#Finsubito news – Giorgetti è ottimista, ma come sta davvero …




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L’Italia sta facendo meglio di quanto si temesse all’inizio dell’anno

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ironizza sul presunto “baco” del modello econometrico del Fondo monetario internazionale, che tenderebbe a sottostimare sistematicamente la capacità di crescita dell’Italia.

La battuta contiene una parte di verità. Nel corso del 2026 le previsioni sull’economia italiana sono state effettivamente riviste al rialzo: il Fondo monetario indica ora una crescita dello 0,8%, mentre il governo e la Banca d’Italia ritengono possibile un risultato compreso tra lo 0,9% e l’1%.

L’Italia sta quindi facendo meglio di quanto si temesse all’inizio dell’anno.

Ma la differenza tra lo 0,8% e lo 0,9-1% è troppo ridotta per cambiare il giudizio strutturale sul Paese. È una buona notizia congiunturale, non ancora la dimostrazione che l’economia italiana abbia aumentato stabilmente il proprio potenziale di crescita.

La fotografia più corretta è questa: l’Italia resiste meglio del previsto, ma continua a crescere poco, con inflazione elevata, debito enorme e una forte dipendenza dall’andamento dell’energia e dei tassi d’interesse.

Una crescita migliore delle attese, ma sempre modesta

La Banca d’Italia ha rivisto al rialzo di 0,4 punti percentuali la crescita prevista per il 2026 e di 0,3 punti quella del 2027. Il Pil dovrebbe aumentare dello 0,9% nel 2026, dello 0,7% nel 2027 e dello 0,8% nel 2028.

Correggendo i dati per il diverso numero di giornate lavorative, la crescita sarebbe pari all’1% quest’anno, allo 0,7% nel 2027 e allo 0,6% nel 2028.

Il miglioramento delle stime deriva principalmente da quattro fattori:

  • •

    un impatto della crisi mediorientale meno grave del previsto durante la prima parte dell’anno;

  • •

    la tenuta degli investimenti legati alla transizione digitale ed energetica;

  • •

    una stagione turistica favorevole;

  • •

    una domanda estera ancora sufficientemente solida.

Sono elementi positivi, soprattutto considerando la guerra con l’Iran, il rincaro del petrolio, la risalita dei rendimenti obbligazionari e il rallentamento di alcuni partner commerciali europei.

Il problema è che una crescita intorno all’1% resta insufficiente per modificare rapidamente la traiettoria del debito, aumentare in modo significativo il reddito reale delle famiglie o colmare il divario di produttività accumulato nei confronti delle principali economie europee.

Non siamo di fronte a un’economia in recessione, ma nemmeno a una vera accelerazione.

L’Italia sta dimostrando capacità di resistenza, non ancora una nuova velocità di crociera.

Lo 0,1% che divide Giorgetti dal Fondo cambia poco

La differenza tra la previsione del Fondo monetario, pari allo 0,8%, e quella governativa, prossima allo 0,9-1%, ha soprattutto un valore politico.

Dal punto di vista economico, uno scarto di uno o due decimi rientra nel normale margine d’errore delle previsioni.

Il Pil può essere modificato da revisioni statistiche, giornate lavorative, andamento delle scorte, importazioni energetiche o variazioni concentrate in singoli trimestri.

Giorgetti può quindi legittimamente sottolineare che l’Italia ha sorpreso in positivo, ma non può ancora utilizzare questa sorpresa per sostenere che i problemi strutturali siano stati risolti.

La vera prova non consiste nel superare il Fondo monetario di uno o due decimi in un singolo anno.

Consiste nel portare stabilmente la crescita reale sopra l’1%, migliorare la produttività e far aumentare il Pil nominale abbastanza da ridurre il rapporto debito/Pil senza ricorrere continuamente all’inflazione.

L’inflazione al 4,2% ridimensiona la buona notizia sul Pil

A settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2% su base annua e allo 0,7% rispetto ad agosto. Anche l’indice armonizzato utilizzato per i confronti europei registra un aumento del 4,2%.

Il dato italiano è superiore all’inflazione dell’Eurozona, che nello stesso mese si è attestata al 3,8%, con la componente di fondo al 2,5%.

Questo significa che una parte della crescita nominale dell’economia dipende dall’aumento dei prezzi. Per valutare il miglioramento effettivo delle condizioni economiche occorre invece guardare alla crescita reale e al potere d’acquisto.

Se il Pil reale aumenta dello 0,9% ma i prezzi crescono oltre il 4%, le famiglie possono continuare a percepire un peggioramento della propria situazione.

Il problema è particolarmente evidente quando le retribuzioni non recuperano interamente l’inflazione e una quota crescente del reddito viene assorbita da energia, carburanti, alimentari e trasporti.

La Banca d’Italia prevede un’inflazione media del 3,2% nel 2026, in discesa al 2,4% nel 2027 e all’1,7% nel 2028. Il rientro dipende però dall’ipotesi che le pressioni energetiche inizino ad attenuarsi nel corso del prossimo anno.

È proprio questa l’ipotesi più vulnerabile. Un nuovo peggioramento della guerra in Medio Oriente, ulteriori ostacoli ai flussi attraverso lo Stretto di Hormuz o un aumento duraturo dei prezzi dei prodotti raffinati potrebbero mantenere l’inflazione elevata molto più a lungo.

L’energia è il vero punto debole

L’Italia rimane particolarmente esposta agli shock energetici perché importa una parte rilevante delle fonti necessarie al proprio sistema produttivo e dei prodotti raffinati utilizzati nei trasporti.

Il rincaro dell’energia produce effetti simultanei su più fronti:

  • •

    riduce il reddito disponibile delle famiglie;

  • •

    aumenta i costi delle imprese;

  • •

    peggiora la bilancia commerciale;

  • •

  • •

    costringe la BCE a mantenere una politica monetaria più restrittiva;

  • •

    accresce la spesa pubblica quando il governo interviene per attenuare il rincaro delle bollette.

La Banca d’Italia riconosce che il forte aumento dei prezzi energetici sta già frenando consumi e investimenti.

La crescita viene sostenuta dal turismo, dalla domanda estera e dalla spesa pubblica, mentre la domanda interna privata risulta più fragile.

Questo è un limite importante: un’economia può resistere per alcuni trimestri grazie a investimenti pubblici e servizi, ma per crescere stabilmente ha bisogno che anche famiglie e imprese private aumentino la spesa in termini reali.

La bilancia commerciale resta positiva, ma perde forza

Ad agosto l’Italia ha registrato un avanzo commerciale di 1,773 miliardi di euro, leggermente inferiore agli 1,875 miliardi dello stesso mese del 2025 e molto lontano dai 7,5 miliardi attesi dal mercato.

Su base annua, le esportazioni sono aumentate del 9% e le importazioni del 9,7%. Rispetto a luglio, invece, entrambe le componenti sono diminuite: l’export dell’1,5% e l’import dell’1,6%.

Il calo mensile delle esportazioni è stato influenzato da alcune vendite eccezionali di mezzi di navigazione marittima contabilizzate a luglio.

Al netto di questa componente, la flessione sarebbe stata più contenuta, pari allo 0,4%.

L’Italia conserva quindi una capacità importante di generare avanzo attraverso manifattura specializzata, turismo e servizi.

Tuttavia, il forte deterioramento della bilancia energetica riduce uno dei principali elementi di protezione dell’economia.

La crescita parallela di esportazioni e importazioni mostra inoltre che il commercio estero rimane vivace, ma non garantisce automaticamente un contributo positivo del settore estero al Pil.

Se le importazioni aumentano più rapidamente delle esportazioni, una parte della domanda interna finisce per sostenere la produzione degli altri Paesi.

Industria debole, turismo e servizi tengono in piedi il quadro

La composizione della crescita italiana è eterogenea. Il turismo continua a rappresentare un punto di forza, con un saldo positivo vicino all’1% del Pil e un contributo importante alle esportazioni di servizi.

La manifattura appare invece più fragile. Nel secondo trimestre sono diminuiti sia il valore aggiunto sia il fatturato industriale, nonostante un modesto incremento della produzione.

Una parte di quest’ultimo potrebbe derivare dall’accumulo precauzionale di scorte da parte delle imprese, preoccupate per possibili interruzioni nelle forniture.

Questo significa che l’aumento della produzione non riflette necessariamente una domanda finale più forte. Può essere, almeno in parte, una forma di assicurazione contro il rischio geopolitico.

La debolezza industriale è particolarmente importante per l’Italia, perché il Paese possiede una quota manifatturiera superiore alla media europea.

Energia costosa, euro debole, tassi elevati e domanda tedesca poco dinamica possono quindi avere un impatto più ampio rispetto a quello sperimentato da economie maggiormente orientate ai servizi.

Il mercato del lavoro tiene, ma i salari reali restano il problema

L’occupazione rappresenta uno degli aspetti più solidi del quadro italiano.

La partecipazione al mercato del lavoro è aumentata e il tasso di disoccupazione si mantiene intorno al 6%, un livello storicamente contenuto per il Paese.

L’aumento della partecipazione può però determinare temporaneamente anche una risalita del tasso di disoccupazione, perché più persone iniziano a cercare un impiego e vengono quindi incluse nella forza lavoro.

La vera debolezza riguarda la dinamica delle retribuzioni reali. Con un’inflazione al 4,2%, aumenti salariali nominali moderati non bastano necessariamente a recuperare il potere d’acquisto perduto.

Se le famiglie percepiscono di diventare più povere nonostante la tenuta dell’occupazione, tendono a rinviare le spese non essenziali e ad aumentare il risparmio precauzionale. Questo comportamento limita il contributo dei consumi alla crescita.

Il mercato del lavoro italiano appare dunque quantitativamente resistente, ma resta da verificare la qualità della crescita occupazionale e la capacità dei salari di recuperare l’aumento del costo della vita.

Il vero problema rimane il debito pubblico

La parte più delicata del quadro riguarda la finanza pubblica. Il deficit dovrebbe scendere al 2,9% del Pil nel 2026, consentendo all’Italia di tornare sotto la soglia europea del 3%.

La previsione ufficiale del Documento programmatico di finanza pubblica indica però un debito ancora pari al 138,1% del Pil nel 2026.

Secondo le proiezioni richiamate dalla Banca d’Italia, il rapporto potrebbe salire ulteriormente fino al 138,5% prima di iniziare a diminuire.

Questa è la vera differenza tra l’Italia e molti altri Paesi europei. Un’economia con debito contenuto può affrontare uno shock attraverso maggiore spesa pubblica.

L’Italia deve invece finanziare ogni nuovo intervento sui mercati, in una fase nella quale il costo del capitale è aumentato rapidamente.

Il debito non implica un rischio immediato di insolvenza. L’Italia dispone di un mercato finanziario profondo, di una base di risparmio privata molto ampia, di scadenze distribuite nel tempo e della protezione istituzionale rappresentata dall’appartenenza all’Eurozona.

Tuttavia, un debito vicino al 140% del Pil riduce fortemente il margine di manovra. Ogni aumento duraturo dei rendimenti si trasferisce progressivamente sulla spesa per interessi, sottraendo risorse a investimenti, sanità, istruzione e riduzione delle imposte.

Il Btp al 4,6% non è ancora una crisi, ma è un avvertimento

Il rendimento del Btp decennale è salito intorno al 4,6%, mentre lo spread rispetto al Bund si mantiene in area 110 punti base.

Lo spread relativamente contenuto può offrire un’impressione rassicurante, ma racconta soltanto una parte della storia.

Se anche il Bund rende il 3,5%, un differenziale limitato non impedisce al Tesoro italiano di sostenere un costo assoluto del finanziamento molto elevato.

Per la sostenibilità del debito conta infatti il tasso pagato dall’Italia, non soltanto la distanza dalla Germania.

Finché il rendimento medio sul debito resta inferiore alla crescita nominale dell’economia, il rapporto debito/Pil può essere gestibile. Se però i tassi rimangono elevati mentre crescita reale e inflazione rallentano, questo equilibrio diventa progressivamente meno favorevole.

Il rischio non è necessariamente una crisi improvvisa. È un’erosione lenta dello spazio fiscale, con una quota crescente delle entrate destinata al pagamento degli interessi.

Gli acquisti esteri sono un segnale di fiducia importante

Un elemento positivo è rappresentato dal ritorno degli investitori internazionali. Nel secondo trimestre gli operatori esteri hanno acquistato quasi 80 miliardi di euro di titoli italiani.

Il dato suggerisce che la stabilità politica, la prudenza fiscale e i rendimenti elevati stanno rendendo nuovamente attraenti le attività italiane.

Non bisogna però confondere questi flussi con una garanzia permanente.

Gli investitori esteri possono acquistare Btp perché offrono un rendimento interessante rispetto al rischio percepito, ma possono anche ridurre rapidamente l’esposizione qualora peggiorassero le prospettive fiscali, politiche o geopolitiche.

La fiducia del mercato deve quindi essere continuamente confermata attraverso bilanci credibili, riforme e una gestione prudente del debito.

La BCE potrebbe dover alzare ancora i tassi

Il Fondo monetario ritiene che la BCE debba aumentare i tassi di almeno altri 25 punti base entro la fine del 2026 per impedire che l’inflazione di fondo torni a radicarsi.

Il tasso sui depositi è già stato portato al 2,5%, dopo gli aumenti di giugno e settembre. Un nuovo intervento avrebbe effetti particolarmente rilevanti per l’Italia:

  • •

    maggiore costo dei nuovi finanziamenti alle imprese;

  • •

    credito bancario più selettivo;

  • •

    minore convenienza degli investimenti;

  • •

    pressione sul settore immobiliare;

  • •

    progressivo aumento della spesa per interessi sul debito pubblico.

Dall’inizio della crisi mediorientale, il costo dei finanziamenti alle imprese italiane è già aumentato di circa 25 punti base. Le banche stanno adottando criteri più prudenti, riflettendo una minore tolleranza al rischio e il timore di un deterioramento della qualità del credito.

L’Italia potrebbe quindi subire una politica monetaria calibrata sulle esigenze dell’intera Eurozona, ma relativamente più pesante per un’economia caratterizzata da elevato debito pubblico, imprese di dimensioni ridotte e crescita potenziale contenuta.

Il sostegno fiscale può diventare controproducente

Il Fondo monetario avverte inoltre che gli interventi pubblici destinati ad attenuare l’aumento dei prezzi dell’energia devono essere attentamente calibrati.

Sussidi generalizzati, riduzioni indiscriminate delle accise o tetti ai prezzi possono sostenere temporaneamente famiglie e imprese, ma rischiano di produrre tre effetti negativi:

  • •

  • •

    sostenere artificialmente la domanda di energia;

  • •

    rallentare il processo di disinflazione, costringendo la BCE a mantenere tassi più elevati.

Gli aiuti dovrebbero quindi essere temporanei e concentrati sui nuclei familiari più fragili e sulle imprese maggiormente esposte. Il governo deve evitare che la risposta allo shock energetico si trasformi in una nuova spesa strutturale difficile da eliminare.

Gli scenari avversi mostrano quanto l’equilibrio sia fragile

La Banca d’Italia ha costruito scenari alternativi per misurare l’impatto di un ulteriore peggioramento geopolitico.

Nello scenario più severo, caratterizzato da rincari particolarmente forti delle materie prime, la crescita cumulata del Pil sarebbe inferiore di quasi due punti percentuali nell’arco del triennio.

L’inflazione risulterebbe superiore di oltre tre punti percentuali, con l’effetto concentrato soprattutto nel 2027.

Per un’economia che nello scenario centrale cresce meno dell’1% all’anno, perdere quasi due punti cumulati significa avvicinarsi pericolosamente alla stagnazione o alla recessione.

Esiste inoltre un secondo rischio: una correzione dei mercati azionari internazionali provocata dal rallentamento degli investimenti nell’intelligenza artificiale.

Il fenomeno potrebbe ridurre la fiducia, irrigidire ulteriormente le condizioni finanziarie e indebolire la domanda globale.

Nello scenario favorevole, al contrario, una rapida discesa dei prezzi dell’energia aggiungerebbe circa 0,4 punti percentuali alla crescita italiana.

Questa asimmetria mostra quanto l’andamento del Paese dipenda ancora da variabili sulle quali il governo ha un controllo limitato.

Quindi Giorgetti ha ragione oppure no?

Giorgetti ha ragione quando sottolinea che l’economia italiana ha dimostrato una capacità di resistenza superiore alle previsioni.

Il Pil è stato rivisto al rialzo, il deficit dovrebbe rientrare sotto il 3%, l’occupazione tiene, il turismo resta forte e gli investitori esteri sono tornati ad acquistare attività italiane.

Sarebbe però eccessivo trasformare questi risultati in un giudizio pienamente ottimistico.

L’Italia continua ad avere:

  • •

    una crescita reale inferiore all’1%;

  • •

    un’inflazione superiore al 4%;

  • •

    un debito vicino al 140% del Pil;

  • •

    rendimenti decennali intorno al 4,6%;

  • •

    consumi frenati dalla perdita di potere d’acquisto;

  • •

    un’industria esposta all’energia e alla debolezza europea;

  • •

    pochissimo spazio per una politica fiscale espansiva.

Il Paese non è sull’orlo di una crisi, ma neppure al riparo. È più stabile di quanto suggeriscano alcune narrazioni pessimistiche, ma più vulnerabile di quanto lasci intendere l’ironia sulle previsioni del Fondo monetario.

La conclusione più equilibrata è che l’Italia sta gestendo bene una situazione difficile, ma non ha ancora risolto i problemi che la rendono fragile.

La crescita dello 0,9% è una sorpresa positiva; per diventare una svolta dovrebbe però essere seguita da diversi anni di aumento della produttività, investimenti privati e riduzione credibile del debito.

Il vero “baco”, più che nel modello del Fondo monetario, rimane nella struttura dell’economia italiana: ogni volta che la crescita sembra accelerare, energia, tassi, debito e bassa produttività tornano a limitarne la velocità.

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Informazioni sull’autore:

Alessandro Magagnoli

Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell’agosto 1992. La mia passione per l’analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all’Università Bicocca e all’Università Cattolica.


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