L’Italia torna a contare sei aziende nella Global 500 di Fortune con l’ingresso di Cdp


Sono nuovamente sei le aziende italiane nella Global 500 di Fortune, ma il divario con le altre grandi economie europee resta evidente. L’edizione 2026 della classifica delle maggiori imprese mondiali per fatturato segna un cambiamento storico al vertice: dopo oltre un decennio di dominio di Walmart, è Amazon a conquistare il primo posto, davanti proprio al colosso della grande distribuzione statunitense e alla società energetica cinese State Grid. Per il nostro Paese, invece, la principale novità è rappresentata dall’ingresso di Cdp Group, che debutta nella graduatoria e riporta la presenza italiana a sei aziende. Un risultato positivo, ma ancora insufficiente per colmare il gap con Germania, Francia e Regno Unito, che possono contare rispettivamente su 28, 24 e 21 società nella Global 500. Inoltre, nessuna impresa italiana riesce a entrare tra le prime cento del ranking, confermando le difficoltà del sistema industriale nazionale nell’esprimere gruppi delle dimensioni dei grandi colossi internazionali. 

Cdp entra per la prima volta nella Global 500

Il gruppo guidato da Dario Scannapieco debutta al 425° posto con ricavi pari a 38,17 miliardi di dollari. L’ingresso nella speciale classifica di Fortune rappresenta il risultato del percorso di trasformazione intrapreso negli ultimi anni da Cassa Depositi e Prestiti, che ha progressivamente rafforzato il proprio ruolo di banca nazionale per lo sviluppo. Il Piano strategico 2025-2027 punta infatti a mobilitare risorse per oltre 170 miliardi di euro a sostegno della crescita del Paese, facendo leva non solo sui capitali propri ma anche sull’effetto moltiplicatore degli investimenti privati. A contribuire alla crescita dimensionale del gruppo sono stati anche l’espansione delle attività di finanziamento a imprese e pubbliche amministrazione. Uno degli ultimi esempi di grande successo è stato il contributo decisivo fornito ad Angelini Pharma per acquistare la statunitense Catalyst Pharmaceutical.

Le cinque conferme

A guidare la pattuglia italiana resta Eni, che scende dal 104° al 118° posto con ricavi pari a 94,3 miliardi di dollari, in calo del 4,4% rispetto all’anno precedente. La flessione è riconducibile soprattutto a uno scenario energetico meno favorevole, caratterizzato da quotazioni medie del Brent inferiori rispetto al 2024 e da un ridimensionamento dei prezzi del gas naturale. Un contesto che ha inciso sui ricavi della vendita di idrocarburi e sui margini delle attività di esplorazione e produzione, pur a fronte di una produzione rimasta solida. Percorso opposto per Enel, che guadagna 18 posizioni, passando dal 145° al 127° posto, grazie a ricavi in crescita del 6,1%, fino a 90,6 miliardi di dollari. Il miglioramento riflette l’importante contributo delle reti elettriche e delle energie rinnovabili, sempre più centrali nella strategia del gruppo guidato da Flavio Cattaneo. Sale anche Assicurazioni Generali, che raggiunge il 218° posto con ricavi pari a 67,3 miliardi di dollari, in aumento dell’8,2%. Il gruppo assicurativo ha beneficiato della crescita della raccolta premi e del buon andamento sia del ramo Vita sia del ramo Danni, confermando il percorso di sviluppo intrapreso negli ultimi esercizi. Diverso l’andamento dei due principali gruppi bancari italiani. Intesa Sanpaolo arretra dal 255° al 303° posto con ricavi in calo del 7,9%, mentre UniCredit scende dal 306° al 353° posto registrando una flessione del 10,5%. Per entrambe le banche pesa soprattutto il confronto con il 2024, un anno particolarmente favorevole grazie agli elevati tassi d’interesse che avevano sostenuto il margine d’interesse. La progressiva riduzione di questo effetto ha determinato una normalizzazione dei ricavi, pur in presenza di risultati operativi che continuano a collocare i due istituti tra i più solidi e redditizi del panorama bancario europeo.
Un elemento distintivo che emerge dalla presenza italiana nella Global 500 è il peso della partecipazione pubblica: tre delle sei aziende italiane in classifica – Enel, Eni e Cassa Depositi e Prestiti – hanno infatti lo Stato tra gli azionisti di riferimento. Un’incidenza significativa se confrontata con altri grandi sistemi capitalistici, che evidenzia il ruolo ancora centrale del settore pubblico nei principali gruppi strategici del Paese. Una caratteristica che non può non sollevare degli interrogativi sulla capacità del sistema italiano di sviluppare un mercato più aperto alla competizione e agli investimenti privati, a differenza di quanto accade nelle economie europee confrontabili. 

La differenza con le principali economie europee

L’ingresso di Cdp è un buon segnale per l’Italia, tuttavia, il gap con le principali economie europee rimane enorme. La Germania è presente con 28 aziende, la Francia con 24 e il Regno Unito con 21, numeri che evidenziano una maggiore capacità di esprimere grandi gruppi industriali, finanziari ed energetici. Ancora più significativo è il fatto che nessuna azienda italiana riesca a entrare nella top 100 della classifica (due anni fa erano presenti Enel ed Eni), dominata da colossi americani e cinesi. Al vertice, per la prima volta dopo oltre un decennio di dominio di Walmart, c’è Amazon, seguita proprio dal gruppo della grande distribuzione statunitense e dalla cinese State Grid. 

Poste Italiane pronta al rientro?

Guardando al futuro, la compagine italiana potrebbe aumentare di numero e raggiungere quota sette. infatti, se l’Offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Poste Italiane su Tim dovesse andare a buon fine e il consolidamento dei conti del gruppo di telecomunicazioni producesse gli effetti attesi sui ricavi, Poste potrebbe infatti tornare a superare la soglia necessaria per rientrare nella Fortune Global 500. Si tratterebbe di un piccolo segnale di rafforzamento delle imprese del nostro Paese che però rimarrebbe sempre distante dalle altre maggiori potenze europee. 


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Andrea Cantelmo

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