La settimana dal 19 al 23 ottobre ha prodotto un netto deterioramento del quadro della Borsa italiana. Il FTSE MIB ha perso la media mobile esponenziale a 200 giorni ed è tornato in prossimità della base del canale rialzista sviluppato dai minimi dell’aprile 2025.
A pesare sul listino sono stati soprattutto il rialzo dei rendimenti sovrani, le tensioni sul debito francese, la debolezza delle banche e la correzione internazionale dei titoli tecnologici.
Soltanto nella parte finale della settimana Piazza Affari ha trovato un sostegno importante nel comparto energetico, favorito dalla nuova impennata di petrolio e gas.
Quello degli energetici è però un aiuto ambiguo: sostiene l’indice grazie al peso di Eni, Saipem e Tenaris, ma peggiora contemporaneamente le prospettive per inflazione, tassi, consumi e titoli ciclici.
La settimana è iniziata con una brusca ondata di vendite. Il future FTSE MIB dicembre ha terminato lunedì a 48.480 punti, in ribasso del 2,21%, dopo avere oscillato tra 48.440 e 49.445.
La seduta ha portato alla violazione della media mobile esponenziale a 200 giorni e del supporto rappresentato dal ritracciamento del 38,2% del rialzo precedente.
Si tratta di un passaggio importante perché la media a 200 giorni rappresenta uno dei principali spartiacque fra una semplice correzione e un deterioramento del trend di medio periodo.
A guidare il ribasso è stato soprattutto il comparto finanziario. Banco BPM ha perso il 3,70%, Unipol il 3,20%, mentre BPER, MPS e Intesa Sanpaolo hanno registrato flessioni superiori al 2%.
Anche il 3BAL, ETN a leva tre sulle banche dell’Eurozona, e UniCredit sono scesi sotto le rispettive medie a 200 giorni. La debolezza ha quindi assunto una dimensione settoriale e non si è limitata all’indice generale.
Il tentativo di rimbalzo si ferma sulle prime resistenze
Martedì il future ha provato a reagire, chiudendo a 48.930 punti dopo avere oscillato tra 48.175 e 49.040. La candela ha recuperato circa la metà del ribasso precedente, senza però cancellarne il segnale negativo.
Il rimbalzo è proseguito mercoledì, quando il contratto dicembre è salito a 49.255 punti, con un massimo a 49.420. I prezzi sono così tornati a confrontarsi con il massimo di lunedì a 49.445 e con la media mobile esponenziale a 10 giorni.
Il recupero si è però arrestato proprio in corrispondenza di queste resistenze. Il mercato non è riuscito a riconquistare la media a 200 giorni e la reazione si è dimostrata vulnerabile a una nuova ondata di vendite.
Anche sul grafico settimanale sono comparsi segnali preoccupanti. Il Supertrend è salito sopra i prezzi, indicando un possibile cambiamento della tendenza al ribasso. Questo indizio evidenzia quanto sia diventato delicato il quadro tecnico.
Giovedì torna la pressione su Piazza Affari
Giovedì il tentativo di recupero è stato bruscamente interrotto. Il future FTSE MIB ha chiuso a 48.100 punti, in ribasso del 2,52%, dopo avere toccato un minimo a 47.985.
Le vendite hanno accompagnato una nuova impennata della tensione sul mercato obbligazionario. Lo spread BTP-Bund è salito fino a 127 punti base e il rendimento del decennale italiano ha raggiunto il 4,66%.
Ancora più delicata è apparsa la situazione francese. Il rendimento dell’OAT decennale ha superato il 5,10%, mentre il differenziale rispetto al Bund ha oltrepassato i 170 punti base.
Le difficoltà nell’approvazione della legge di bilancio e i dubbi sulla sostenibilità dei conti pubblici francesi hanno aumentato la domanda di titoli tedeschi e la pressione sui debiti periferici.
Per le banche il rialzo dei rendimenti produce effetti contrastanti. Inizialmente può sostenere il margine d’interesse, ma quando diventa troppo rapido prevalgono i rischi:
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diminuisce il valore dei titoli obbligazionari in portafoglio;
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aumenta il costo della raccolta;
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peggiora la qualità prospettica del credito;
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cresce il legame fra rischio bancario e rischio sovrano;
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si riduce l’appeal speculativo delle operazioni di consolidamento.
La correzione ha infatti colpito soprattutto Banco BPM, UniCredit, Intesa Sanpaolo, BPER e MPS, cioè gli istituti maggiormente coinvolti nel risiko bancario italiano.
Il petrolio soccorre Piazza Affari
Nell’ultima parte della settimana Piazza Affari ha recuperato terreno grazie agli acquisti sul comparto energetico. Eni è salita del 5,82%, Saipem del 4,17% e Tenaris del 4,51%, mentre le vendite sono rimaste concentrate su tecnologia, lusso e automotive.
Eni ha beneficiato contemporaneamente dell’aumento del petrolio e di risultati trimestrali particolarmente solidi. L’utile netto adjusted ha raggiunto 2,80 miliardi di euro nel terzo trimestre, mentre nei primi nove mesi è cresciuto del 70% a 6,43 miliardi.
Il gruppo ha inoltre annunciato:
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un dividendo straordinario di 0,46 euro per azione, per complessivi 1,30 miliardi;
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l’incremento del programma di buyback a 3,80 miliardi di euro;
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una remunerazione degli azionisti superiore alle precedenti indicazioni.
Sul grafico Eni ha superato con decisione la vecchia resistenza di area 25 euro e ha accelerato fino in prossimità della parte alta del canale rialzista. Il movimento è molto forte, anche se nel breve la distanza accumulata dai principali supporti potrebbe favorire prese di profitto.
WTI oltre una resistenza decisiva
Il WTI CFD ha superato area 102-103 dollari, barriera che aveva ripetutamente frenato il rialzo nei mesi precedenti. La rottura rafforza il movimento iniziato dai minimi di luglio e, se confermata, potrebbe aprire spazio verso 105 dollari e successivamente verso 110-114 dollari.
Il Brent ha raggiunto 116,18 dollari al barile, mentre il gas europeo è salito fino a 94 euro per megawattora.
Il mercato continua a incorporare un consistente premio geopolitico legato al conflitto con l’Iran, agli attacchi contro le infrastrutture saudite e al rischio di nuove operazioni militari statunitensi dopo le elezioni di metà mandato.
Per Piazza Affari l’effetto immediato è favorevole perché il listino presenta un’importante componente energetica. Ma si tratta di una vittoria potenzialmente avvelenata.
Petrolio e gas riaprono il problema dell’inflazione
L’aumento dell’energia rischia di trasferirsi rapidamente sui prezzi al consumo attraverso carburanti, trasporti, produzione industriale e distribuzione delle merci.
La sequenza potenziale è particolarmente negativa:
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1.
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aumentano i costi di produzione e trasporto;
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3.
le imprese trasferiscono parte dei rincari sui clienti;
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peggiorano le aspettative d’inflazione;
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le banche centrali mantengono i tassi elevati più a lungo;
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aumentano i costi di finanziamento di famiglie, imprese e governi;
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7.
si riducono consumi, investimenti e valutazioni azionarie.
Un sondaggio Bloomberg tra gli economisti ha riaperto la possibilità di un rialzo dei tassi BCE a dicembre, mentre per la prossima riunione prevalgono aspettative di stabilità.
Anche negli Stati Uniti i dati non consentono alla Federal Reserve di abbassare la guardia.
Il PMI manifatturiero ha raggiunto 56 punti e quello dei servizi 57,9. Particolarmente significativo è stato l’aumento dei prezzi di vendita, cresciuti al ritmo più rapido dall’agosto 2022.
Il rendimento del Treasury decennale è così tornato vicino al 5%. Il mercato continua a prevedere tassi invariati nella prossima riunione della Fed, ma i dati sull’inflazione PCE saranno decisivi per le aspettative sulle mosse successive.
Un’economia europea ancora in crescita, ma in rallentamento
Il PMI composito dell’Eurozona è sceso a 51,9 punti dai 53,1 di settembre. Il dato segnala il quarto mese consecutivo di espansione, ma anche il ritmo di crescita più debole della sequenza.
Il PMI manifatturiero è arretrato da 52,9 a 52,4 punti. La Germania ha rappresentato una parziale eccezione, con l’indice manifatturiero salito a 54,2 punti, oltre le attese.
L’Europa si trova quindi davanti a una combinazione scomoda: attività economica in rallentamento, energia in rialzo e politica monetaria che potrebbe rimanere restrittiva.
Non è ancora uno scenario di piena stagflazione, ma presenta diversi elementi che vanno in quella direzione.
FTSE MIB: la base del canale diventa decisiva
Dal punto di vista tecnico, il FTSE MIB future rimane sotto la media mobile esponenziale a 200 giorni e pericolosamente vicino alla base del canale rialzista di lungo periodo.
La fascia compresa tra 47.800 e 48.000 punti rappresenta il primo sostegno da difendere. Una rottura confermata aumenterebbe il rischio di una discesa verso 47.000-46.500 punti, con possibilità di estensione successiva in direzione di area 45.500.
Sul lato opposto, il recupero di 49.400-49.500 punti costituirebbe soltanto un primo segnale distensivo. Per ridurre realmente il rischio ribassista servirebbe il ritorno sopra la media a 200 giorni e successivamente il superamento dell’area compresa tra 50.000 e 50.500 punti.
Una correzione che non può più essere sottovalutata
La struttura rialzista di lungo periodo non è ancora definitivamente compromessa, ma la settimana ha reso meno credibile l’idea che ogni ribasso possa essere automaticamente considerato un’occasione di acquisto.
Il FTSE MIB può ancora contare sul sostegno degli energetici, su valutazioni mediamente inferiori a quelle di Wall Street e su una base del canale rialzista non ancora violata. Contemporaneamente, però, aumentano i segnali negativi:
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l’indice è sceso sotto la media a 200 giorni;
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il Supertrend settimanale minaccia di girare al ribasso;
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le banche hanno perso forza relativa;
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i rendimenti sovrani restano elevati;
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la Francia è diventata un importante fattore di instabilità;
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petrolio e gas riaccendono l’inflazione;
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BCE e Federal Reserve potrebbero mantenere una politica restrittiva più a lungo.
La tenuta della base del canale rialzista rappresenta adesso lo spartiacque decisivo.
Finché il sostegno resiste, il movimento può ancora essere classificato come una correzione all’interno del trend di lungo periodo. Sotto quella linea, il rischio di una fase ribassista più profonda diventerebbe invece concreto.
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