I social media che fanno capo a TikTok e Meta hanno attivato protocolli di crisi sulla situazione a Ceuta e “hanno messo in atto un meccanismo ad hoc di escalation e cooperazione con i fact-checker“. per arginare la disinformazione online.
Lo scrive su X la vicepresidente esecutiva della Commissione Europea con competenza sulla sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, assicurando che Bruxelles continuerà a lavorare con le piattaforme “per soffocare le reti criminali che vendono false promesse, a costo di vite umane”.
Crisi di Ceuta, intervengono TikTok e Meta
“La Commissione europea, Europol e le piattaforme si confrontano quotidianamente e abbiamo aumentato il nostro coordinamento”, ha dichiarato Virkkunen.
“Continueremo a essere vigili nel nostro lavoro con le nostre agenzie e le piattaforme per soffocare le reti criminali che vendono false promesse, a costo di vite umane”, prosegue la nota della vicepresidente.
Colloqui con la Spagna, supporto sul Dsa
Virkkunen ha anche riferito di aver avuto “un colloquio costruttivo” con il ministro spagnolo per la Trasformazione digitale e la Funzione pubblica, Oscar Lopez, “riguardo alla situazione a Ceuta e a come prevenire viaggi così pericolosi e illegali e la tragica perdita di vite umane”.
Virkkunen e Lopez hanno discusso delle misure per prevenire la migrazione irregolare e le perdite di vite umane. La vicepresidente ha ribadito l’importanza della piena attuazione del Dsa in Spagna e ha riferito che la Commissione europea “è pronta a offrire ulteriore sostegno per quanto riguarda lo spazio digitale, anche nell’ambito del Dsa, se richiesto”.
Il fack-checking su Ceuta e il tam tam sui social
Il team di fact-checking di Euronews, che ha raccolto e ha analizzato le affermazioni circolate sui social media attorno alla crisi dei migranti a Ceuta, riferisce che prima che circa 70mila persone attraversassero il confine con il territorio spagnolo di Ceuta, su TikTok, Facebook e altre piattaforme sarebbero circolati video che promettevano una via più semplice per arrivare in Europa.
Altri hanno pubblicato foto del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, presentandolo come un leader che avrebbe aperto le porte ai migranti, richiamando, in modo fuorviante, un recente programma del governo per regolarizzare migliaia di persone entrate nel Paese.
Mentre sui social comparivano video che mostravano migliaia di persone radunarsi sulle coste, è emersa una seconda ondata di disinformazione sulle cause degli attraversamenti e sul destino di chi fosse riuscito a raggiungere la Spagna.
Una campagna di disinformazione
Due sono le notizie finite nelle maglie della disinformazione online. La prima è la decisione presa da Madrid per regolarizzare migliaia di migranti: il programma, però, si applica solo ai migranti senza documenti che vivono in Spagna almeno dal 1º gennaio 2026 e che soddisfano i requisiti di residenza. Non si applica a chi è arrivato a Ceuta tra la fine di luglio e l’inizio di agosto.
La seconda è una recente sentenza della Corte suprema di Spagna riguardante i migranti intercettati dopo l’arrivo via mare. Anche su questa sono circolati post fuorvianti: la sentenza non riconosce ai migranti il diritto di restare in Spagna, ma stabilisce che i migranti intercettati dopo l’arrivo via mare non possano essere immediatamente rimandati indietro in base al regime speciale di frontiera applicato a Ceuta e alla città gemella di Melilla, e debbano invece essere sottoposti alla normale procedura legale di rimpatrio prevista dalla Spagna.
A chi giova la manipolazione delle informazioni?
La politica migratoria della Spagna è stata ampiamente criticata dal Dipartimento di Stato americano, a tal punto che, sempre online, alcuni post hanno sostenuto che gli Stati Uniti abbiano incoraggiato il Marocco a permettere ai migranti di attraversare verso Ceuta. Ma anche qui si tratta di notizie non verificate e che, al momento, possiamo classificare come disinformazione. Di sicuro c’è la dichiarazione a caldo di Donald Trump: “Saremo come Ceuta se vincono i democratici”.
Altrettanto sicuramente la crisi ha gettato l‘Europa nel caos e aggravato la divisione interna. “L’Europa si rivolta contro Sanchez per il fatto di mettere in pericolo le sue frontiere”, ha titolato in prima pagina El Mundo il giorno dopo lo sbarco in massa, parlando di “38 ore fuori controllo alla frontiera che hanno lasciato in stato di shock il governo” spagnolo.
Il primo ministro italiano Meloni ha revocato gli accordi di Schengen con la Spagna, temendo arrivi in massa verso l’Italia e il rischio terrorismo, ma anche altri governi Ue hanno criticato quello che ritengono un “lassismo” della Spagna nei confronti delle spinte migratorie.
Tuttavia, Magnus Brunner, il commissario europeo per la Migrazione, ha dichiarato che “praticamente” tutti i migranti sbarcati a Ceuta sono tornati indietro.
La crisi internazionale e l’analisi dei media
Anche l’Associated Press ha esaminato le principali teorie circolate sui social, comprese quelle che attribuiscono la crisi di Ceuta a regie esterne o a ritorsioni geopolitiche, concludendo che non sono supportate da prove. Le spiegazioni che l’agenzia di informazione ha potuto verificare rimandano soprattutto al ruolo delle reti di trafficanti e alla diffusione di false informazioni tra i migranti.
Tuttavia, AP riferisce anche che nei mesi precedenti alla crisi si era sviluppata una crescente pressione politica statunitense sulla questione della sovranità delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, accompagnata da un progressivo avvicinamento tra Washington e Rabat.
Dietro Ceuta
Michael Rubin, analista dell’American Enterprise Institute, think tank conservatore vicino agli ambienti della destra statunitense, ha pubblicamente sollecitato l’amministrazione Trump e il segretario di Stato Marco Rubio a riconoscere Ceuta e Melilla come “territori marocchini occupati”. Parallelamente, il presidente della sottocommissione per gli Stanziamenti della Camera, Mario Díaz-Balart, vicino politicamente a Rubio, ha sostenuto che le due enclave non rientrerebbero nel territorio geografico della Spagna. Una formulazione simile è successivamente comparsa in documenti della Commissione per gli Stanziamenti della Camera: un fatto senza precedenti nella politica legislativa statunitense nei confronti della sovranità spagnola su quei territori, come riportato anche da RaiNews.
A questo quadro si aggiungono altri segnali di deterioramento delle relazioni tra Washington e Madrid: il caso di una presunta comunicazione interna del Pentagono, riportata da Reuters, relativa alla possibilità di discutere l’esclusione della Spagna dalla Nato; le dichiarazioni del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha definito la Spagna un “parassita del sistema”; e le minacce di Donald Trump di adottare misure commerciali punitive contro il governo spagnolo.
Parallelamente, l’avvicinamento dell’amministrazione Trump al Marocco è in corso da anni. La normalizzazione delle relazioni tra Israele e Marocco nell’ambito degli Accordi di Abramo è stata accompagnata dalla decisione statunitense di riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.
Contemporaneamente, Donald Trump e ambienti della sua amministrazione hanno utilizzato gli eventi di Ceuta come argomento politico interno e puntello ai manifesti delle destre estreme in ascesa in Europa.
Il ruolo dei social e il compito del Dsa
Al di là del fact-checking sulla crisi in corso a Ceuta, resta il ruolo centrale dei social media nel diffondere notizie, a volte vere, a volte frutto di manipolazione. Non è la prima volta che accade, né, probabilmente, sarà l’ultima ed è anche per rispondere a questa emergenza che è nato il Digital services act (Dsa) europeo.
Sull’attuazione della legge la Commissione Ue ha raccomandato agli Stati membri velocità e allineamento, perché contrastare i contenuti illegali, l’hate speech e il terrorismo è diventato priorità altissima soprattutto nel momento in cui al conflitto in Ucraina si è aggiunto quello in Medio Oriente.
Il Digital services act stabilisce una serie di regole per un ambiente online sicuro, prevedibile e affidabile nell’Ue, che rispetti i diritti fondamentali, in particolare la libertà di espressione e di informazione. Dall’agosto 2023, il Dsa richiede che le piattaforme online molto grandi designate e i motori di ricerca online molto grandi adottino misure di mitigazione per i rischi sistemici specifici posti dai loro sistemi, compresi i rischi sistemici derivanti dalla diffusione di contenuti illegali.
Dal 17 febbraio 2024, il quadro stabilito nel Dsa si applica pienamente, compreso il Board for digital services, composto da coordinatori indipendenti dei servizi digitali degli Stati membri.
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