Dall’acciaio agli elettrodomestici, dalla componentistica auto all’arredamento: la crisi dell’industria italiana non è più una somma di emergenze aziendali. Nei primi otto mesi del 2026 le difficoltà hanno toccato oltre centomila lavoratori del solo settore metalmeccanico. Nel primo semestre la cassa integrazione straordinaria, che accompagna crisi, ristrutturazioni e chiusure, ha superato quella ordinaria, pensata per i cali temporanei di lavoro. È il segnale che una parte delle difficoltà non dipende da una flessione passeggera degli ordini, ma da problemi più profondi: il costo dell’energia, la concorrenza internazionale, la fatica di finanziare la transizione, la distanza da centri decisionali che spesso sono all’estero.
Il caso più visibile resta l’ex Ilva, una vicenda che si trascina dal 2012 se si considera solo il sequestro da parte della magistratura per inquinamento. Il 20 ottobre la Cassazione dovrà pronunciarsi sull’area a caldo di Taranto. Il decreto approvato dal governo il 13 ottobre prevede che gli impianti vengano mantenuti caldi, senza riprendere la produzione, in attesa delle decisioni sul futuro dello stabilimento. La cassa integrazione in deroga è stata prorogata fino a giugno 2027. Intanto, per gli stabilimenti del gruppo nel Nord, si cercano soluzioni per evitare che la mancanza di acciaio da lavorare fermi anche Genova e Novi Ligure: secondo i sindacati, da metà novembre il rischio riguarda 985 dipendenti.
Accanto all’ex Ilva, però, le vertenze aperte sono molte. Electrolux ha presentato inizialmente un piano che prevedeva fino a 1.250 uscite incentivate in tre anni, al quale ha poi rinunciato e sta ora definendo con il Governo un nuovo pianio rilancio, mentre cerca una soluzione per lo stabilimento marchigiano di Cerreto d’Esi. Beko, controllata dal gruppo turco Arçelik, ha ottenuto adesioni a un piano di uscite volontarie, mentre per Siena si è aperta l’ipotesi di una reindustrializzazione con Leonardo, ancora tutta da definire. Marelli, con migliaia di dipendenti in Italia, è alle prese con una ristrutturazione del debito negli Stati Uniti e deve ancora chiarire le prospettive industriali dei propri siti.
A Piombino l’accordo con l’indiana JSW prevede investimenti per ammodernare il laminatoio delle rotaie e mantenere la forza lavoro. Ma il futuro del polo siderurgico dipende anche dalla realizzazione del progetto Metinvest, al quale è collegata l’ipotesi di un nuovo forno elettrico. In Sardegna, Eurallumina resta una vertenza aperta: dopo il via libera alla continuità aziendale e un finanziamento per il primo semestre del 2026, la Regione è tornata a chiedere interventi urgenti per la gestione del sito e la tutela dei lavoratori. Nel settore dell’arredamento, Natuzzi ha annunciato un piano che comprende 479 esuberi e la chiusura di tre stabilimenti.
I numeri della crisi e i limiti dei confronti
Quante persone sono coinvolte? Secondo il monitoraggio della Fim Cisl, tra gennaio e agosto 2026 le crisi aziendali hanno interessato 105.228 metalmeccanici in 1.078 aziende. È un dato che comprende realtà di dimensioni molto diverse, dalle piccole imprese ai grandi gruppi industriali. A febbraio la Cgil contava invece 131.035 lavoratori coinvolti nelle vertenze aperte ai tavoli del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Ad agosto il Mimit rivendicava una riduzione dei tavoli attivi da 55 a 37 e dei lavoratori a rischio da circa 70.000 a meno di 30.000 dall’inizio della legislatura.
Le cifre non sono direttamente confrontabili: la Fim monitora le crisi aziendali nel proprio perimetro sindacale, la Cgil fotografa le vertenze seguite dal ministero in un determinato momento, il MIMIT misura l’evoluzione dei tavoli di propria competenza e gli esiti degli interventi. Una vertenza che si chiude, inoltre, non significa necessariamente che tutti i lavoratori abbiano ritrovato un’occupazione o che la capacità produttiva sia stata recuperata. Per capire la profondità delle difficoltà industriali bisogna quindi guardare anche a un altro indicatore: la cassa integrazione.
La cassa straordinaria segnala difficoltà più persistenti
Nel primo semestre del 2026 le ore autorizzate di cassa integrazione straordinaria hanno superato quelle ordinarie. I dati INPS indicano che il fenomeno era già evidente nel primo trimestre: 68,6 milioni di ore di cassa straordinaria contro 58,8 milioni di ordinaria. Nel secondo trimestre il divario si è ridotto, ma la straordinaria è rimasta leggermente superiore: 58,9 milioni di ore contro 56,4 milioni.
La distinzione conta. La cassa ordinaria interviene soprattutto in presenza di difficoltà temporanee dell’attività produttiva; quella straordinaria, invece, può accompagnare crisi aziendali, riorganizzazioni e processi di risanamento. Non equivale automaticamente alla chiusura di un’impresa, ma indica comunque che una parte delle difficoltà non si esaurisce in una semplice flessione momentanea degli ordini.
Le elaborazioni di Lavoro&Welfare sui dati amministrativi mostrano poi una crescita significativa del ricorso alla cassa straordinaria in diversi comparti industriali rispetto agli anni precedenti. Per valutare correttamente l’entità del fenomeno occorre però distinguere i settori, i periodi di confronto e le ore autorizzate da quelle effettivamente utilizzate dalle aziende. Le ore autorizzate, infatti, non corrispondono necessariamente a ore di lavoro perse: le imprese possono utilizzare gli ammortizzatori soltanto in parte. Anche le conversioni in equivalenti lavoratori a zero ore sono stime teoriche, non conteggi di persone rimaste effettivamente inattive per sei mesi.
Il quadro resta però significativo. Le difficoltà non riguardano soltanto singole fabbriche, ma attraversano comparti diversi e coinvolgono imprese che devono decidere se investire, riorganizzarsi o ridurre la produzione.
Energia, credito e concorrenza: perché produrre in Italia è difficile
La spiegazione più immediata è che all’estero si produca a costi inferiori, grazie a salari più bassi o a regole ambientali meno stringenti. È un fattore che può pesare in alcune delocalizzazioni, ma non basta a spiegare le difficoltà della manifattura italiana.
Il costo orario del lavoro è soltanto una delle componenti della competitività. Secondo Eurostat, nel 2025 il costo medio del lavoro nell’Unione europea è stato di 34,9 euro l’ora, mentre nell’area euro ha raggiunto 38,2 euro. Per confrontare l’Italia con gli altri paesi occorre utilizzare la stessa annualità e lo stesso perimetro statistico. Resta il fatto che la Germania, dove il lavoro costa mediamente di più, mantiene il ruolo di principale economia manifatturiera dell’Unione europea.
Uno dei problemi più rilevanti per le imprese italiane è sicuramente il costo dell’energia. Nel 2025 (quindi prima del blocco dello Stretto di Hormuz) il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità è stato di circa 115 euro per megawattora in Italia, contro 91 in Germania, 68 in Spagna e 61 in Francia, secondo dati riportati da Confindustria. Sono medie nazionali: il prezzo effettivamente pagato da ciascuna impresa dipende anche dai contratti e dalla struttura dei consumi. Ma il divario segnala una difficoltà competitiva particolarmente importante per le attività più energivore, come la metallurgia.
Anche il credito può pesare, soprattutto sulle piccole imprese, che hanno meno margini per finanziare investimenti e innovazione. Il costo dei prestiti varia in funzione della dimensione aziendale, del rischio e del tipo di finanziamento, ma l’accesso a risorse adeguate resta essenziale per affrontare la transizione tecnologica.
C’è poi la concorrenza internazionale. Nell’elettrodomestico, come in altri settori manifatturieri, i produttori europei devono confrontarsi con gruppi asiatici capaci di sfruttare economie di scala, catene di fornitura consolidate e grandi investimenti in ricerca e sviluppo. E la concorrenza è un elemento centrale delle strategie industriali.
Sul fronte ambientale, dal gennaio 2026 è entrato nella fase definitiva il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il cosiddetto CBAM. Il sistema riguarda alcune categorie di beni ad alta intensità di emissioni, tra cui ferro, acciaio e alluminio, e punta a ridurre il vantaggio competitivo derivante da produzioni soggette a costi del carbonio inferiori. Non è però una tassa generale su tutti i prodotti realizzati con standard ambientali meno rigorosi.
Un altro elemento da considerare è la proprietà delle imprese. In diverse vertenze italiane le decisioni strategiche dipendono da gruppi esteri. La distanza dai centri decisionali può rendere più difficile difendere investimenti e occupazione, soprattutto quando ricerca, progettazione e attività a maggiore valore aggiunto sono concentrate in altri paesi. Non è una regola valida per tutte le crisi, ma è un fattore che vale attenzione.
Il reshoring? Non basta a ricostruire la manifattura
Negli ultimi anni il ritorno delle produzioni nei paesi d’origine è diventato un obiettivo dichiarato di molte politiche industriali (a prescindere dal colore politico). Negli Stati Uniti, Donald Trump ha fatto del reshoring uno dei pilastri della propria strategia, utilizzando anche i dazi per incentivare gli investimenti interni. Ma gli annunci di nuove fabbriche, ammesso che ci siano, non si traducono immediatamente in occupazione: gli impianti richiedono anni per entrare a regime e settori come la microelettronica possono generare grandi investimenti senza assorbire manodopera nella stessa proporzione.
Il ritorno delle produzioni in Italia resta una possibilità più che una tendenza quantificabile con dati recenti. L’ultima indagine italiana ampiamente citata, realizzata da Confindustria e Re4It su 762 imprese manifatturiere, risale al 2021-2022. Un’indagine della Commissione europea pubblicata nel maggio 2026 conferma, su un campione di oltre 12.000 imprese in dodici Paesi, che il reshoring produttivo resta limitato: il 70% delle aziende con stabilimenti fuori dall’Unione non segnala cambiamenti recenti o programmati nella loro localizzazione. È più visibile, invece, la ricerca di fornitori alternativi e di catene di approvvigionamento meno esposte agli shock geopolitici.
Cercasi politica industriale
Per reindustrializzare non basta insomma richiamare chi se n’è andato. Servono interventi strutturali sul costo dell’energia, condizioni di credito compatibili con gli investimenti, aumento delle dimensioni delle aziende (perché piccolo non è sempre bello: con le economie di scala non funziona) e strumenti che consentano alle imprese di innovare senza perdere competitività durante la transizione.
Occorre anche scegliere dove concentrare le risorse. Aerospazio, difesa e cantieristica offrono opportunità, ma non possono assorbire da soli le competenze e i lavoratori provenienti da tutti i comparti in difficoltà. La transizione ecologica può diventare una politica industriale se sostiene la nascita di filiere produttive, anziché limitarsi a fissare obiettivi ambientali. Le pompe di calore, per esempio, possono rappresentare un’alternativa industriale alla filiera delle caldaie a gas; la microelettronica richiede investimenti, competenze e condizioni capaci di trattenere attività strategiche.
Le vertenze aperte al ministero riguardano problemi differenti, ma mostrano anche quanto sia difficile trasformare gli accordi in investimenti reali, garantire la continuità produttiva e ricollocare chi perde il proprio posto. Il caso di Piombino dimostra che un’intesa può salvaguardare una parte dell’occupazione senza risolvere automaticamente tutte le incognite del polo siderurgico. Quello dell’ex Ilva indica quanto le decisioni giudiziarie, la gestione degli impianti e la ricerca di un acquirente possano condizionare un’intera filiera.
La sfida è passare dalla gestione delle singole emergenze a una strategia che consideri insieme produzione, energia, competenze e investimenti. Perché una fabbrica che chiude non lascia soltanto lavoratori da ricollocare, ma spesso trascina con sé fornitori, conoscenze tecniche e relazioni industriali costruite in decenni.
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