Dubai ha rappresentato per molto tempo la destinazione della tassazione azzerata, e questa fama ha attirato imprenditori e società di ogni tipo. Con l’introduzione della corporate tax federale nel giugno 2023, il quadro è cambiato.
Oggi l’aliquota effettiva varia in base al luogo in cui si costituisce l’azienda, alla tipologia di reddito prodotto e al rispetto dei requisiti previsti dalla normativa.
La corporate tax federale dal 2023
Dal 1° giugno 2023 gli Emirati Arabi Uniti applicano un’imposta sulle società articolata su due scaglioni. Gli utili fino a 375.000 AED (circa 95.000 euro) sono tassati allo 0%, mentre sulla parte eccedente si applica un’aliquota del 9%.
Una società che chiude l’anno con 300.000 AED di utile non versa quindi alcuna imposta. Se invece l’utile raggiunge i 500.000 AED, il 9% si applica soltanto sui 125.000 AED che superano la soglia, per un totale di circa 11.250 AED. L’imposta grava solo sulla quota eccedente, non sull’intero utile, e questa differenza incide in modo sensibile sui calcoli.
Anche dopo la riforma, il 9% rimane tra le aliquote più contenute a livello internazionale. In Italia una SRL è soggetta all’IRES al 24% oltre all’IRAP. Il divario contribuisce a spiegare perché il flusso di capitali verso gli Emirati non abbia subito rallentamenti significativi.
Free zone e mainland: due regimi distinti
La differenza fiscale più rilevante dipende dal contesto in cui si costituisce la società. Gli Emirati prevedono due possibilità, con conseguenze molto diverse sul piano dell’imposizione.
Le free zone sono zone economiche speciali, soltanto a Dubai se ne contano oltre quaranta, concepite per attrarre attività internazionali.
Una società che ottiene lo status di Qualifying Free Zone Person (QFZP) può mantenere l’aliquota allo 0% sul reddito qualificante, ovvero quello generato all’interno della free zone o verso l’estero. Da qui deriva gran parte della loro attrattività.
Il mainland è il territorio ordinario degli Emirati. Una società mainland può operare senza limitazioni sul mercato interno, ma sconta il 9% sugli utili oltre soglia, senza eccezioni.
In cambio ottiene l’accesso diretto ai clienti locali e agli appalti pubblici, un ambito precluso a chi opera esclusivamente in free zone.
L’aliquota agevolata delle free zone non è comunque automatica. Quando una QFZP produce reddito da attività svolte sul mercato interno emiratino, quella componente viene tassata al 9%.
Lo status di QFZP deve essere acquisito e mantenuto rispettando requisiti precisi, tra cui una presenza economica effettiva (substance) e una contabilità certificata.
La scelta del contesto di costituzione dovrebbe partire dal modello di business, e non dal solo obiettivo di ridurre il carico fiscale. Per chi vende prevalentemente a clienti locali, la free zone può rivelarsi un limite anziché un vantaggio.
Chi desidera approfondire il funzionamento pratico della costituzione societaria negli Emirati può consultare una guida dettagliata su come aprire una società a Dubai, in cui le differenze tra le due strade vengono illustrate caso per caso.
L’IVA negli Emirati
Accanto alla corporate tax esiste anche l’IVA (VAT), introdotta già nel 2018 e talvolta dimenticata quando si parla di fiscalità emiratina. L’aliquota standard è del 5%, tra le più basse su scala globale.
L’obbligo di registrazione scatta per chi supera i 375.000 AED di fatturato imponibile annuo, mentre al di sotto dei 187.500 AED la registrazione resta facoltativa.
Diverse società in free zone sono comunque tenute ad aprire la partita IVA e a presentare le dichiarazioni periodiche: il regime agevolato sulla corporate tax non comporta alcun esonero dagli obblighi IVA, poiché si tratta di due ambiti separati.
Alcune categorie, come determinati servizi finanziari o le operazioni di export verso l’estero, beneficiano di esenzioni o dell’aliquota zero.
L’idea diffusa secondo cui a Dubai l’IVA non esisterebbe è quindi priva di fondamento, e la relativa gestione contabile va considerata fin dall’avvio dell’attività.
La Domestic Minimum Top-up Tax per i grandi gruppi
Dal 1° gennaio 2025 gli Emirati applicano una Domestic Minimum Top-up Tax (DMTT) del 15%, in linea con le regole OCSE del Pillar Two.
La misura riguarda le multinazionali con ricavi globali consolidati pari o superiori a 750 milioni di euro, mentre le PMI e le società di consulenza ne restano fuori.
Questa imposta segnala una direzione precisa: la pressione internazionale sta progressivamente ridimensionando i regimi a bassissima tassazione, e gli Emirati stanno adeguando la propria normativa in anticipo rispetto a eventuali obblighi futuri.
Per chi pianifica su un orizzonte di lungo periodo, si tratta di un fattore rilevante.
Il carico fiscale nei casi più comuni
Tra corporate tax, IVA e differenti status societari, i principali scenari si possono riassumere in tre casi.
Un freelance o una piccola società in free zone con status QFZP e reddito prodotto all’estero è soggetto alla corporate tax allo 0%, con eventuale IVA al 5% al superamento della soglia di fatturato.
Una società mainland che opera con clienti locali applica lo 0% fino a 375.000 AED di utile e il 9% sulla parte eccedente, oltre all’IVA al 5%.
Una free zone che vende anche sul mercato interno beneficia dello 0% sul reddito qualificante e sconta il 9% sulla quota di reddito non qualificante.
Per la maggior parte degli imprenditori, il carico fiscale complessivo rimane nettamente inferiore a quello europeo. Una tassazione contenuta non coincide però né con l’assenza di imposte né con l’assenza di adempimenti.
Le variabili da valutare oltre l’aliquota
Concentrarsi solo sull’aliquota può portare a valutazioni errate. Il costo della vita a Dubai è aumentato, gli affitti degli spazi ad uso ufficio incidono in modo rilevante e la gestione contabile è ormai un obbligo strutturato, con audit e scadenze da rispettare.
Il vantaggio fiscale degli Emirati resta reale e competitivo, ma dà i risultati migliori quando si inserisce in un progetto imprenditoriale dotato di una propria solidità, indipendente dal fattore fiscale.
Prima di qualsiasi decisione conviene verificare la residenza fiscale: chi mantiene la residenza fiscale in Italia rischia di vedersi contestare l’imposizione sui redditi dall’Amministrazione finanziaria italiana, con la conseguenza di vanificare l’intero ragionamento sull’aliquota agevolata.
È l’errore più oneroso e al tempo stesso più frequente, con un impatto ben superiore a qualsiasi differenza di pochi punti percentuali.
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