Dalla frontiera con la Moldavia a Odessa, 190 chilometri dentro un Paese che continua a vivere e a resistere. I campi di girasole, i check point, le bandiere sui cimiteri, le fotografie dei caduti, gli allarmi aerei: il viaggio al seguito della missione di pace del Ceam “Adesso-Odesa” diventa un incontro con un’Ucraina ferita ma ancora capace di sperare. E con una domanda che resta aperta: come si costruisce la pace quando ancora non si sa nemmeno come cominciare il dialogo?

(Foto Calvarese/SIR)

Arrivare a Odessa dall’Italia significa, oggi, prendere un aereo fino a Chisinau, in Moldavia, e poi affrontare circa 190 chilometri di strada. Sulla carta non sono molti. In realtà sembrano molti di più, per le condizioni delle strade moldave prima e ucraine poi. Un viaggio lento, scandito dalla frontiera, dai controlli e dalle lunghe file di automobili, camion e autobus. È una delle poche vie possibili per raggiungere Odessa, dal momento che l’aeroporto della città è chiuso. Gli autobus, invece, continuano a viaggiare quasi senza interruzione tra Chisinau e Odessa. Alla frontiera c’è tutto il tempo per guardarsi intorno: una coppia vende frutta alle persone in attesa del proprio turno, mentre la fila delle macchine sembra non finire mai. Poi il confine. E quasi subito la prima impressione è straniante: il cielo è lo stesso di prima, la natura è rigogliosa, i campi sono gli stessi. Il giallo degli sterminati girasoli e il blu del cielo, i colori con cui gli ucraini amano descrivere la propria bandiera, accompagnano per chilometri il viaggio. È una bellezza che racconta anche la forza agricola di questo Paese e, allo stesso tempo, fa riflettere sulla volontà della Russia di fiaccarne l’economia attraverso la chiusura dei porti, il bombardamento delle navi e il blocco del traffico di cereali.

(Foto Calvarese/SIR)

Le stoppie nei campi dicono però che il raccolto c’è stato. Lungo la strada ci sono operai che sistemano una pensilina metallica e altri che preparano serre per nuove coltivazioni. La vita continua. Ma ogni tanto compaiono i cavalli di frisia, anticipano un check point e ricordano che siamo in un Paese in guerra. Uno dei responsabili dei controlli è un uomo di circa quarant’anni. Gli manca un braccio. Non si può fare a meno di pensare che possa essere una delle tante conseguenze della guerra. Anche una persona ferita, però, continua a rendersi utile, assumendo un altro compito. È un’immagine che dice molto di un Paese nel quale nessuno sembra essere davvero estraneo alla guerra. Lungo la strada compaiono molti cartelli che richiamano al nazionalismo, al sacrificio militare, alla difesa della patria. Poi il cimitero alle porte di Odessa. Le bandiere dei caduti sventolano nel vento. Il gracchiare dei corvi accompagna il tintinnio dei cavi che battono sui pali metallici. Il sole illumina migliaia di lapidi. Sulle pietre si leggono date di nascita e di morte. Molti di quei ragazzi sono nati dopo il 2000 e sono morti poco dopo aver compiuto vent’anni.

(Foto Calvarese/SIR)

È difficile attraversare questo luogo senza fermarsi. La guerra, che fino a quel momento è stata una parola, diventa improvvisamente una successione di nomi, volti, età. Persone che avevano una famiglia, degli amici, un futuro. Ad Odessa la guerra entra anche attraverso i suoni. Un allarme per un attacco russo accompagna l’arrivo e torna durante la preghiera interconfessionale che riunisce persone di diverse confessioni religiose. Gli allarmi si susseguono tutti i giorni, durante tutto il giorno e anche durante la notte, quando i bombardamenti e gli attacchi di droni spesso si intensificano. Tra i pensieri raccolti colpisce la testimonianza di come alcuni militari ucraini preghino per i soldati russi ammazzati da loro. Sono uomini che devono uccidersi reciprocamente, ma che riconoscono nell’altro un essere umano. C’è dolore, c’è la necessità di difendere la propria terra, ma non necessariamente odio. Poi il Viale degli eroi, con migliaia di fotografie di militari morti. I familiari arrivano, depongono un fiore, accendono una candela. Come si accudisce una tomba, così si continua a custodire anche quella fotografia. La memoria diventa il luogo nel quale l’eroismo per la patria e l’affetto per la famiglia si incontrano. Le stesse foto e bandiere che si possono trovare in molti altri posti, anche vicino alla scalinata Potemkin, dove due bambine sedute su una panchina vegliano sulla foto di qualcuno che potrebbe essere il loro padre.

(Foto Calvarese/SIR)

Durante i giorni della missione “Adesso-Odesa”, la convinzione della pace è emersa in forme diverse. Angelo Moretti, responsabile del Ceam, aveva parlato della necessità di cercare una strada verso la pace, pur riconoscendo che nessuno possieda una ricetta per avviare il dialogo. Da qui il rilancio dell’idea dei corpi civili di pace e il sogno di un’Europa nella quale milioni di persone possano muoversi per difendere la pace senza armi. Anche il nunzio apostolico in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas, ha richiamato il valore della mediazione della Santa Sede e del card. Zuppi, anche sul tema dei prigionieri, non solo ucraini ma anche russi, e la necessità di ascoltare il messaggio di pace di Papa Leone XIV. L’importanza dei cappellani militari, chiamati a stare accanto a uomini caricati dalla rabbia e dal peso della guerra. A chi viene da fuori ha affidato, in qualche modo, un compito: raccontare ciò che vede, contribuire a una riflessione pubblica fondata sulla verità e aiutare a pregare, con partecipazione e attenzione. Ad Odessa ognuno dei residenti sembra impegnato, anima e corpo, a resistere. Non soltanto per una questione di principio, ma per quello che considera il proprio modo di vivere. Guardare verso ovest invece che verso est, scegliere la democrazia, non può essere per loro una condanna, ma una strada da percorrere. E allora questa non è soltanto la guerra dell’Ucraina. Come tutte le guerre, è la guerra dell’uomo. Non muoiono sconosciuti: muoiono esseri umani.

(Foto Calvarese/SIR)

Spesso, quando raccontiamo una guerra, andiamo alla ricerca delle macerie, degli edifici distrutti, delle case sventrate. Ma qui le macerie sono anche nell’animo di ogni ucraino. Sono nelle famiglie divise, nelle case lasciate, nei figli che crescono senza un padre, nei militari che tornano feriti, nei bambini che vivono sotto gli allarmi. Ma queste macerie non hanno ancora cancellato la speranza. Ancora no. Ed è proprio nei bambini che arriva, forse, uno dei segni più concreti di questa speranza. Durante la missione gli ucraini hanno lanciato un appello per la ricerca di dispositivi e sensori glicemici destinati ai bambini con diabete mellito. La guerra non distrugge soltanto case e infrastrutture. Il bombardamento continuo, la perdita della casa, lo sradicamento sociale e il trauma psicologico pesano sulla vita dei più piccoli e rendono ancora più difficile seguire adeguatamente bambini che hanno bisogno di controllare ogni giorno il livello di glucosio. Un sensore glicemico può sembrare poca cosa davanti alla grandezza di una guerra. Eppure è proprio da qui che può ripartire un’idea diversa di pace: da un dispositivo che permette a un bambino di essere seguito, da una famiglia che non viene lasciata sola, da qualcuno che decide di rispondere a un appello. La missione di pace non può finire con il ritorno a casa. Se la pace è anche prendersi cura della vita dell’altro, allora ciascuno può fare qualcosa. Anche contribuendo alla ricerca dei dispositivi necessari ai bambini diabetici che vivono in Ucraina. Forse la pace non sappiamo ancora come si costruisca. Ma sappiamo da dove può cominciare: dal non essere indifferenti. Da un aiuto concreto. Da un piccolo gesto che, in mezzo a una guerra, dica a un bambino che la sua vita conta. E che la speranza, nonostante tutto, è ancora possibile.




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