Scott Bessent aveva poco più di trent’anni e lavorava per Soros Fund Management quando la crisi finanziaria asiatica travolse i mercati valutari tra il 1997 e il 1998, una crisi che, a suo dire, fu in parte innescata da uno yen eccessivamente debole. Pochi anni prima, quando aveva poco meno di trent’anni e lavorava al fianco di George Soros e Stanley Druckenmiller, aveva partecipato alla storica operazione di vendita allo scoperto della sterlina britannica che portò a “far saltare la Bank of England”.
Quasi trent’anni dopo, seduto sulla poltrona di segretario al Tesoro degli Stati Uniti, l’ex gestore di hedge fund osserva nuovamente lo yen giapponese vacillare. Questa volta, però, il suo compito non è trarre profitto dalla sua debolezza, bensì fermarla. È probabilmente anche per questo che ha sorpreso i mercati con una mossa tanto rapida quanto decisa: il primo intervento congiunto sul mercato valutario tra Stati Uniti e Giappone dal 2011, che lunedì ha contribuito al rafforzamento dello yen.
“Il fatto che comprenda chiaramente lo yen in un modo che la maggior parte dei segretari al Tesoro o dei presidenti della Federal Reserve non potrebbe comprendere è sicuramente una delle ragioni della reazione che abbiamo visto”, ha dichiarato Joe Brusuelas, capo economista di RSM, che da vent’anni analizza la politica monetaria statunitense e la finanza internazionale. “Almeno per ora”, ha spiegato Brusuelas a Fortune, “gli investitori sono disposti a concedergli un margine di fiducia quando assume rischi che altri segretari al Tesoro, negli ultimi due decenni, non avrebbero corso”.
Dallo scommettere contro lo yen per fare fortuna all’acquistarlo per ridurre la pressione sul debito
Due elementi sembrano conferire a Bessent credibilità nel decidere se intervenire o meno sullo yen. Da un lato, ha contribuito ad alcune delle operazioni speculative più aggressive contro valute estere nella storia di Wall Street; dall’altro, ha compiuto oltre 50 o 60 viaggi in Giappone dal 1989 e conosce il governatore della Bank of Japan da oltre quindici anni.
“Il Giappone è uscito dalla deflazione ed è tornato a crescere, e credo che qui possiamo inviare segnali al mercato”, ha dichiarato Bessent a CNBC spiegando la decisione del Tesoro di acquistare yen.
Nel mondo degli hedge fund vale una regola semplice quando si parla di valute: governi e banche centrali cercano periodicamente di mantenerle a livelli che le condizioni economiche reali non sono in grado di sostenere, ma prima o poi il mercato impone una correzione. Bessent aiutò i leggendari macro trader Soros e Druckenmiller a individuare quel divario e a scommettere contro la sterlina britannica quando aveva 29 anni. L’operazione fruttò un miliardo di dollari e rese il trio famoso per aver “rotto” la Bank of England.
Bessent “riusciva a individuare vulnerabilità che la maggior parte degli altri operatori dei mercati finanziari non vedeva”, ha raccontato al New York Times David Smick, consulente di Soros durante quella celebre operazione.
Se allora molti critici considerarono quella scommessa una forma di speculazione predatoria a danno dell’economia di un Paese, oggi quegli stessi istinti – la capacità di individuare il reale valore di una valuta – sembrano guidare le decisioni di Bessent, soprattutto dopo che il Tesoro ha affermato il mese scorso che lo yen risultava sottovalutato.
Questo potrebbe anche spiegare la scelta di acquistare yen utilizzando euro anziché dollari, nonostante le critiche di alcuni economisti, secondo i quali l’intervento non avrebbe avuto senso senza affrontare i problemi strutturali della politica fiscale giapponese. Bessent continua invece a sostenere che gli Stati Uniti nutrono fiducia nelle “politiche e nei fondamentali” dell’economia giapponese.
Oltre a valutare la situazione economica del Giappone – come faceva quando scommetteva contro lo yen da hedge fund manager oltre dieci anni fa – oggi Bessent deve naturalmente tenere conto anche degli interessi degli Stati Uniti.
Brusuelas ha spiegato a Fortune che il momento scelto per l’intervento era favorevole sia agli interessi americani sia a quelli giapponesi. Il Tesoro non voleva infatti che il Giappone – che detiene circa 1.100 miliardi di dollari in Treasury statunitensi – fosse costretto a venderli per acquistare yen, perché ciò avrebbe spinto ulteriormente al rialzo i tassi di interesse negli Stati Uniti. Il rendimento dei Treasury trentennali ha raggiunto il livello più alto dal 2007 dopo che la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi il 29 luglio, mentre il debito pubblico americano si avvicina ai 40.000 miliardi di dollari, oltre il 100% del Pil nazionale.
Come lo yen è legato al debito americano da 40.000 miliardi di dollari e al sistema del petrodollaro
Secondo i dati del Dipartimento del Tesoro, a febbraio gli investitori esteri detenevano circa 9.500 miliardi di dollari di Treasury statunitensi, capitali che contribuiscono a finanziare un debito destinato ormai a raggiungere i 40.000 miliardi. Negli ultimi dieci anni, però, la composizione dei finanziatori è cambiata profondamente.
La Cina, un tempo principale creditore estero degli Stati Uniti, ha progressivamente ridotto la propria esposizione. Le sue partecipazioni hanno raggiunto un picco di circa 1.320 miliardi di dollari nel novembre 2013, per poi dimezzarsi fino a circa 693 miliardi, facendo scendere Pechino al terzo posto tra i detentori esteri di debito americano, dietro a Giappone e Regno Unito.
Il Giappone, invece, è rimasto il principale possessore estero di titoli di Stato americani. È anche per questo che Washington era così interessata a evitare che Tokyo fosse costretta a venderne una parte. Diversamente dalla Cina, il portafoglio di Treasury giapponese rappresenta meno uno strumento geopolitico e più il risultato di una storica alleanza e di un’economia orientata all’export, che deve collocare da qualche parte gli ingenti ricavi ottenuti in dollari.
“Bessent, con la mentalità da hedge fund manager che lo contraddistingue, ha individuato un’opportunità per attenuare i rendimenti lungo tutta la curva, rafforzare il dollaro e sostenere uno dei principali alleati degli Stati Uniti”, ha spiegato Brusuelas a Fortune. “Washington ha colto l’occasione per sostenere il Giappone in un modo che ha contribuito a far scendere i rendimenti e ha evitato una più ampia vendita di dollari.”
Il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale si fonda in larga misura sul sistema del “petrodollaro”, nato dall’accordo del 1974 con cui l’Arabia Saudita accettò di prezzare il proprio petrolio in dollari e di reinvestire gli eccedenti negli asset statunitensi in cambio della garanzia di sicurezza americana. Quest’anno tale sistema è stato messo sotto pressione dal conflitto in Medio Oriente: l’Iran ha messo alla prova la capacità di Washington di garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, mentre Deutsche Bank ha avvertito che le notizie di navi che ottengono il passaggio nello stretto pagando in yuan potrebbero rappresentare “l’inizio del petroyuan”.
Con la situazione tra Iran e Stretto di Hormuz ancora in evoluzione – Bessent ha contribuito questa settimana a rassicurare i mercati annunciando la possibilità di un nuovo accordo per il cessate il fuoco nell’area – l’indebolimento dello yen rappresentava un’ulteriore crepa nello status, ancora dominante, del dollaro.
Mark Sobel, che ha lavorato al Tesoro statunitense per quasi quarant’anni, ha tuttavia definito “poco saggio” l’intervento di Bessent sullo yen, anche qualora l’obiettivo fosse quello di influenzare i rendimenti obbligazionari.
“Il mercato dello yen non è disordinato, ma riflette piuttosto politiche macroeconomiche incoerenti che richiedono interventi correttivi da parte del Giappone e che le operazioni sul mercato valutario non sono in grado di risolvere”, ha scritto Sobel a Fortune in una e-mail. “Se la sua preoccupazione riguarda il fatto che l’intervento sullo yen possa in qualche modo contenere l’aumento dei rendimenti dei Treasury americani, il modo migliore per affrontare il problema sarebbe attraverso un consolidamento fiscale.”
Con questa espressione si intende una riduzione del debito pubblico ottenuta tramite modifiche alla tassazione o alla spesa federale. Brusuelas ha però spiegato a Fortune che il motivo per cui Bessent “godrà di un margine d’azione molto più ampio quando si tratta di intervenire sui mercati” è che gli Stati Uniti operano ormai all’interno di un nuovo paradigma economico.
“Ci troviamo ora in un quadro di tipo populista”, ha affermato Brusuelas. “Non siamo più nel contesto della globalizzazione fondata sul libero mercato che, a mio avviso, ha caratterizzato il periodo dal 1990 al 2017. Per questo oggi Bessent opera in modo diverso”.
L’articolo originale è su Fortune.com
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Mia Osmonbekov
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