Cercavo una commedia romantica, ho trovato una famiglia che tira avanti tra tradimenti, insoddisfazioni e paura di cambiare. Perché in amore c’è chi scappa al primo ostacolo e chi resta anche quando non c’è più nulla da salvare
Ormai lo sapete, se mi leggete: sono una cinefila sfegatata. Quello che non tutti sanno che ho una passione per Adriano Giannini. E l’altro giorno, presa da quel certo scrupolo — quello che ti fa cercare un film solo perché c’è lui — sono andata a curiosare nella sua filmografia e ho scelto un titolo che mi ha incuriosita.
Qui, ragazze, lasciatemi aprire una parentesi di pura fantasia: io cito e taggo Adriano Giannini, lui legge l’articolo, mi scrive, ci innamoriamo, ci sposiamo e viviamo felici e contenti. Lo so, vi sto facendo tenerezza. Ma ricordate che le mie aspettative sono diventate molto più realistiche: ai tempi dell’Odissea volevo sposare Matt Damon. Un’evoluzione, insomma. Adesso sogno almeno uno che vive in Italia.
Comunque, alla fine del film non ero soddisfatta. Mi ero rifatta gli occhi, ma il film non mi aveva convinto Così, per rimediare, mi sono messa a cercare una bella commedia americana, di quelle che ti fanno sospirare, credere nell’amore e addormentarti con il sorriso.
Il giorno dopo, però, continuavo a pensare al film di Giannini. Alla fine era un bel film, con una buona regia e un buon cast. Perchè non mi era piaciuto?
La storia racconta una famiglia che, vista da fuori, sembra avere tutto quello che basta per una vita ordinariamente complicata: lui giornalista squattrinato , lei la seconda compagna, una donna bellissima e un po’ svampita che insegna danza dopo aver forse accarezzato il sogno di diventare ballerina; una bambina con l’asma; un figlio adolescente avuto dalla prima compagna, ricca e tradita con la sua migliore amica.
Risultato: lui è stato spedito fuori di casa a calci nel sedere. Poi ci sono i problemi economici, quelli di coppia e una babysitter straniera che, non si sa bene come, arriva in una casa dove i soldi sembrano mancare per tutto.
Ad un certo punto, naturalmente, nasce la relazione clandestina tra lui e la babysitter. E io, che da anni sostengo la necessità di assumere donne delle pulizie mature, attempate e consapevoli, mi sono sentita confermata nelle mie convinzioni.
La compagna, però, non resta a guardare: si consola con il pediatra ricco. Insomma, tradiscono entrambi. Ma il film sembra suggerire che non si tratti soltanto di scappatelle dettate dalla voglia di una distrazione: quei tradimenti paiono nascere dall’insoddisfazione, da una vita che non corrisponde più a quella che si desidera. Attenzione: capire da dove viene un’infedeltà non significa giustificarla. Significa provare a guardare cosa c’è sotto, oltre la porta chiusa della camera da letto.
C’è anche un vicino, solo e un po’ sfortunato, un ingegnere che osserva quella famiglia e sembra invidiarla. Lui vede una casa, una coppia, dei figli: insomma, tutto quello che gli manca. Noi spettatori, invece, sappiamo che dietro quella vetrina c’è un’altra storia. E che a volte si può invidiare proprio la vita che qualcun altro vorrebbe disperatamente cambiare.
Una delle scene più amare — e più squallide, se si spera ancora in una fiaba — è quella in cui la bambina resta fuori casa, mentre i due amanti consumano la loro relazione nel letto coniugale. Quando torna la compagna, la babysitter scappa e lui si sistema i pantaloni. La bambina viene accolta dal vicino. Non esattamente il momento in cui parte la musica romantica e tutti capiscono che il vero amore ha trionfato.
Il finale, senza svelarvelo del tutto, è ancora più interessante. La babysitter resta incinta, ma la cosa che mi ha colpita di più è che, alla fine, tutto sembra rimanere fermo. Nessuno trova davvero il coraggio di cambiare vita. Nessuno rompe quell’equilibrio malandato, fatto di abitudini, insoddisfazioni e polvere nascosta sotto il tappeto.
Ecco perché non mi è piaciuto: io cercavo una fiaba. Volevo il lieto fine, il principe azzurro, la principessa, gli imprevisti e il bene che vince sul male. Noi veniamo dalle commedie romantiche degli anni Ottanta: siamo state educate a credere che dopo un equivoco, una corsa sotto la pioggia e qualche frase pronunciata al momento giusto, tutto si aggiusti. Il film, invece, mi ha restituito uno spaccato molto più vicino alla realtà.
A volte si resta insieme anche quando non ci si somiglia più. Si va avanti giorno per giorno, per i figli, per la routine, per la paura di sconvolgere tutto. E magari ci si accorge che quella compatibilità che sembrava esserci, forse non c’è mai stata davvero: eravamo troppo giovani, troppo innamorati dell’idea dell’amore, o semplicemente troppo impegnati a costruire la vita per fermarci a guardarla.
Nell’articolo precedente parlavo di chi mette fine a una relazione alla prima lite, come se bastasse una discussione per scoprire di non essere fatti l’uno per l’altra. Ma esiste anche l’eccesso opposto: restare insieme quando non c’è più niente da salvare, tenuti in piedi soltanto dall’abitudine. E, nel frattempo, cercare fuori quello che non si riesce a dire dentro.
Perché è così difficile scegliere un’altra vita? Perché spesso è più facile infilarsi in una relazione clandestina che affrontare una conversazione sincera, una separazione, il disordine che viene dopo? Forse perché cambiare significa rinunciare alle certezze, anche quando quelle certezze ci fanno stare male. E così si resta sospesi, aspettando che qualcosa cambi da solo. Di solito non cambia: al massimo, cambia la babysitter.
Forse perché, quando si parla d’amore, sembriamo avere soltanto due modalità: “chiudiamo tutto per uno starnuto” oppure “restiamo insieme per sempre, anche se ormai ci parliamo solo per sapere chi ha finito il detersivo”.
Da una parte ci sono coppie che al primo problema fanno i bagagli emotivi: una discussione, una settimana storta, una delusione e subito si riaprono le iscrizioni alla vita da single. Si torna giovani, liberi, leggeri. Magari con un figlio che domanda dov’è finito papà e una mamma che si è iscritta su Tinder. Che poi, a volte, non si scappa da una storia finita: si scappa dalla prima fatica vera, quella che arriva quando l’amore smette di essere una bella foto e diventa anche una conversazione scomoda.
Dall’altra parte ci sono quelli che restano. Restano quando non si riconoscono più, quando la casa è diventata un luogo in cui ci si incrocia per turni, quando la coppia sopravvive solo nei documenti e nelle foto di Natale. E spesso la motivazione ufficiale è: «Lo facciamo per i figli». I figli, questi piccoli consulenti matrimoniali mai interpellati, chiamati a giustificare una situazione che magari non fa stare bene nessuno.
Certo, non è che basti una crisi per salutarsi con una stretta di mano e dividersi il telecomando. E nemmeno ogni coppia che resta lo fa per paura o per abitudine: le storie sono complicate, e da fuori è facile distribuire sentenze come fossero numeri al supermercato.
Però i figli non hanno bisogno di una famiglia che recita la parte della famiglia felice con la stessa convinzione con cui noi diciamo «tutto bene» quando abbiamo appena litigato in macchina. Hanno bisogno di adulti che provino a capire che cosa è successo e che cosa vogliono fare.
Forse la via di mezzo non è una formula magica. È avere il coraggio di non scappare al primo ostacolo, ma anche di non trasformare la sopportazione in una medaglia al valore. Parlarsi, provare a rimettere insieme i pezzi, chiedere aiuto se serve. E, se davvero non c’è più niente da ricostruire, trovare il coraggio di cambiare strada senza far finta che restare immobili sia sempre la scelta più nobile.
Insomma, non chiedo il finale con il bacio sotto la pioggia e Adriano Giannini che arriva a salvarmi dalla vita quotidiana. Anche se, a scanso di equivoci, il mio indirizzo è sempre disponibile. Mi basterebbe una storia in cui le persone non confondano la libertà con la fuga e la famiglia con l’obbligo di restare infelici.
Quanto al film, forse è questo che mi ha lasciata un po’ inquieta: quella famiglia non è né una fiaba né una catastrofe eccezionale. È una famiglia che tira avanti, mentre ciascuno cerca fuori qualcosa che non riesce più a trovare dentro. E il vicino ingegnere, dalla finestra, guarda tutto questo pensando magari che loro abbiano una vita perfetta. Se solo sapesse: a volte basta una finestra per invidiare una gabbia, o per accorgersi di essere già fuori.
Io, intanto, continuo a cercare finali romantici. Ma questo film, pur non avendomi dato la fiaba che volevo, mi ha lasciato una domanda che mi è rimasta addosso: quante persone potrebbero riconoscersi in quella famiglia? E quante, pur sapendo che la loro storia è finita, trovano il coraggio di dirlo?
Tiziana De Matteo
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