La guerra in Sudan si regionalizza: armi, oro e sostegno esterno aumentano il rischio di una frammentazione politica duratura.

Introduzione

A tre anni dall’inizio della guerra civile, il Sudan è sempre più diviso tra due centri di potere. Le Forze Armate Sudanesi (SAF) di Abdel Fattah al-Burhan controllano Khartoum, il corridoio centrale del Nilo e l’est del Paese, mentre le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, mantengono una posizione dominante nel Darfur e nelle regioni occidentali, come ricostruito dall’International Crisis Group.

Il conflitto, scoppiato nell’aprile 2023, nasce dalla crisi della transizione seguita alla caduta di Omar al-Bashir nel 2019. Dopo il colpo di Stato del 2021, le tensioni tra SAF e RSF, soprattutto sull’integrazione delle forze paramilitari nell’esercito, sfociarono nella guerra.

Oggi il controllo territoriale resta diviso, con il Kordofan tra i principali fronti. La nascita nel 2025 di strutture di governo rivali aumenta il rischio che la frammentazione militare si trasformi in una divisione politica duratura.

La divisione territoriale del Sudan

Durante il primo anno di guerra furono soprattutto le RSF a ottenere i maggiori successi sul campo. Le forze paramilitari conquistarono ampie zone di Khartoum e avanzarono nelle regioni centrali del Paese. Parallelamente rafforzarono il proprio controllo sul Darfur, assicurandosi collegamenti commerciali e logistici con Ciad, Libia e Repubblica Centrafricana e un maggiore accesso alle aree aurifere.

Le Forze Armate Sudanesi, inizialmente in difficoltà, trasferirono il proprio centro amministrativo a Port Sudan, principale sbocco marittimo del Paese. Al-Burhan cercò quindi di ampliare la propria base militare costruendo una coalizione composta da gruppi armati del Darfur, milizie locali e formazioni legate all’ex regime di Bashir. Tra queste figurano le Joint Forces, alcuni dei cui gruppi avevano inizialmente mantenuto una posizione neutrale prima di allinearsi progressivamente con l’esercito dalla fine del 2023.

Il rafforzamento di questa coalizione ha contribuito a modificare nuovamente gli equilibri del conflitto. Le SAF hanno riconquistato Khartoum nel 2025 e consolidato il proprio controllo sul corridoio del Nilo e sull’est del Paese.

Figura 2. Controllo territoriale in Sudan tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), con il Kordofan come principale area di confronto. Fonte: ACLED, 8 aprile 2026.

Le RSF mantengono invece la propria principale area di influenza nell’ovest. Il risultato non è stato il ritorno a un controllo unitario del territorio, ma lo spostamento del principale fronte di guerra verso il Kordofan.

In tale contesto, El Obeid, capitale del Nord Kordofan, assume una rilevanza crescente. Le analisi dello Yale Humanitarian Research Lab evidenziano infatti la crescente centralità della città nell’attuale fase del conflitto. El Obeid costituisce un nodo delle vie di comunicazione tra Khartoum, il Kordofan e il Darfur e rimane sotto il controllo delle SAF.

Figura 3. Posizione strategica di El Obeid, nel Nord Kordofan, con le principali direttrici e le fortificazioni difensive attorno alla città. Fonte: Yale Humanitarian Research Lab, RSF Bombardment Accelerates Humanitarian Crisis in El Obeid, North Kordofan, 29 giugno 2026

Nell’estate 2026 l’esercito ha inoltre condotto una controffensiva per riaprire la direttrice tra Khartoum ed El Obeid, fondamentale per i rifornimenti verso la città.

Un’avanzata delle RSF nell’area avrebbe quindi conseguenze che andrebbero oltre il controllo del Nord Kordofan, perché potrebbe compromettere le comunicazioni tra le aree controllate dall’esercito e modificare nuovamente la distanza tra il fronte e Khartoum. La competizione per il Kordofan assume perciò un valore non soltanto militare, ma anche politico: il suo controllo incide sulla capacità dei due schieramenti di collegare e consolidare i territori sotto la propria influenza.

Attori regionali e prolungamento della guerra

Sebbene le cause della guerra siano interne al Sudan, il sostegno esterno ha contribuito a prolungare il conflitto. Armi e reti logistiche transfrontaliere hanno sostenuto la capacità militare di SAF e RSF, coinvolgendo anche alcuni Paesi impegnati nella mediazione. Il Quad, composto da Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha presentato nel settembre 2025 una roadmap per favorire la fine della guerra, nonostante Egitto ed Emirati siano accusati di sostenere schieramenti opposti.

Il ruolo degli Emirati è particolarmente controverso. Un’indagine di Amnesty International ha identificato armamenti cinesi che sarebbero stati riesportati dagli Emirati alle RSF, accusa respinta da Abu Dhabi. Sul fronte opposto, Turchia e Iran sono stati indicati tra i Paesi coinvolti nella fornitura di sistemi militari e droni alle SAF, sebbene il coinvolgimento diretto sia contestato.

Tra gli attori vicini alle SAF, l’Egitto occupa una posizione centrale. Il Cairo mantiene stretti rapporti politici e militari con l’esercito sudanese e considera la stabilità del Sudan legata alla propria sicurezza. Nel 2026 immagini satellitari analizzate da Reuters hanno mostrato il dispiegamento di droni Akinci nella base egiziana di East Oweinat, vicino al confine con Sudan e Libia, segnale di un possibile approfondimento del coinvolgimento egiziano.

Anche l’oro è una componente centrale dell’economia di guerra. La competizione per le risorse aurifere precede il conflitto e la divisione territoriale ha separato anche le principali aree minerarie: le SAF controllano importanti zone del Mar Rosso, Northern e River Nile, mentre le RSF mantengono aree produttive nel Darfur e nel West Kordofan. I proventi dell’oro finanziano gli sforzi militari e alimentano reti di contrabbando verso Ciad, Egitto, Eritrea e Sud Sudan, con gli Emirati Arabi Uniti tra i principali mercati finali.

Figura 4. Il commercio dell’oro collega l’economia di guerra sudanese alle reti regionali e ai principali mercati esterni.

Fonte: Chatham House, Gold and the war in Sudan, 2025.

Le reti transfrontaliere riguardano anche combattenti e armamenti. Chatham House segnala l’utilizzo di Ciad e Libia per rifornimenti destinati alle RSF, mentre nel febbraio 2026 un’inchiesta Reuters ha documentato un campo di addestramento per combattenti delle RSF in Etiopia; Addis Abeba e Abu Dhabi hanno respinto le accuse di sostegno.

La regionalizzazione del conflitto complica quindi i tentativi di mediazione. Alcuni degli Stati che potrebbero esercitare pressione sulle parti mantengono interessi economici e strategici legati all’esito della guerra. Oro, reti logistiche e sostegno militare esterno contribuiscono così a mantenere attivo il conflitto e rendono più difficile una soluzione politica.

Ipotesi e scenari

L’ipotesi è che il protrarsi del sostegno esterno alle SAF e alle RSF possa trasformare l’attuale divisione militare del Sudan in una frammentazione politica più stabile. La persistenza di due aree territoriali controllate da schieramenti opposti, unita alla disponibilità di armi, risorse economiche e reti logistiche provenienti dall’esterno, riduce gli incentivi a raggiungere rapidamente un compromesso. Il coinvolgimento degli attori regionali non costituisce, dunque, un mero effetto del conflitto, ma un fattore determinante nel condizionarne la durata, le dinamiche e la possibile evoluzione.

Il rischio riguarda soprattutto il consolidamento di due aree di potere contrapposte. Le SAF controllano Khartoum e gran parte del centro e dell’est, mentre le RSF mantengono una posizione dominante nell’ovest. Il Kordofan rimane uno dei principali spazi di confronto, mentre la presenza di strutture politiche rivali rafforza la possibilità che la separazione militare acquisti nel tempo anche una dimensione istituzionale.

Nel worst case, la guerra prosegue senza una vittoria decisiva e la divisione territoriale si consolida sul piano politico. SAF e RSF rafforzano le proprie istituzioni nelle rispettive aree di controllo, mentre gli attori regionali continuano a garantire sostegno militare, economico o logistico. Il Kordofan resterebbe il principale spazio di competizione tra i due blocchi e il coinvolgimento crescente dei Paesi vicini aumenterebbe il rischio di un’ulteriore regionalizzazione. In questo scenario, il Sudan potrebbe rimanere formalmente uno Stato unitario, ma risultare nei fatti frammentato tra centri di potere concorrenti.

Nel best case, invece, gli attori esterni riducono progressivamente il sostegno militare alle parti e utilizzano la propria influenza per favorire un cessate il fuoco. La roadmap presentata dal Quad nel settembre 2025 mostra l’esistenza di un possibile spazio di coordinamento tra Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, anche se le divergenze tra gli stessi attori ne hanno finora limitato l’efficacia. Una riduzione dei flussi transfrontalieri di armi e risorse potrebbe aprire maggiore spazio a un processo politico e ridurre il rischio che l’attuale frammentazione diventi permanente.

Nei prossimi mesi sarà utile osservare tre indicatori. Il primo è l’evoluzione del fronte del Kordofan e in particolare della direttrice Khartoum-El Obeid, recentemente riaperta dalle SAF e decisiva per i collegamenti e i rifornimenti verso la città. Il secondo riguarda il consolidamento delle strutture politiche rivali e la loro capacità di sviluppare relazioni esterne autonome. Il terzo è il comportamento degli sponsor regionali: una riduzione verificabile dei flussi di armi e del sostegno logistico costituirebbe un segnale di de-escalation, mentre un loro aumento renderebbe più probabile il prolungamento della guerra e il consolidamento della frammentazione territoriale.

  Conclusione

Il conflitto sudanese ha progressivamente superato la dimensione interna, inserendosi in una più ampia competizione regionale. La divisione tra SAF e RSF è sostenuta da reti di approvvigionamento, interessi economici e rapporti con attori esterni che contribuiscono a prolungare la guerra e a rafforzare l’attuale frammentazione territoriale.

Il rischio è che questa frammentazione assuma nel tempo anche una dimensione politica e istituzionale. L’evoluzione del conflitto dipenderà quindi non solo dai rapporti di forza sul terreno, ma anche dalla capacità degli attori regionali di ridurre il sostegno militare alle parti e favorire un processo negoziale. In caso contrario, la guerra potrebbe continuare a destabilizzare il Sudan e a incidere sugli equilibri del Corno d’Africa e del Mar Rosso.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Benedetta Amenta

Source link