«L. N. Tolstoj, nel suo racconto La morte di Ivan Ilijc, ha descritto il fenomeno di sconvolgimento e di disfatta di questo “si muore”» [Martin Heidegger, Essere e tempo (1927), Longanesi 1970, 1976, p. 530, n. 12]
Alla vasta letteratura su Heidegger e su Tolstoj non è certo sfuggito questo più unico che raro riferimento in nota del grande filosofo tedesco al non meno grande scrittore russo. Basti solo pensare almeno al saggio di Robert Bernasconi Literary Attestation in Philosophy: Heidegger’s Footnote on Tolstoy’s “The Death of Ivan Ilyich” (in Philosophers’ Poets, a cura di David Wood, Routledge 1990). Tuttavia, poiché l’esercizio che ci interessa qui non è accademico, ci proponiamo di guardare il punto in cui i due autori si toccano come se la nota heideggeriana a piè di pagina di cento anni fa fosse apparsa oggi per la prima volta, al fine di chiederci che cosa ci dica quella scintilla di pensiero.
Nel § 51 di Essere e tempo, dopo aver descritto i parenti che rassicurano il morente e la vita pubblica che tratta il decesso come un disturbo, quasi una mancanza di tatto, Heidegger aggiunge in nota che Tolstoj, nella Morte di Ivan Il’ič (1886), ha descritto lo sconvolgimento e la disfatta del “si muore”. Una riga, senza commento, l’unico rinvio ad altri in una sezione che attraversa i temi più carichi di letteratura che la riflessione umana conosca. Eppure, se si legge il racconto accanto ai §§ 51-53, la corrispondenza appare sorprendentemente estesa, e conviene ripercorrerla prima di chiedersi che cosa essa potrebbe dirci ancora.
Il § 51 descrive la fuga quotidiana dalla morte. Il soggetto di questa fuga è il Si della chiacchiera quotidiana, e la sua formula è “si muore”; la morte, cioè, come evento impersonale, un caso fra i casi, che riguarda tutti e quindi nessuno. Heidegger ne individua i movimenti nella tentazione di coprirla, nella tranquillizzazione che promette che non c’è da preoccuparsi e nell’estraniazione che allontana l’Esserci, cioè l’uomo, dal suo poter-essere più proprio. Il Si sfugge al coraggio dell’angoscia e lo converte in paura di un evento futuro per poi sovrapporgli un’indifferenza superiore che diventa regola di buona condotta. Ebbene, il primo capitolo del racconto di Tolstoj ne è quasi la messa in scena. I colleghi di Ivan leggono il necrologio, pensano alle promozioni e avvertono il sollievo di sapere che è toccato a un altro. Pëtr Ivanovič, alla veglia, ha un istante di spavento davanti al volto del morto e lo neutralizza ripetendosi che quella è una faccenda di Ivan, poi ritrova il buon umore pensando alla partita a carte della sera con i colleghi del tribunale. La vedova addirittura gli chiede come ottenere un sussidio più alto. Da qui il racconto orna indietro nella vita di Ivan e Tolstoj descrive un’esistenza gradevole e decorosa, tutta assorbita dalla carriera e dall’arredamento della casa, al punto che la malattia sembra scaturire da una innocua caduta di Ivan da una scaletta mentre sistema le tende. Essendo agile, cade in piedi ma batte il fianco contro la maniglia di una finestra. Quando il male al ventre avanza, famiglia e medici recitano la commedia della guarigione e Tolstoj dice che proprio questa menzogna era per Ivan la sofferenza più grande.
Il § 52 spiega su che cosa si regge la fuga. Il Si ammette che la morte sia certa, ma aggiunge subito un “per ora no”. La sua certezza è empirica, ricavata dal fatto che gli altri muoiono, e proprio per questo resta esterna e innocua. L’indeterminatezza del quando viene coperta riempiendo il tempo di urgenze. Tolstoj fornisce a questo paragrafo l’immagine più esatta che si possa desiderare. Il passaggio più celebre si trova nel capitolo VI, dove Ivan ricorda il sillogismo appreso nella logica di Kiesewetter: Caio è un uomo; gli uomini sono mortali; dunque Caio è mortale. La validità della deduzione gli era sempre parsa indiscutibile quando riguardava Caio. L’applicazione a se stesso incontra invece una resistenza profonda, perché Ivan ricorda il bambino che è stato, i genitori, gli oggetti amati, le sensazioni dell’infanzia. La singolarità vissuta sembra reclamare un’eccezione rispetto all’universalità del concetto e Tolstoj colloca così il lettore davanti allo scarto fra comprendere oggettivamente una conclusione e riuscire a sentirla intimamente.
Il § 53 delinea l’anticipazione, il rapporto autentico con la morte come possibilità più propria, incondizionata, certa e insuperabile. Anticipare significa lasciarla stare davanti a sé come possibilità, e questo isola l’Esserci, lo strappa al Si, lo libera dall’irrigidimento nelle possibilità già realizzate e lo espone all’angoscia. Ivan, a rigore, non anticipa nulla: la verità gli arriva nell’agonia, quando la morte ha smesso di essere remota. Eppure le ultime pagine ricalcano diversi tratti del paragrafo. C’è la solitudine sull’orlo dell’abisso, c’è l’angoscia dei tre giorni di urla dentro il sacco nero nel quale lo infilava una forza invisibile e invincibile, e c’è soprattutto la resa della pretesa di aver vissuto come si doveva, che lo tratteneva e che, abbandonata, lo lascia passare. Ma l’esito tolstojano è una conversione per grazia, che passa attraverso la pietà per il figlio e per la moglie, nonché il perdono a quest’ultima chiesto con la parola sbagliata (vorrebbe dire “perdonami”, in russo prostì, ma dice “lasciami andare”, propustì) e la luce al posto della morte. E passa attraverso il servo Gerasim, l’unico che non mente e che in senso squisitamente heideggeriano si prende cura del padrone. Su questo punto i due testi divergono, e la nota, fermandosi alla disfatta del Si, sembra registrare la divergenza semplicemente tacendola.
Che cosa ci insegna, allora, questo incontro fra titani?
La prima lezione riguarda il rapporto fra concetto e racconto. Un filosofo che nel 1927 costruisce un’ontologia fondamentale con un lessico deliberatamente impervio, diffidente verso ogni edificazione, sente il bisogno, proprio nel punto in cui parla della morte, di rinviare a un racconto di quarant’anni prima. È un gesto piccolo e rivelatore. Mentre le categorie del § 51 sono astruse per vocazione e la loro pregnanza fenomenologica rischia di restare sospesa, Tolstoj dà loro una scena, dei volti, dei mobili, un pouf con le molle malmesse e un tavolo da gioco che aspetta. La nota sembra ammettere che su certi fenomeni la narrazione arrivi prima del concetto e che il concetto abbia bisogno di quella testimonianza per sapere di che cosa sta parlando. Si potrebbe obiettare che Heidegger usa Tolstoj come un esempio, alla maniera in cui un manuale usa un caso clinico. Ma forse c’è di più, perché un esempio conferma, laddove un racconto eccede sempre ciò che gli si vuol far dire e il finale della Morte di Ivan Il’ič eccede visibilmente il § 51. Rimandare a quel testo significava allora introdurre in Essere e tempo un ospite capace di contraddire, o se non altro, di mettere in questione il padrone di casa.
La seconda lezione riguarda la differenza fra sapere che si muore e sapere di dover morire. Il sillogismo di Caio mette a nudo uno scarto che nessuna logica colma, quello di una proposizione universale vera, accettata come paradigma (“Tutti gli uomini sono mortali”), che resta muta per il soggetto finché la morte non lo chiama per nome. Heidegger lo formalizza distinguendo la certezza empirica da quella esistenziale, mentre Tolstoj lo fa sentire. Letta oggi, questa distinzione sembra parlare con particolare forza a una cultura che sulla morte possiede una quantità di informazioni senza precedenti, fra statistiche, curve di sopravvivenza, aspettative di vita aggiornate ogni anno e percentuali di rischio calcolate per ciascuno di noi. Si può sospettare che tutto questo sapere in terza persona sia la forma contemporanea del “si muore”: accurato, verificabile e proprio per questo capace di tenerci al riparo. Il dato statistico riguarda una popolazione e la popolazione è il nuovo Caio.
La terza lezione tocca la scena del capezzale, che rispetto al 1886 e al 1927 è cambiata profondamente. La morte si è trasferita in larga parte negli ospedali e nelle residenze per anziani, la comunicazione della diagnosi è regolata da norme sul consenso informato e la medicina palliativa ha fatto dell’accompagnamento una disciplina con i suoi protocolli. Sarebbe facile concluderne che la menzogna denunciata da Tolstoj e da Heidegger appartenga al passato e che oggi i parenti di Ivan sarebbero costretti a dirgli la verità. La tranquillizzazione ha forse cambiato lingua e il lessico della battaglia contro la malattia, l’imperativo dell’ottimismo, la retorica del «guerriero» che non si arrende, nonché la discrezione con cui il lutto viene sottratto alla vita pubblica, sembrano assolvere alla stessa funzione che Heidegger attribuiva ai consolanti, quella di proteggere chi resta. Persino la verità comunicata secondo le procedure può diventare un modo di sbrigare la morte, di consegnarla al morente come un documento da firmare. Il disturbo sociale di cui parlava il § 51 si gestisce oggi con strumenti diversi, ma l’esigenza che il decesso non turbi la noncuranza indaffarata della vita pubblica pare intatta.
Forse è questo il senso più profondo dell’incontro. Due titani si sfiorano per una riga e lo fanno nel punto in cui sono d’accordo, la denuncia del Si, della menzogna e della morte ridotta a fatto di cronaca. Il disaccordo resta fuori dalla nota e chi la legge oggi per la prima volta è costretto a ricostruirlo da sé, andando a cercare nel racconto quello che il trattato non dice: la cessazione della paura, la morte della stessa morte e da ultimo l’irruzione di una misteriosa luce.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

