Fondatrice di zägara, impresa sociale e casa editrice digitale femminista a Catania, attiva all’intersezione tra formazione femminista intersezionale, giustizia sociale e disuguaglianza geografica, Claudia Fauzia interviene sul nostro numero di Ottobre, Dove va a finire la filantropia
Nel 2025 le fondazioni bancarie italiane hanno erogato 1.424,5 milioni di euro, il risultato migliore degli ultimi diciassette anni, in crescita del 30,4% sull’anno precedente. È una notizia che dovrebbe rallegrare chiunque lavori, come chi scrive, all’intersezione tra Terzo settore, giustizia sociale e sviluppo territoriale. E in parte lo fa. Ma il numero di ottobre di VITA, dedicato proprio a “dove va a finire la filantropia”, ha già fotografato il problema con chiarezza: il 64% degli enti filantropici italiani ha sede al Nord, dove vive il 47% della popolazione; il 29% è in Lombardia; quasi il 5% nella sola provincia di Brescia, che ospita il 2,2% degli abitanti. E secondo il Rapporto Acri 2025, oltre la metà delle erogazioni delle fondazioni di origine bancaria resta al Nord-Ovest, il 20% al Nord-Est, il 17,9% al Centro. A Sud e Isole arriva il 5,6%.
È un dato già gonfiato, però. Depurandolo dai 30 milioni di Fondazione Sardegna, che eroga esclusivamente in Sardegna, e dai fondi smistati a Fondazione Con il Sud, che non è di origine bancaria, il rapporto reale tra ciò che resta al Centro-Nord e ciò che arriva al Mezzogiorno dalle fondazioni bancarie è, per i calcoli dello stesso Stefano Consiglio, dell’1% contro il 99%.

Una questione meridionale della filantropia
Claudio Arestivo lo aveva scritto su Avvenire qualche mese fa, parlando di una “questione meridionale della filantropia” che ricalca la vecchia questione meridionale del Paese, un intervento ripreso anche dal presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi.
Il numero di ottobre di VITA conferma che il tema è ormai stabilmente in agenda: il Consorzio Cgm lo chiama presenza “a macchia di leopardo”, riferendosi non solo a un problema di risorse ma all’assenza di un interlocutore strutturato per l’infrastrutturazione sociale dei territori che ne hanno più bisogno. Il già citato professor Consiglio, presidente di Fondazione Con il Sud, lo definisce un “paradosso endemico” e fa appello allo “spirito altruistico” delle fondazioni perché guardino oltre i propri confini.
È un appello giusto, ma racconta la filantropia solo come scelta morale, quando è anche l’esito di meccanismi strutturali. Chi dona decide a chi, quanto e con quali criteri, e quella discrezionalità — del tutto legittima — tende a muoversi lungo linee di prossimità già esistenti, fiscale, reputazionale, di rete, non necessariamente lungo quelle del bisogno. Non è una questione di malafede, ma ciò che la letteratura sulla filantropia, da Rob Reich ad Anand Giridharadas, descrive da tempo come il limite strutturale della beneficenza volontaria quando sostituisce, invece di correggere, le cause delle disuguaglianze che vorrebbe alleviare. Il punto non è se le fondazioni siano generose, ma se la concentrazione di risorse in alcuni territori (esito di ricchezze altrettanto concentrate) vada trattata come questione di giustizia distributiva, non solo di buona volontà.


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DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Lo ha capito Marlene Engelhorn, erede austriaca di un patrimonio industriale tedesco, che ha afidato a un panel di cittadini estratti a sorte la redistribuzione di 25 milioni di euro della propria eredità. Non si descrive come benefattrice, ma come una che ha scelto “la strada giusta” di fronte a un potere ereditato senza merito. Proprio questa è la cornice che manca anche al dibattito italiano: quella che non descrive l’opera filantropica come generosità da elogiare, ma come intervento finalizzato a correggere uno squilibrio.
Il sistema italiano ha già la prova che un impegno diverso funziona: in vent’anni Fondazione Con il Sud ha finanziato oltre 1.900 iniziative e sostenuto la nascita delle prime fondazioni di comunità del Mezzogiorno, e Acri ne ha appena rinnovato il sostegno. Il problema è che resti l’eccezione afidata a un solo ente invece di diventare il criterio con cui l’intero sistema guarda al proprio Sud. Lo stesso Consiglio, del resto, chiede un “potenziamento degli attori che già operano sul territorio”, non un nuovo accentramento.
Servono cinque mosse coordinate
Che fare? Servono mosse coordinate, orientate a spostare il Sud da oggetto di intervento a soggetto di decisione, e a trattare lo squilibrio come questione di giustizia distributiva, non di generosità da incentivare.
Primo: un posto al tavolo, non come beneficiari ma come interlocutori. Senza rappresentanza al momento in cui si stabiliscono le priorità, ogni correzione successiva resta calata dall’alto. Secondo: misurare quello che oggi non si misura. Le reti tematiche della filantropia italiana dovrebbero includere un indicatore di fragilità territoriale incrociato con la distribuzione geografica delle risorse, non solo quanto si eroga, ma dove si concentra il bisogno. Terzo: un vincolo minimo di erogazione, sul modello delle fondazioni private americane, obbligate dal 1969 a distribuire ogni anno una quota minima del patrimonio. È l’unica di queste proposte con una reale forza regolativa, non afidata alla discrezionalità. Quarto: liberare gli statuti. La stessa Fondazione Roma ha proposto di abbandonare i vincoli territoriali che ancorano le fondazioni alla sola area di origine. Vale la pena estenderlo, a condizione che la definizione delle priorità coinvolga chi quei territori li abita. Quinto: estendere il modello di Fondazione Con il Sud, non isolarlo. Ciò che ha dimostrato in vent’anni merita strumenti analoghi, costruiti insieme alla società civile locale, non confinati a un unico ente.
La domanda, a questo punto, non è più quante risorse arriveranno al Sud, ma chi avrà voce nel deciderlo e se la filantropia italiana sceglierà di continuare a raccontarsi come generosità, invece di misurarsi, finalmente, come questione di giustizia.
Nella foto di apertura, di Piermario Eva su Unsplash, Lo sguardo di Igor Mitoraj a Siracusa.


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