#Finsubito news – Fine della Cermed, la fabbrica che a Guspini doveva prendere il posto della miniera


Il sindaco Marco Pala parla di “profonda amarezza“, ma la parola più pesante, nel suo comunicato, è “dispersione”. Dispersione del patrimonio di competenze – umane, industriali. È una scelta lessicale precisa e consapevole che riporta un concetto dimenticato: la fabbrica come luogo di sapere che si deposita nelle mani di chi lo pratica, e che una volta disperso non torna più.

La cronaca è arrivata nella tarda serata di martedì 13 ottobre. La sentenza numero 109/2026 del Tribunale ha aperto la liquidazione giudiziale dopo i ricorsi presentati da due società e dopo il rigetto della richiesta di proroga per il concordato preventivo avanzata dall’azienda. Il sindaco ha usato la parola “fallimento” e a Guspini probabilmente la useranno tutti, anche se il Codice della crisi d’impresa l’ha sostituita da tempo con la più elegante “liquidazione giudiziale”. La differenza è giuridica, non emotiva: per chi lavorava qui, però, la sostanza è la stessa. Si chiude.

Un’idea di Stato, nata da una chiusura

Per capire cos’è e cosa è stata la Cermed bisogna partire da ciò che c’era prima in questo territorio, definito con molta retorica il cuore minerario del Sud-Ovest sardo. La miniera di Montevecchio, tra Guspini e Arbus, fu concessa nel 1848 da re Carlo Alberto a Giovanni Antonio Sanna e rimase attiva fino al 1991; nel 1865 contava già 1100 operai ed era la più importante del Regno. Attorno ai pozzi era nato un intero mondo: il villaggio dei minatori, l’ospedale, la palazzina della direzione, i servizi essenziali. Tutto girava attorno alla miniera, e quando la miniera chiuse, nel 1991, girò a vuoto.

Due anni dopo, però, arrivò il miracolo della fabbrica. Le cronache del tempo la descrivono come uno stabilimento fondato nel 1993 a Guspini, nel Medio Campidano, grazie alla legge sulle riconversioni minerarie. È il copione classico della politica industriale italiana del secondo Novecento: lo Stato, o la Regione, prende i soldi pensati per accompagnare la fine di un’economia e li trasforma in una struttura di trasformazione, con l’idea che un’altra vocazione produttiva possa sostituire la prima. La materia prima, in fondo, è la stessa: terra della Sardegna, scavata e lavorata. Cambia il prodotto, non il rapporto con il suolo.

C’è però un dettaglio che l’antropologia industriale conosce bene: quando una comunità perde la miniera perde un calendario, un’identità di mestiere, un modo di stare insieme nei turni e nelle pause. Una fabbrica nuova non sostituisce tutto questo per decreto ma può ereditarne una parte: la disciplina del lavoro collettivo, la cultura sindacale, l’orgoglio di fare una cosa che gli altri non sanno fare. È questa eredità, più dei capannoni, che il sindaco teme di veder dissolversi.

Il passaggio ai privati e la riscossa

La storia della Cermed non è lineare. Nel 2001 la Regione la mise in liquidazione, quello che sembrava un punto di non ritorno e fu invece l’inizio della risalita, grazie a un nuovo proprietario tenace, l’industriale altoatesino Bernhard Mazohl, e a manager capaci di ricostruire un’intesa con i lavoratori e i sindacati. Da quella data la fabbrica è nelle mani della famiglia Mazohl: Bernhard e Claudia acquistano lo stabilimento di Guspini nel 2001 e in vent’anni ne trasformano produzione e marchio.

La scommessa industriale è insolita. Mentre il distretto di Sassuolo, il centro storico del gres italiano, lavora con argille importate, Guspini punta sull’opposto. Mazohl rivendica di essere l’unico produttore italiano di grès porcellanato a chilometro zero, perché usa soltanto materie prime sarde, tra argilla, caolino e feldspati, lavorate nello stabilimento. Aggiunge di aver scelto la macinatura a secco, più difficile ma meno energivora, e di recuperare gli scarti di produzione. Dichiara una riduzione di emissioni di circa 5500 tonnellate di gas serra l’anno.

Qui l’economia diventa racconto. Il chilometro zero, da vincolo logistico, si trasforma in marchio. Nel 2021 nasce Abitzai, il brand premium dell’azienda, che prende il nome da un’antica parola sarda che significa vivificare, seminare, mantenere acceso. La linea Essentzia reinterpreta, in chiave decorativa, le tecniche di tessitura dei tappeti e degli arazzi sardi, i cosiddetti pibiones. Nello stesso anno, la partnership con Enel X ed Enel Green Power dà vita al Green Island Project, l’obiettivo di una produzione a impatto zero e svincolata dai combustibili fossili. E c’è un cerchio simbolico che si chiude: Terra.Materia, evento fondato nel 2020 da Claudia Mazohl, nella sua edizione 2023 ha scelto come palcoscenico proprio la miniera di Montevecchio. La fabbrica che aveva sostituito la miniera tornava a raccontarsi nella miniera, trasformandola in scenografia di un’identità sarda da esportare.

Dal punto di vista sociologico la vicenda diventa un caso di studio. La Sardegna industriale, spesso raccontata come periferia che subisce, qui prova a rovesciare il paradigma: non più la grande fabbrica calata dall’alto, con materie prime e decisioni altrove, ma una produzione che usa la terra locale e ne fa un valore estetico e commerciale. È l’idea dell’identità come valore aggiunto, oggi dominante nel marketing dei territori. Funziona se il prodotto regge sul mercato. E il mercato, per Cermed, era soprattutto fuori dall’isola.

I numeri, e la distanza dal mercato

La dimensione economica dell’azienda era quella di una piccola industria, non di un colosso. Secondo i dati di bilancio pubblici, il fatturato è passato da 26,4 milioni di euro nel 2022 a 18,4 nel 2023, per poi risalire a 19 milioni nel 2024, con perdite di 1,7 milioni nel 2023 e di circa 555 mila euro nel 2024. Il numero dei dipendenti, 122 secondo i registri camerali del 2026, con un capitale sociale di oltre 12 milioni di euro.

Il paradosso è che l’azienda non era priva di clienti ma di condizioni strutturali favorevoli. Già nel dicembre 2012, in un’interrogazione parlamentare, si ricordava che Cermed “impiega 100 lavoratori diretti e circa 300 di indotto, e che rispetto alle ceramiche di Sassuolo, servite dal metano, soffre l’assenza del gas”, mentre l’unica compagnia di navigazione sulla tratta Valencia-Cagliari “non garantisce forniture puntuali”.  Tredici anni dopo il problema è lo stesso. Il Sole 24 Ore racconta di come la crisi nasca da costi elevati di energia e trasporti e dall’assenza di una rete di gas naturale sull’isola, con la gran parte della produzione destinata all’export, e che per questa ragione la direzione ha fermato gli impianti e avviato la composizione negoziata e la cassa integrazione.

Una fabbrica energivora, in un’Isola senza metano, che vende lontano e deve pagare ogni tonnellata di merce due volte, in uscita e in entrata, parte con uno svantaggio che la qualità del prodotto e il racconto del marchio non cancellano. L’insularità, in Sardegna, è una voce di costo che compare in ogni bolletta e in ogni nolo.

C’è poi l’altro lato, quello degli investimenti. Nell’ottobre 2025 i ritardi nel completamento degli investimenti, pur con la clientela mantenuta, avevano innescato una crisi finanziaria rilevante, al punto da portare l’azienda alla composizione negoziata del debito, con i lavoratori in cassa integrazione da luglio. Era il segnale di una fragilità finanziaria più che commerciale: un’impresa che ha bisogno di capitali per modernizzarsi e che, quando i tempi si dilatano, si ritrova con i debiti prima dei ricavi. Il resto lo ha scritto il diritto della crisi: il tentativo di concordato, la richiesta di proroga respinta, i ricorsi dei creditori, la sentenza.

Un paese di dodicimila abitanti e il suo stabilimento

Guspini conta quasi 12 mila abitanti. In una comunità di questa taglia, cento famiglie legate a un solo stabilimento sono una parte visibile del tessuto sociale: si conoscono, si incrociano al bar, mandano i figli nelle stesse scuole. Per questo le parole del sindaco insistono sul progetto di vita dei nuclei familiari: il mutuo, il matrimonio, il figlio da mantenere agli studi sono pianificati su un orizzonte lavorativo che improvvisamente si accorcia.

La cassa integrazione, la composizione negoziata, il concordato sono sequenze di questa sospensione: i lavoratori non sono fuori ma non sono più del tutto dentro. Nel maggio scorso, in un’assemblea alla presenza dell’assessore regionale all’Industria Emanuele Cani, sono emerse le difficoltà affrontate negli ultimi anni da lavoratori che, pur in crisi, avevano continuato a garantire la qualità della produzione. È una forma di lealtà al mestiere che sopravvive alla fiducia nell’azienda. Si lavora bene anche quando il futuro è incerto, perché la qualità è l’ultima cosa che resta nelle proprie mani.

C’è anche una memoria, nella comunità, che rende questa chiusura più amara. Guspini ha già visto una volta cosa significa la fine di un’industria: nel 1991, con la miniera. Cermed era stata la risposta, imperfetta ma concreta, a quel trauma. Vederla vacillare riapre una ferita che si credeva rimarginata, e riporta in superficie la domanda che la Sardegna interna si fa da decenni: se anche le fabbriche nate per sostituire le miniere non reggono, che cosa resta?

Che cosa succede adesso

La liquidazione giudiziale non coincide automaticamente con la fine dell’attività. La procedura pone condizioni ben più complesse per il riavvio e il prosieguo delle attività produttive. Con l’apertura della procedura entrano in scena il curatore e il giudice delegato, si valuta l’esercizio provvisorio dell’impresa e l’eventuale cessione dell’azienda o di rami di essa a un nuovo acquirente. Sono strade strette, ma esistono, e sono quelle su cui ora si concentrano le speranze di istituzioni e sindacati.

Guspini chiede alla Regione di non fermare l’impegno per trovare una soluzione di salvataggio e rilancio, e l’attivazione immediata degli ammortizzatori sociali e degli strumenti di sostegno al reddito. Nei prossimi giorni il Comune incontrerà i lavoratori insieme ai sindacati. Sarà quello il primo momento in cui si capirà se esiste ancora un perimetro industriale da difendere: macchinari, impianti, marchi (Mediterranea e Abitzai), la rete commerciale tra Sassuolo, Milano e Cagliari, e soprattutto le persone che sanno far funzionare la macinatura a secco, un processo che l’azienda stessa definisce unico in Europa.

Materie prime, mani qualificate, un marchio che racconta il territorio. Sono cose che ci sono. Mancano, oggi come ieri, le infrastrutture di base, il gas, i trasporti competitivi, e una finanza capace di tenere il passo di un’industria in trasformazione. Senza queste cose anche la fabbrica più efficiente resta un’impresa in bilico su un filo teso nel vuoto. Ora che il filo si sta spezzando si capirà se la dispersione di cui parla il sindaco sarà un destino o ancora una scelta evitabile.


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