Non di solo reddito si vive. Sia chiaro: lungi da noi ogni forma di pauperismo. Ma il pensare di rispondere alle incertezze della vita moderna giocando tutto sulla ricchezza economica e sui livelli remunerativi appare inadeguato alle sfide in atto, che – nel cuore della società – evidenziano una domanda – spesso inconsapevole – di senso da parte della gente, facendo emergere la frammentazione sociale e la conseguente difficoltà a rispondere al grande quesito su che cosa renda la vita degna di essere vissuta.
Siamo – in pieno – nel “secolo della solitudine”, per usare la suggestiva immagine di Noreena Hertz, economista e saggista inglese, autrice, qualche anno fa, del libro Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni (Il saggiatore, 2021).
Lavoro, non di solo reddito si vive: e se la vera ricchezza fosse la comunità?
La solitudine che Noreena Hertz racconta, non si limita alla frustrazione del desiderio di avere qualcuno vicino. È un male sottile che si è insinuato dentro di noi, e ha permeato ogni aspetto della nostra società. È la solitudine strutturale creata da un sistema produttivo, socio-culturale e relazionale, che ci spinge a pensare solo a noi stessi. E a vedere gli altri come concorrenti o nemici.
Perché abbiamo bisogno di tornare a stare insieme
È il mondo parallelo e incontrollato dei social network, dove l’io si occulta dietro una maschera. E ancora: è l’emarginazione sul posto di lavoro, dove il lavoratore si percepisce come un ingranaggio insignificante. E la solitudine speciale delle metropoli, dove possiamo ordinare centinaia di menu in consegna a domicilio, ma non sappiamo il nome del nostro vicino di casa.
Lavoro e senso della comunità come antidoto alla solitudine contemporanea
Su queste tematiche ci viene ora segnalata – sul Corriere della sera – da Mauro Magatti, professore ordinario all’Università Cattolica di Milano, sociologo, economista, la ricerca internazionale svolta dallo Human Fluorishing Programme di Harvard (due edizioni con più di 200 mila questionari in 22 Paesi) che mette in discussione la correlazione positiva tra ricchezza economica e capacità delle persone di attribuire senso alla propria vita. Anzi, in molti casi si registra la relazione inversa: proprio le società più ricche registrano livelli più bassi di significato esistenziale.
Lavoro e solitudine sociale, ritrovare il senso della vita oltre lo stipendio
Da qui – nota Magatti – la necessità di investire nella qualità umana della convivenza, puntando innanzitutto sulla “cura della persona”, attraverso la costruzione di una vita dotata di senso che punti su educazione, cultura, esperienze condivise, luoghi nei quali imparare a leggere il mondo e a interpretare la propria esistenza. In che modo? Magatti è esplicito: «Famiglia, scuola, università, associazionismo, volontariato, comunità religiose. Ma anche impresa. Il tessuto sociale rappresenta l’infrastruttura essenziale della democrazia, anche se raramente viene adeguatamente considerato».
Sconfiggere la solitudine, dentro e fuori dal lavoro
Alla base dell’analisi di Magatti il concetto di “Generatività sociale”, elaborato insieme a Chiara Giaccardi, e fissato nell’omonimo Movimento e nel sito collegato, da cui emerge un nuovo modo di pensare e di agire personale e collettivo, che racconta la possibilità di un tipo di azione socialmente orientata, creativa, connettiva, produttiva e responsabile, capace di impattare positivamente sulle forme del produrre.
Al fondo un’idea di militanza intellettuale che si misura con le grandi sfide del nostro tempo: il lavoro e la sua crisi di senso. La città e le sue periferie. Tecnica e derive. L’impresa come fatto sociale oltre che economico. Fino al grande tema della generatività dei contesti sociali, verso cui si è orientata grande parte della sua attività civile più recente.
Il singolo decontestualizzato, il ruolo degli “intermediari”
In questo contesto, che si può definire post-ideologico – sottolineiamo noi – il “nemico principale” sono soprattutto i processi di disintermediazione attraverso i quali si è realizzato il depotenziamento dei corpi intermedi. Alla base di questi processi l’idea che l’individuo sia il migliore giudice di sé stesso, e dunque non abbia bisogno di “intermediari”, sia in campo politico che sociale e culturale.
Il singolo è così decontestualizzato rispetto alle appartenenze sociali (familiari, territoriali, aziendali, di categoria), diventando il figlio di una società in cui a dettare legge sono l’individualismo e lo sradicamento. Con il risultato di trasformare la solitudine in un tema politico, a tal punto significativo da spingere ad intitolare questo nostro secolo alla solitudine.
Ma l’idea di “comunità” non è nuova: i precedenti storici
Per rispondere a questa necessità i luoghi di lavoro possono rappresentare dei punti di riferimento essenziali, nei quali declinare produzione/profitto e condivisione di valori/obiettivi che vadano oltre la mera produzione. In realtà l’idea di “comunità” non è nuova. Ne fecero oggetto di progetti concreti Adriano Olivetti, la Fondazione Zeiss, Luisa Spagnoli. Olivetti, agli inizi degli Anni Cinquanta del ‘900, arrivò a teorizzare la fabbrica-comunità, parlando di un’idea di convivenza civile fondata su un sentimento di solidarietà e ricomposizione di tutti i fattori umani e di tutela dell’integrità dei dipendenti (“accomunati”, con imprenditori e dirigenti, nella difesa di un patrimonio della comunità di cui la fabbrica è un elemento costitutivo).
Lavoro e comunità antidoto alla solitudine, da Luisa spagnoli all’esperienza di Olivetti
Su queste basi l’imprenditore di Biella cercò di equilibrare, all’interno della sua azienda, tempi di lavoro e tempi extra lavorativi, puntando a realizzare un sistema partecipativo, ispirato all’equità ed al mutuo risarcimento. L’esperienza olivettiana trovò nella Fondazione Zeiss di Jena, in Germania, un esempio da imitare, laddove l’impresa tedesca – scriveva Olivetti – «era mossa dall’ambizione di realizzare un’opera di alto valore sociale o tecnico o che soddisfi entrambe le esigenze».
Tutto questo “codificato” nello Statuto della Fondazione, in cui erano fissati indirizzi sull’uso dei profitti realizzati, sulle politiche sociali a favore dei dipendenti. Sullo stipendio minimo dei dipendenti. E su quello massimo dei dirigenti, sulla polizza sanitaria. Altra storia significativa quella della Società Perugina e di Luisa Spagnoli, vera artefice dell’impresa, che fece dell’attenzione al personale, in gran parte donne (visto il richiamo alle armi, durante la guerra 1915-18, degli uomini) il suo punto di forza (con gli asili aziendali, la cassa mutua per la dipendente in malattia, l’assistenza sociale).
Convivenza e nuova consapevolezza: dalla teoria alla pratica, dalla storia a oggi
Teoria e concreta risposta sociale, qualità umana della convivenza e nuova consapevolezza: lungo questi assi può muoversi una rinnovata azione partecipativa finalizzata a realizzare quei processi di integrazione in grado di dare risposte ad una domanda di appartenenza che va ricostruita in ragione di rinnovati valori fondanti, incardinati storicamente intorno all’idea di famiglia, di Patria, di solidarietà sociale, di comunità.
Più che di palliativi c’è insomma bisogno di esempi e di una nuova consapevolezza collettiva, intorno a cui “ritrovarsi”. E quindi di una nuova metapolitica, in grado di promuovere e rendere concreta una visione della vita e del mondo alternativa a quella corrente. Da qui passa la grande sfida di un futuro tutto da costruire.
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Mario Bozzi Sentieri
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