sarebbe messo a tirare per Del Toro, perché il messicano era venuto al Tour per essere il suo ultimo uomo, ma Pogacar era talmente superiore che Del Toro praticamente non ha mai tirato un metro. Hanno corso per portarlo sul podio, ma senza Del Toro probabilmente Pogacar avrebbe vinto altre tre tappe. Il Tour è stato comunque spettacolare, ma avrebbe potuto esserlo ancora di più senza la caduta di Vingegaard”.

Sulla difficoltà di una cosa come il Tour de France: “Il Tour è una corsa veramente difficile e ci vuole anche un po’ di fortuna. Se inizi con una caduta in una corsa di questo livello, dormi male, hai infiammazioni e poi è tutto un inseguimento, fai sempre più fatica. Mi ricordo il 2005, quando ho vinto la tappa più lunga. Avevo un problema al sottosella, non riuscivo a stare seduto. Prima di partire mettevo una crema per non sentire il dolore e avevo anche un problema a un gluteo. Siamo partiti fortissimo. A un certo punto sento la radio dire che davanti c’erano diciotto uomini e noi avevamo Rubiera e Paolo Savoldelli. Non mi ero neanche accorto che il gruppo si fosse spezzato. Mi sono detto: ‘Non ci posso credere, ero dentro la fuga’. Noi eravamo anche in maglia gialla con Armstrong. Da lì ho pensato: tappa più lunga, tappa più lunga. Quando mi sono trovato davanti ho combattuto e sono riuscito a vincerla. L’ho vinta perché in fuga c’era Arvesen, corridore della squadra di Riis, che era nostra rivale. All’ultimo chilometro è partito lui e io non ne avevo più. Però mi sono detto: ‘No, lui non deve vincere’. Sono entrato fortissimo nella penultima curva. Nell’ultima i due dietro si sono staccati, l’ho raggiunto ai duecento metri e l’ho superato. Ci ho pensato tante volte a quante cose sono successe in quella tappa. Io non volevo neanche essere in quella fuga perché non stavo bene, e invece ho vinto. Nel ciclismo l’importante è non mollare, perché da un giorno all’altro le cose cambiano. Se uno si impegna, fa tutto quello che deve fare e ha le doti, prima o poi i risultati arrivano”.


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Andrea Addezio

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