Ci sono professioni che, anche quando si interrompono, continuano a lasciare una traccia profonda nel modo di osservare la realtà. L’attività ispettiva è una di queste. Oggi che il mio percorso professionale mi ha portato a guardare il mondo del lavoro da una prospettiva diversa, porto con me quella stessa attenzione maturata sul campo: uno sguardo forse più distaccato, ma arricchito dall’esperienza di chi ha incontrato direttamente aziende, lavoratori e situazioni nelle quali il rischio non era ancora diventato un evento, ma era già presente. Ed è proprio da questa esperienza che è nata la mia continua domanda: possiamo ancora accontentarci di una vigilanza che interviene quando il danno si è già verificato?
(a cura della dott.ssa Francesca Levato, ispettore del lavoro nei ruoli dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, attualmente in posizione di comando presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri). In materia abbiamo organizzato la seconda edizione del Corso di formazione in sicurezza sul lavoro – Analisi dei rischi, appalti privati e pubblici e tecniche ispettive INL.
1. Il mestiere dell’ispettore: leggere il rischio prima che diventi evento
La risposta, per chi ha vissuto quotidianamente l’attività ispettiva, è complessa ma inevitabile. Gli infortuni, le violazioni della normativa sulla sicurezza e le forme più gravi di sfruttamento lavorativo raramente rappresentano episodi improvvisi. Nella maggior parte dei casi sono il risultato finale di un processo graduale, nel quale nel tempo si sono accumulati segnali di criticità: un’organizzazione sotto pressione, una manutenzione trascurata, una formazione insufficiente, un ricorso eccessivo agli straordinari, una crescente precarietà o una progressiva perdita di attenzione verso la tutela della persona. Quando l’ispettore arriva DOPO l’evento, spesso il suo compito è ricostruire ciò che sarebbe stato possibile prevenire. La vera sfida della vigilanza moderna consiste quindi nello spostare lo sguardo: non soltanto accertare ciò che è accaduto, ma comprendere ciò che sta per accadere.
2. Dalla repressione alla prevenzione: la vigilanza cambia paradigma. Quando il dato entra nel mondo del lavoro: la nuova frontiera della vigilanza
La prevenzione, del resto, non può essere soltanto un principio scritto nelle norme. Se il sistema delineato dal d.lgs. n. 81/2008 pone al centro l’anticipazione del rischio, anche la funzione ispettiva deve evolversi nella stessa direzione, imparando a leggere quei segnali deboli che spesso precedono l’evento dannoso. La digitalizzazione offre oggi una possibilità concreta. Per la prima volta la vigilanza può osservare il rischio prima che diventi un evento, mettendo insieme informazioni che fino a ieri viaggiavano su binari separati: incidenti mancati, condizioni contrattuali, organizzazione del lavoro, segnali provenienti dal territorio. Strumenti come SILCA rappresentano un esempio significativo di questa evoluzione, perché consentono di superare la frammentazione delle informazioni e di costruire una conoscenza più ampia delle realtà produttive. Ma il valore del dato non risiede nella sua semplice disponibilità. Un numero, da solo, non racconta mai tutta la storia. Dietro ogni indicatore vi sono persone, organizzazioni e condizioni di lavoro che devono essere comprese.
3. L’algoritmo legge i dati, l’ispettore interpreta la realtà
Un algoritmo può segnalare un’anomalia, evidenziare una correlazione o suggerire una priorità di intervento. Tuttavia, non può sostituire il giudizio professionale di chi conosce il lavoro reale. Dietro un aumento degli infortuni, un elevato turnover o una serie di near miss può esserci una realtà complessa: un’impresa in difficoltà, lavoratori vulnerabili, pressioni produttive o scelte organizzative che hanno progressivamente spostato l’equilibrio tra efficienza e sicurezza. Ma proprio quando la tecnologia sembra offrire nuove possibilità di prevenzione, emergono interrogativi che non possono essere elusi. Chi decide quali dati devono essere considerati rilevanti? Chi stabilisce i criteri attraverso i quali un algoritmo individua una situazione di rischio? Chi controlla il funzionamento dello strumento e verifica che le sue valutazioni siano corrette? La disponibilità di sistemi predittivi introduce infatti una nuova forma di responsabilità. Un algoritmo può elaborare informazioni, individuare ricorrenze e suggerire scenari possibili, ma ogni risultato rimane il frutto delle informazioni che gli vengono fornite e delle logiche con cui viene costruito. Un dato incompleto, una scelta metodologica non adeguatamente valutata o un modello non correttamente interpretato possono produrre una rappresentazione distorta della realtà. Per questa ragione anche una vigilanza fondata sull’intelligenza artificiale non può prescindere dal principio della supervisione umana. Un’impresa non può essere considerata “a rischio” esclusivamente perché un sistema statistico l’ha classificata come tale. La probabilità non può trasformarsi automaticamente in una responsabilità giuridica, né un indicatore può sostituire l’accertamento concreto delle condizioni di lavoro.
4. La responsabilità nascosta dell’intelligenza artificiale
Il rischio individuato dall’algoritmo deve essere sempre il punto di partenza di un’indagine, non il suo punto di arrivo. Sarà poi l’ispettore, attraverso il confronto con la realtà aziendale, l’osservazione diretta e la propria esperienza professionale, a valutare se quel segnale rappresenti una reale criticità oppure soltanto una correlazione priva di effettivo significato. In questa prospettiva, la vera sfida della vigilanza intelligente non è costruire macchine capaci di decidere, ma sistemi capaci di aiutare le persone a decidere meglio. Perché la sicurezza sul lavoro non può essere affidata esclusivamente alla capacità predittiva di un algoritmo: riguarda persone, diritti e responsabilità che devono rimanere sempre riconducibili all’uomo. Per questo motivo la vigilanza del futuro dovrà essere anche una vigilanza intelligente: una vigilanza ETICA. La tecnologia può illuminare il percorso, ma non può scegliere la direzione. L’algoritmo può aiutare l’ispettore a vedere ciò che prima sfuggiva, a riconoscere prima i segnali e a valutare meglio le situazioni, ma non potrà mai prendere il posto della responsabilità, dell’esperienza e del giudizio umano.La stessa logica preventiva può essere applicata anche ai fenomeni di sfruttamento lavorativo, dove spesso il rischio sociale e il rischio per la sicurezza viaggiano insieme. Questa riflessione assume particolare importanza anche nel contrasto al caporalato. Il fenomeno non può essere affrontato esclusivamente quando lo sfruttamento è già evidente e consolidato. Una strategia realmente preventiva deve essere in grado di
intercettare quei contesti nei quali condizioni economiche, organizzative e sociali possono favorire l’emersione del fenomeno. In tale prospettiva, l’Osservatorio nazionale sul fenomeno del caporalato, istituito presso il Ministero dell’Interno e al quale partecipa anche l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, può rappresentare un punto strategico di coordinamento e conoscenza. La sua funzione potrebbe evolvere ulteriormente attraverso una maggiore integrazione tra dati istituzionali, informazioni territoriali e contributo degli operatori che quotidianamente entrano in contatto con le realtà più fragili. Un ruolo fondamentale è svolto infatti dai mediatori culturali, dagli operatori sociali e dalle organizzazioni che vivono il territorio. Essi rappresentano spesso il primo punto di ascolto per quei lavoratori che, per difficoltà linguistiche, condizioni di vulnerabilità o timore di conseguenze, non riescono a rivolgersi direttamente alle istituzioni. Sono vere e proprie sentinelle della prevenzione, perché intercettano segnali che nessun sistema informatico potrebbe cogliere autonomamente. È proprio dall’incontro tra tecnologia e conoscenza umana che può nascere una nuova idea di vigilanza intelligente. Se oggi siamo capaci di creare un gemello digitale di una macchina per prevederne il guasto, la domanda naturale è: possiamo fare lo stesso con un’organizzazione per prevenire il danno alle persone? In questo scenario si può pensare di collocare il concetto di Digital Twin della sicurezza: non un semplice modello informatico, ma una rappresentazione dinamica del rischio aziendale, alimentata dall’integrazione di informazioni diverse e capace di restituire nel tempo l’evoluzione delle condizioni di sicurezza di un’organizzazione. Il suo valore non consiste nel sostituire l’attività dell’ispettore, del datore di lavoro o dei professionisti della prevenzione, ma nel fornire una base conoscitiva più ampia per assumere decisioni migliori e più tempestive. La vera innovazione non sarà affidare la sicurezza agli algoritmi, ma utilizzare la tecnologia per rafforzare la capacità degli uomini di prevenire. Perché, alla fine, ogni dato, ogni previsione e ogni analisi rimandano sempre alla stessa domanda: siamo riusciti ad intervenire prima che il rischio diventasse una conseguenza irreversibile per una persona? Questa è la sfida della vigilanza intelligente: non sostituire l’uomo con la macchina, ma mettere la macchina al servizio della responsabilità dell’uomo.
5. La valutazione dei rischi resta un atto umano
L’algoritmo può indicare dove guardare, ma solo l’uomo può comprendere cosa sta realmente accadendo. La sicurezza sul lavoro non è soltanto una questione di numeri, percentuali e previsioni. È una questione di responsabilità verso persone concrete. E il valore più grande della tecnologia non sarà dimostrato dalla capacità di prevedere un incidente, ma dalla capacità degli uomini di intervenire prima che quell’incidente accada. Il D.Lgs. 81/2008 affida al datore di lavoro la responsabilità primaria della valutazione dei rischi e dell’adozione delle misure necessarie a proteggere la salute dei lavoratori. Un principio che non può essere delegato a nessun sistema informatico, per quanto avanzato possa essere. L’algoritmo può segnalare una criticità, evidenziare una tendenza, suggerire un approfondimento, ma non può sostituire chi ha il compito di conoscere, valutare e governare concretamente l’organizzazione del lavoro. La valutazione dei rischi prevista dall’articolo 28 del Testo Unico non è una semplice elaborazione di dati né un documento da compilare per adempiere a un obbligo formale. È un processo dinamico che deve misurarsi con la realtà quotidiana dell’impresa: gli ambienti di lavoro, le
attrezzature, le modalità produttive, i carichi organizzativi, i ritmi e le condizioni dei lavoratori. In questo scenario l’intelligenza artificiale può rappresentare un alleato importante. La capacità di mettere in relazione informazioni diverse — infortuni, near miss, manutenzioni, formazione, turnazioni, carichi di lavoro e cambiamenti organizzativi — può aiutare a individuare segnali di rischio che una lettura tradizionale potrebbe non cogliere. Ma il dato, da solo, non racconta mai tutta la storia. Il rischio nasce nei luoghi di lavoro e deve essere interpretato dentro quei luoghi. L’esperienza ispettiva insegna, infatti, che dietro ogni indicatore c’è una realtà umana e organizzativa. Un aumento degli incidenti mancati può essere il sintomo di una produzione spinta oltre i limiti; una formazione formalmente svolta può non aver prodotto una reale cultura della sicurezza; una manutenzione rinviata può rivelare una scelta aziendale che ha privilegiato l’efficienza immediata rispetto alla prevenzione. Per questo l’algoritmo deve rimanere uno strumento di supporto e non diventare un nuovo decisore. Il datore di lavoro, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, il medico competente e tutti gli attori del sistema sicurezza devono continuare ad assumere decisioni fondate sulla conoscenza concreta dei processi lavorativi. La tecnologia può ampliare lo sguardo, ma non può sostituire il giudizio professionale. Lo stesso vale per l’attività ispettiva. Una classificazione automatica che individui un’impresa come potenzialmente rischiosa non può trasformarsi in una presunzione di violazione, così come l’assenza di indicatori negativi non può diventare una certificazione automatica di sicurezza. Il dato deve orientare l’azione, non sostituire l’accertamento. La vera provocazione della vigilanza intelligente sarà quindi trovare un equilibrio tra innovazione e responsabilità. L’algoritmo può indicare dove guardare, ma solo l’uomo può comprendere che cosa sta realmente accadendo. Il futuro della prevenzione non dipenderà soltanto dalla quantità di informazioni disponibili, ma dalla capacità di trasformarle in conoscenza e decisioni responsabili. La tecnologia potrà aiutare a intervenire prima, ma la tutela della salute, della dignità e della vita dei lavoratori resterà sempre una responsabilità umana.
Una verità è semplice, ed è quella che conosce ogni ispettore: gli infortuni raramente nascono nel momento in cui accadono. Quel momento è solo l’ultimo atto di una storia iniziata prima.
Formazione per professionisti
Corso di formazione in sicurezza sul lavoro – Analisi dei rischi, appalti privati e pubblici e tecniche ispettive INL
Il percorso offre ai professionisti del settore una visione chiara, concreta e aggiornata sugli obblighi del datore di lavoro in materia di sicurezza, sugli strumenti ispettivi dell’INL e sulle dinamiche di responsabilità negli appalti privati e pubblici. L’obiettivo è costruire una competenza solida, aggiornata e spendibile tanto nell’attività di consulenza quanto nelle strategie difensive in occasione di accessi ispettivi.
Il ciclo si conclude con un quadro ragionato delle principali novità in vigore dal 1° gennaio 2026 ad oggi.
Obiettivi del corso
• Comprendere come si costruisce una valutazione dei rischi efficace e tempestiva e quali responsabilità possono emergere in caso di omissioni o carenze documentali
• Conoscere l’approccio ispettivo e guidare i propri assistiti nella predisposizione di audit interni coerenti con il metodo INL
• Acquisire una visione chiara delle complesse dinamiche proprie della sicurezza negli appalti, su come valutare la filiera e qualificare correttamente i soggetti sotto il profilo prevenzionistico
• Affrontare la vigilanza in materia di contratti pubblici sotto il profilo degli obblighi in materia di salute e sicurezza sul lavoro
• I partecipanti saranno preparati ad affrontare le trasformazioni tecnologiche e organizzative che hanno influenzato il sistema prevenzionistico dal 2026 in avanti
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Francesca Levato
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