#Finsubito news – Le banche della politica e dei poteri forti: breve storia critica del sistema creditizio in Basilicata


Le cronache economiche raccontano parzialmente del probabile passaggio di BdM Banca (l’ex Banca Popolare di Bari) nelle mani del gruppo emiliano Credem e sul territorio meridionale cala l’ennesimo, gelido silenzio. In un quadro sociale ed economico fatto di blocchi stradali, scioperi, manifestazioni contro il carovita e le guerre.

Ci si affretta a rassicurare i correntisti, si parla di salvataggi e di garanzie per le famiglie parzialmente blindate dagli schemi istituzionali , ma si tace sul punto più dolente: il destino del credito e la desertificazione degli sportelli di un’intera regione. Da Bari le reazioni istituzionali si contano sulle dita di una mano e sono pochi i sindacati che affrontano la vicenda. La chiusura progressiva degli sportelli spezza le ultime arterie di finanziamento, condizionando la piccola e media impresa con la riduzione dei servizi.

Eppure, per capire come si sia arrivati a questa vendita annunciata, non basta guardare agli ultimi anni. Quella della Popolare di Bari non è una crisi congiunturale, ma l’atto finale di un sistema di potere e di drenaggio di risorse che dura da cinquant’anni. Una catena di montaggio del dissesto che affonda le sue radici negli anni Settanta e Ottanta.

1. Il Terremoto dell’Irpinia e il sacco della Banca Popolare di Pescopagano

Il volano di questa storia si attiva il 23 novembre 1980. Tra le macerie dell’Irpinia e della Basilicata piove un fiume incontenibile di denaro pubblico per la ricostruzione (la famosa legge 219/81). Faustino Somma, al timone della Banca Popolare di Pescopagano, intuisce prima di tutti il potenziale d’affari dopo esperienze,non tutte positive, nel campo industriale e del settore alberghiero: intercetta l’enorme flusso di fondi statali e li fa transitare per le casse del suo istituto. La Popolare di Pescopagano cresce a dismisura, espandendosi con decine di filiali e trasformandosi da piccolo istituto locale a strumento politico-finanziario al centro di fitte reti di potere a partire da quella democristiana.

Forte della potenza di fuoco accumulata con i fondi del terremoto, Somma ingloba uno storico pilastro del credito lucano: la Banca di Lucania. La Popolare di Pescopagano “cannibalizza” di fatto la Banca di Lucania spingendo alla fusione. Da questa operazione nasce la Banca Mediterranea con sede a Potenza: il sogno di una banca del Sud che, fin dalla nascita, mostra una struttura fragile dall’origine e importa tutte le contraddizioni e le spinte locali in materia di interessi di gruppi e clientele.

2. La stagione dei fidi facili, dell’azionariato finanziato di noti soggetti, la vicenda della FISVI di Lamiranda, le spericolate attività dell’Icla

Impresa di costruzioni protagonista del sacco dei fondi post terremoto, ben documentato dalle inchieste della Commissione Scalfaro, produssero effetti devastanti. La Cirio, acquisita dalla Fisvi, dichiarerà poi con la gestione Cragnotti bancarotta fraudolenta per 2000 miliardi di lire. Sarà controllata nel 2004 da Conserve Italia, una impresa emiliana. Negli anni ’90, la Banca Mediterranea diventa il bancomat della politica e dei poteri forti del Mezzogiorno e del sistema clientelare. Nel contempo avviene il fallimento della Banca Santa Maria Assunta, affondata da una pessima gestione e assorbita da Montepaschi di Siena.

La logica dei rubinetti aperti e centinaia di miliardi di lire erogati senza garanzie reali verso i “soliti noti” e pseudo imprenditori del nord a caccia di contributi pari al 120% dell’investimento dichiarato,una pletora di onnivori esponenti democristiani, determinano la crisi. Una vera e propria strategia dell’assalto alla banca, tenendo prigioniero Somma con la collaborazione di dirigenti infidi e ingordi: ICLA di Napoli Costruzioni: fulcro degli interessi legati a figure di primissimo piano della DC come Paolo Cirino Pomicino; Casillo: il sovrano incontrastato del grano di Foggia; Il gruppo De Gennaro: i potentissimi costruttori di Bari.

A dare il colpo di grazia a un istituto già dissanguato interviene poi uno degli episodi più opachi dell’epoca: l’acquisizione per conto terzi della Cirio-De Rica di Lamiranda e della galassia FISVI, che prosciuga definitivamente le casse e spalanca le porte al dissesto, tutto raccontato dalla stampa e da una tesi di laurea.

3. Dalla Banca di Roma al Feudo degli Jacobini

Incapace di coprire la voragine dei crediti inesigibili, la Banca Mediterranea viene dapprima agganciata ed ereditata dalla Banca di Roma, per poi essere progressivamente smembrata. È sulle macerie di questo sistema che si fa spazio la Banca Popolare di Bari.

Sotto la regia della famiglia Jacobini — con il padre Marco e il figlio Luigi —, la Popolare di Bari comincia una crescita ipertrofica, presentandosi come la “salvatrice” del credito meridionale e fagocitando altre realtà in crisi (fino al disastroso acquisto della Cassa di Risparmio di Teramo, Tercas). Ma dietro la facciata si nasconde un feudo familiare privo di veri controlli, dove le regole di vigilanza sembrano svanire nel nulla.

I bilanci vengono abbelliti, le sofferenze occultate e oltre 70.000 piccoli risparmiatori vengono indotti ad acquistare azioni della banca a prezzi gonfiati: un patrimonio di 1,4 miliardi di euro polverizzato e trasformato in carta straccia. Nel frattempo, i prestiti milionari continuano a scorrere senza rientro.

4. Il crollo del 2019 e l’epilogo della cessione a Credem

Nel dicembre 2019 il castello di carte crolla con il commissariamento d’urgenza da parte di Banca d’Italia. La successiva ricapitalizzazione pubblica tramite Mediocredito Centrale (MCC) e l’esborso di oltre 1,6 miliardi dal Fondo Interbancario. Un salvataggio di Stato che oggi culmina nella trattativa in esclusiva per cedere BdM Banca a Credem. Con una nota del Gruppo Credem di qualche giorno fa si apprende la notizia della vendita della BdM, già Banca Popolare di Bari, che verrà avviata con Mediocredito Centrale, il quale detiene il 97% delle quote in merito all’acquisizione dell’istituto meridionale.

La notizia della vendita già circolava da tempo a seguito di interventi del Ministro Giorgetti. Ricordiamo che la banca fu salvata grazie a un decreto del Governo nel 2019 che recitava: “Misure urgenti per il sostegno al sistema creditizio del Mezzogiorno e realizzazione di una banca di investimento”. Il decreto in sé non metteva in salvo solo la banca con i suoi risparmiatori e lavoratori, ma voleva creare, con la garanzia dello Stato, una banca per lo sviluppo del Sud d’Italia.

Le vicende della ex Banca Popolare di Bari sono ben note: migliaia di risparmiatori truffati a seguito della vendita delle azioni dell’istituto pugliese e che ancora oggi sono in attesa di avere delle risposte di ristoro. La BdM Banca viene messa sul mercato dopo che è ritornata a fare risultati. Risulta risanata al 100%.

Certamente, oggi, commentare solo la vendita della BdM Banca non basta; occorre invece discutere dell’importanza di quel decreto che portava proposte concrete di sviluppo. Le differenze tra Nord e Sud sono ancora esistenti, anzi possiamo affermare che con la vendita della banca viene ancor di più a mancare l’attenzione ed un impegno concreto dello Stato.

La vendita della banca peserà su un territorio già impoverito da svariate cause socio-economiche e lo stesso salvataggio del 2019 non è stato avvertito come una opportunità da parte delle istituzioni locali e degli operatori economici e sociali per ridefinire un ruolo dell’economia meridionale attraverso interventi idonei a sostenere la crescita.

Un processo di sviluppo passa sicuramente attraverso un istituto di credito radicato nel territorio: per questo le istituzioni locali dovrebbero ridiscutere dell’importanza di quel decreto e mettere in campo una mozione unitaria di tutte le regioni in cui è presente la banca, avviando un’attività istituzionale verso il governo nazionale e ribadendo l’importanza e il ruolo che la banca può avere per i nostri territori, ossia: tutela dei risparmiatori e dei clienti nei nostri comuni, tutela per i lavoratori, mantenimento dei punti di direzione, tutela del marchio.

L’operazione di vendita rischia di avere conseguenze concrete ed importanti già su un territorio messo a dura prova da un impoverimento non solo economico ma anche migratorio. Ci sembra illogico oltre che incoerente, sotto il profilo industriale, economico e sociale, immaginare che una realtà come la BdM Banca, rilanciata attraverso un percorso impegnativo con sacrifici anche da parte dei lavoratori con ben 4 anni di solidarietà e da un rilevante intervento pubblico, possa naufragare semplicemente con la vendita.

Ciò significa impoverire ancora di più una comunità. La vendita della BdM non riguarda solo la Banca: riguarda le persone, un pezzo fondamentale del sistema economico e sociale della Puglia, della Basilicata e dell’Abruzzo. Territori che già soffrono una desertificazione bancaria che, tradotta, vuol dire minori servizi, meno opportunità per famiglie e imprese, maggiore esclusione sociale.

A tali preoccupazioni bisogna aggiungere i tanti soci che, nonostante tutto, costituiscono la forza dell’attuale banca, con i loro risparmi e investimenti che ancora attendono un risarcimento per i soldi persi a seguito dell’acquisto delle azioni.

Oggi il sipario sta per calare. Ma mentre i vertici passati affrontano le aule di tribunale e gli istituti del Nord rilevano le quote di mercato, a restare col cerino in mano sono le imprese e i risparmiatori del Mezzogiorno.

Senza una banca di territorio, senza credito di prossimità e nell’assordante disinteresse della politica locale, l’economia pugliese e lucana rischia di pagare per i prossimi decenni il conto di una parabola gestionale, fallimentare, di criminalità economica economica iniziata da decenni.

Per ora non si registra alcuna iniziativa delle forze politiche nei Consigli regionali e da parte della quasi totalità dei sindacati. La Giunta regionale, impegnata nel disastro del Data Center, dei ticket, di droni ed elicotteri, dalle proteste contro il prezzo della benzina e il carovita, non avverte nessuna necessità di fare qualcosa assieme alla Puglia per chieder conto al governo oltre che a Mediocredito di quanto sta accadendo: aspetta solo di prendere atto a tumulazione avvenuta.

Più che vendere bisogna lavorare su un rilancio dell’istituto che può rappresentare per il Sud, con l’aiuto dello Stato, uno strumento determinante per la crescita di un’intera area. Una regione che al momento ha un mercato del credito pari a 8 miliardi con il 52% riferito alle imprese ed il 48% per le famiglie con sportelli nel 50% dei Comuni lucani. ∗Pietro Simonetti – Cseres


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