L’Honduras è stato per anni uno dei Paesi più violenti al mondo e, ancora oggi, in molte aree le maras o pandillas esercitano un controllo capillare sul territorio.
Negli ultimi anni, però, il successo ottenuto dal presidente salvadoregno Nayib Bukele nella guerra contro le gang ha modificato alcuni equilibri.
Grazie allo stato d’emergenza, agli arresti di massa e al massiccio impiego di esercito e polizia, El Salvador è passato in pochi anni dall’essere uno dei Paesi più violenti del pianeta a uno dei più sicuri dell’America Latina.
Il modello adottato da Bukele ha spinto anche il governo onduregno a seguire una strategia simile, ma ha prodotto anche un effetto meno evidente: ha costretto le gang a trasformarsi.
Per evitare di fare la stessa fine dei loro compagni arrestati in El Salvador, molti affiliati hanno rinunciato ad alcuni dei simboli che per decenni avevano rappresentato la loro identità.
I tatuaggi della gang, un tempo motivo di orgoglio e appartenenza, oggi vengono evitati perché possono diventare un elemento sufficiente per essere arrestati.
Anche l’identità delle maras sta cambiando.
Il Barrio 18 continua a conservare gran parte delle proprie tradizioni, mentre la Mara Salvatrucha13 sembra orientata verso un’organizzazione meno legata all’identità personale e più alla funzione svolta all’interno del gruppo.
Alcuni affiliati spiegano di non “essere” più della MaraSalvatrucha, ma di “lavorare per” la Mara: una distinzione che riflette la volontà di ridurre l’esposizione dei propri membri e adattarsi a un contesto molto più ostile.
Le gang, dunque, non stanno semplicemente scomparendo ma stanno cambiando pelle, modificando simboli, linguaggio e modalità di appartenenza pur di continuare a sopravvivere.
Dopo circa dieci minuti di viaggio dall’uscita dell’aeroporto internazionale Ramón Villeda Morales, percorrendo la strada principale che conduce verso San Pedro Sula, basta svoltare a destra e imboccare una delle numerose vie secondarie per arrivare a Sector La Planeta.
Fin dai primi metri è evidente di essere entrati in un mondo parallelo, una società nella società, dove non è lo Stato a dettare le regole, ma le gang.
Qui il potere appartiene ai ragazzi del Barrio 18.

Il termine “maras”, con cui vengono comunemente indicate le principali gang di Honduras, El Salvador e Guatemala, deriva dalla parola spagnola “marabunta”, che significa “folla disordinata” e indica anche una specie di formiche rosse capace di distruggere tutto ciò che incontra sul proprio cammino.
L’immagine è efficace perchè le maras sono proprio questo, ovvero gruppi di giovani che all’apparenza possono sembrare innocui, ma che sono in grado di lasciare dietro di sé una lunga scia di violenza.
Le loro origini risalgono agli anni in cui migliaia di giovani centroamericani fuggirono dalle guerre civili rifugiandosi negli Stati Uniti.
Nei quartieri più difficili di Los Angeles si organizzarono prendendo esempio dalle gang già presenti sul territorio per difendersi dalla violenza delle bande rivali.
Fu proprio nelle strade di Los Angeles che nacque il Barrio 18.
Negli anni Novanta, con le deportazioni di massa dagli Stati Uniti verso l’America Centrale, molti membri della 18th Street Gang tornarono nei Paesi d’origine, contribuendo alla diffusione del fenomeno in Honduras, El Salvador e Guatemala.
Da allora il Barrio 18 e la Mara Salvatrucha, conosciuta anche come MS-13, combattono una guerra che dura ormai da oltre trent’anni.
Nel 2018 il presidente statunitense Donald Trump definì gli appartenenti alla MS-13 “animali”, mentre, il 23 settembre 2025, il segretario di Stato Marco Rubio ha inserito il Barrio 18 nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere, una lista fino ad allora riservata a gruppi come al-Qaeda e lo Stato Islamico.
Secondo l’FBI, le maras rappresentano oggi tra le organizzazioni criminali di strada più pericolose al mondo.
L’Honduras continua a registrare uno dei più alti tassi di omicidi al mondo, oltre sei volte superiore alla media globale, ed è tra i Paesi con la maggiore incidenza di morti causate da armi da fuoco.

In molte zone, soprattutto nei quartieri segnati da povertà, disoccupazione e scarse opportunità educative, il controllo del territorio appartiene alle gang più che allo Stato.
Sector La Planeta, alla periferia di San Pedro Sula, ne è uno degli esempi più evidenti.
La città, nel 2012, registrò il più alto tasso di omicidi al mondo: 169 ogni 100 mila abitanti, un dato enorme se si considera che già oltre 22 omicidi ogni 100 mila abitanti rappresentano, a livello internazionale, un livello di criminalità estremamente elevato.
Entrare a Sector La Planeta senza essere conosciuti è praticamente impossibile.
Una fitta rete di sentinelle, composta spesso da ragazzini, controlla ogni accesso al quartiere.
Ogni automobile viene osservata, ogni volto sconosciuto segnalato immediatamente ai membri della gang.
Dopo pochi secondi ci fermano un gruppo di ragazzini.
Tredici, forse quattordici anni, si mettono davanti alla macchina e ci bloccano la strada.
Uno di loro inizia a fare domande dirette.
“Chi siete? Cosa volete? Perché siete qui?”
Il mio collega gli spiega con calma che avevamo un appuntamento con El Loco, un membro della gang.
A quel punto quei ragazzi hanno iniziato a parlare tra loro, hanno fatto qualche chiamata e poi ci hanno dato il permesso di entrare.
Perché qui la fiducia non esiste, esiste solo il controllo.
In una pulpería di Sector La Planeta, tra birre vuote, odore di carne alla griglia e fumo di marijuana, alcuni giovani giocano al flipper.
A prima vista sembrano ragazzi comuni, ma in realtà sono affiliati al Barrio18, una delle gang più temute del mondo.
Qui i membri del Barrio 18 hanno spesso tra i tredici e i ventisei anni.
Molti di loro sembrano avere un destino già scritto fin dall’infanzia.
Crescono in un ambiente in cui la gang rappresenta l’unico luogo in cui trovare protezione, riconoscimento e senso di appartenenza.
Alcune strade del quartiere sono veri e propri confini invisibili e attraversarle significa rischiare la vita, perché oltre quel limite inizia il territorio controllato dalla Mara Salvatrucha13 e da altre gang.

In queste comunità i padri sono spesso assenti e molte madri, lasciate sole, faticano a esercitare qualsiasi autorità sui figli.
Per tanti adolescenti la gang finisce così per occupare quel vuoto, trasformandosi nell’unica famiglia possibile.
Vivere in un quartiere come Sector La Planeta significa imparare fin da piccoli regole che non sono scritte in nessun codice, ma che tutti conoscono.
Qui la legge non è quella dello Stato.
“In questo barrio lo Stato e la legge siamo noi. Se qualcuno ruba o stupra, lo uccidiamo.”
A parlare è El Loco, ventitré anni e nove omicidi alle spalle.
Ha gli occhi socchiusi per la marijuana fumata durante tutta la giornata, una barba appena accennata e l’aspetto di un qualsiasi ragazzo poco più che ventenne.
Indossa scarpe da ginnastica, pantaloncini e una semplice maglietta.
Se lo incontrassi per strada in una città europea, probabilmente non attirererebbe nemmeno l’attenzione.
Non assomiglia ai gangster raccontati dai film hollywoodiani e forse è proprio questo l’aspetto più inquietante: la normalità con cui la violenza può presentarsi.
Quasi tutta la sua famiglia ha fatto parte del Barrio 18.
Per questo motivo non ha nemmeno dovuto affrontare il tradizionale rito d’iniziazione.
Per gli altri, invece, l’ingresso nella gang passa attraverso il cosiddetto “battesimo”: un violento pestaggio collettivo che sancisce l’appartenenza al gruppo.
Dura tredici secondi nella Mara Salvatrucha o MS13 e diciotto nel Barrio 18.
Una volta entrati, uscirne è quasi impossibile.
El Loco tiene subito a fare una precisazione.
“Qui in Honduras quando parlano di maras intendono quelli della MS-13. Noi preferiamo chiamarci pandilleros, da pandilla”.
Poi sorride appena e aggiunge:
“Noi siamo pandilleros. I mareros li ammazziamo.”
Sector La Planeta è uno dei quartieri più poveri e violenti della città.
Molte abitazioni portano ancora i segni lasciati dagli uragani che hanno colpito l’Honduras negli ultimi anni.
Quando arriva la sera, il quartiere cambia volto.
Le poche lampadine sparse tra le case non riescono a illuminare le vie sterrate e fangose.
La notte porta con sé una sensazione costante di pericolo che, per gli abitanti, con il tempo si trasforma in abitudine.

Per i membri delle gang, invece, quella stessa sensazione diventa una dipendenza.
El Loco racconta uno degli episodi che più hanno segnato la sua vita.
“Qui ci spariamo spesso. Qualche tempo fa hanno aperto il fuoco contro me e mia sorella. Avevamo bevuto durante una festa e ci eravamo avvicinati troppo al confine con il territorio della MS-13.
Quando quelli che ci stavano sparando sono entrati nella nostra zona, alcuni ragazzi del Barrio sono intervenuti per aiutarci.
Li abbiamo catturati, li abbiamo torturati per farli parlare e poi li ho uccisi sparandogli alla testa.
In queste strade non puoi mai abbassare la guardia. Basta un attimo per passare da cacciatore a preda”.
Lo racconta senza alzare la voce, senza enfasi, come se stesse parlando di un episodio qualsiasi della sua giornata.
Nel mondo delle pandillas l’identità è fondamentale.
Per anni i membri della Mara Salvatrucha si sono riconosciuti anche attraverso dettagli apparentemente insignificanti: le scarpe Nike Cortez, un taglio sul sopracciglio, abiti particolarmente aderenti, indicati con il termine “mamey”.
Indossare quei simboli, anche senza appartenere alla gang, può costare la vita se ci si trova nel quartiere sbagliato.
Il Barrio 18, invece, continua a distinguersi attraverso lo stile “cholo”: pantaloni larghi, magliette oversize e un’estetica ereditata dalle gang di Los Angeles e del Messico.
Uno stile che non rappresenta soltanto un modo di vestirsi, ma un’identità culturale e territoriale, perchè in queste strade anche l’abbigliamento, può determinare da quale parte del confine ci si trova.

Nel quartiere di Sector La Planeta, controllato dal Barrio18, il microtraffico rappresenta una delle principali fonti di guadagno della gang.
Una bustina contenente circa mezzo grammo di cocaina pura può essere acquistata per quattro dollari.
Storicamente, insieme allo spaccio, anche le estorsioni hanno rappresentato una delle attività principali delle bande, non soltanto come fonte economica ma anche come strumento per esercitare controllo e consolidare il proprio potere sul territorio.
Per contrastare l’attività delle pandillas, nel dicembre 2022 le autorità honduregne hanno introdotto lo stato d’emergenza, concedendo alla polizia maggiori poteri, tra cui la possibilità di effettuare arresti e perquisizioni senza mandato giudiziario, soprattutto nelle aree considerate ad alta criminalità.
“Quando la polizia viene a prendere qualcuno della gang, spesso riusciamo a pagare per farlo liberare, perché molte volte non ci catturano per arrestarci, ma per chiedere un riscatto.
È così che fanno molti soldi extra.
Anche io una volta sono stato rapito, mi hanno liberato dopo circa una settimana. Se vengono nel nostro quartiere, sappiamo che nessuno aiuterà la polizia, perché le persone sanno che altrimenti pagherebbero con la propria vita”.

El Negro è il capo della gang ed è l’unico ragazzo di colore del gruppo.
È ancora molto giovane eppure porta già sul corpo i segni di una vita trascorsa dentro un ambiente violento.
Quando era poco più di un bambino, mentre teneva una pistola in mano, si sparò accidentalmente alla mano sinistra.
Da quel giorno non riesce più a piegare completamente alcune dita.
Rispetto agli altri ragazzi della gang, El Negro appare più riservato.
Parla poco di sé e della propria vita, forse perché un capo non può permettersi di mostrare debolezza, di abbassare la guardia o lasciare spazio alla pietà.
La leadership, in quel mondo, significa soprattutto essere sempre pronti al pericolo.
Sua madre gli aveva offerto la possibilità di trasferirsi insieme a lei in un’altra città e provare a costruire una nuova vita.
Lui, però, aveva scelto di rimanere.
Aveva scelto la gang invece della famiglia, perché per lui la gang era diventata l’unica famiglia possibile.
“Un capo ha delle responsabilità. Devo avere sempre gli occhi aperti, anche dietro la schiena, perché il pericolo di essere ammazzato è sempre dietro l’angolo. Ma posso assicurarti che venderò cara la mia pelle”.
El Loco mi racconta che El Negro aveva recentemente ucciso sua zia, accusata di aver parlato con la polizia.
Mi spiega che, all’interno di una gang, in una situazione del genere, può essere proprio un familiare a dover compiere l’omicidio, perché bisogna dimostrare che la pandilla viene prima di qualsiasi legame di sangue.
“Quando fai parte di una pandilla, non c’è scelta.
Se è sangue del tuo sangue, sei tu che devi farlo”.

Per uno come El Negro, non solo è difficile immaginare una vita diversa, ma è quasi impossibile persino concepirla.
L’improvviso successo ottenuto dal presidente salvadoregno Nayib Bukele nella lotta contro le bande criminali ha aumentato la pressione sul governo honduregno affinché seguisse la stessa strada.
Anche se molte persone in Honduras non condividono completamente i metodi adottati da Bukele, una parte significativa della popolazione guarda con favore alle sue politiche di contrasto alle gang.
Tuttavia, diverse organizzazioni e osservatori hanno denunciato il rischio che molte persone arrestate non avessero alcun legame con le gang.
“Abbiamo visto tantissimi ragazzi che non avevano nessun legame con la gang essere arrestati soltanto perché avevano dei tatuaggi. Sai quante volte abbiamo visto la polizia picchiare, rubare e ammazzare persone senza un vero motivo?”.
Mentre pronuncia queste parole, El Loco mi mostra le cicatrici dei tre colpi di pistola che ha ricevuto durante la sua vita.
Le esibisce quasi come fossero medaglie al valore, testimonianze di sopravvivenza.
Poi mi mostra i suoi tatuaggi.
Sulla mano destra, proprio dove poco prima erano appoggiati alcuni proiettili, è impressa una frase in inglese: “All we need is love”.
Poche parole riescono a riassumere con tanta forza quella che, probabilmente, è allo stesso tempo una delle cause e una delle possibili soluzioni al fenomeno delle gang.
E forse è proprio qui che quella frase sul dorso della mano acquista il suo significato più profondo, perché dietro ogni storia di una gang, prima ancora del crimine, c’è spesso una storia di assenze.
E se l’amore può sembrare una risposta troppo semplice davanti a un fenomeno così complesso, rimane comunque il punto da cui ricominciare.
Offrire ai giovani un’alternativa prima che siano costretti a cercarla nelle strade.
“Io non ho paura di farmi tatuaggi. Qui in Honduras abbiamo regole diverse rispetto alle gang in El Salvador.
Noi non ci tatuiamo il simbolo della gang perché altrimenti troppe persone verrebbero arrestate.
Qui rischi di finire in carcere anche solo per un tatuaggio dedicato alla tua ragazza o a tuo figlio.

Anche in El Salvador, probabilmente, con il tempo i membri delle gang si faranno sempre meno tatuaggi per evitare di essere arrestati. Io non ho paura del carcere. Ho convissuto tutta la vita con la violenza e so che la mia vita finirà con la violenza”.
I membri delle gang sono giovani che trascorrono le loro giornate tra alcool, droga e violenza, con come unica prospettiva quella di finire in carcere o morire per la gang.
Paradossalmente, però, in alcuni quartieri controllati dalle bande, l’aumento dei poteri concessi alla polizia ha generato ancora più paura tra gli abitanti.
“Preferisco subire un’estorsione da parte di ragazzi che conosco da quando sono nati piuttosto che subire la violenza di militari o poliziotti che non ho mai visto”.
È una frase che ritorna spesso quando si parla con le persone che vivono in questi quartieri.
Diverse associazioni per la difesa dei diritti umani sostengono che il prolungamento dello stato d’emergenza nazionale in Honduras abbia creato un sistema di impunità per le forze dell’ordine.
Secondo molti giornalisti onduregni, lo stato d’emergenza non avrebbe più come unico obiettivo la riduzione della violenza, ma sarebbe diventato anche uno strumento di controllo.
Le persone diventano spesso aggressive dopo aver vissuto sulla propria pelle la violenza.

Molti ragazzi che entrano nelle gang sono il prodotto dell’ambiente nel quale sono cresciuti e, come ogni essere umano, imparano a restituire al mondo ciò che dal mondo hanno ricevuto.
O, per dirlo con le parole di El Negro:
“Quando la violenza ti circonda, ti ci abitui e devi imparare fin da subito le regole fondamentali per riuscire a sopravvivere: spara per primo, prima che gli altri sparino a te; sii disposto a tutto per la gang e non parlare mai con la polizia.
Qui funziona così.
Penso che, anche se avessi voluto cambiare vita, il mio destino sarebbe stato quello di diventare un pandillero.
Il destino non si può fermare, bisogna soltanto seguire il suo disegno.
È tutta la vita che vedo violenza intorno a me e adesso non ho paura di morire.
Se morirò, non so che fine farà la mia anima, credo probabilmente che andrà all’inferno, a bruciare per l’eternità.
Ma una cosa la so e cioè che non ci sarà mai pace per noi pandilleri, perché non ci sarà mai fine a questa guerra”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
gabriele rossi
Source link














