#Finsubito news – Il collasso della natura minaccia il Pil. L’ultimatum Bce: “La finanza non può aspettare”


La natura presenta il conto. L’economia globale poggia su fondamenta ecologiche in cedimento e il tempo dei rinvii per l’industria è finito. “Abbiamo parlato della necessità di agire per un tempo sufficiente. Ora dobbiamo agire”, scandisce Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo e vicepresidente del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, aprendo i lavori al Finance and Biodiversity Day della COP17 a Erevan. Il monito scuote le banche. Per l’esponente dell’Eurotower la conservazione ambientale non ammette deroghe e impone capitali enormi. “Senza investimenti, non ci può essere transizione”, taglia corto il dirigente di Francoforte. L’alternativa è il declino.

L’emergenza esce dai confini ecologici per investire in pieno i bilanci aziendali. Il monito della Banca centrale europea ribalta prassi decennali. “Per troppo tempo, abbiamo trattato la natura come se fosse gratuita e inesauribile”, accusa Elderson, ricordando che “non è nessuna delle due cose”. L’illusione di una crescita perpetua si scontra con limiti invalicabili per l’industria. “In termini economici, abbiamo consumato il nostro capitale e lo abbiamo chiamato reddito”, prosegue il banchiere. La riflessione muove da un paradosso diffuso nelle sale operative. I mercati considerano strade e ponti infrastrutture critiche, ignorando il capitale naturale. Eppure “la natura fornisce servizi senza i quali gran parte delle nostre economie non potrebbe funzionare”. Le foreste arginano alluvioni, gli oceani assorbono calore e le falde garantiscono la produzione agricola. Il deterioramento di tali servizi genera strozzature letali nelle catene di approvvigionamento. “Le conseguenze si stanno già diffondendo dagli ecosistemi alle imprese, dalle imprese ai bilanci e dai bilanci al sistema finanziario”, avverte Elderson davanti agli investitori. La Banca Mondiale stima che “fino alla metà del Pil mondiale si basi sulla biodiversità, sul capitale naturale e sui servizi ecosistemici”. L’analisi della Bce traccia un perimetro di rischio gravissimo per l’Europa. Il 72% delle aziende dell’area euro dipende da almeno un servizio ecosistemico e il “75% dei prestiti aziendali va a società altamente dipendenti da almeno un servizio ecosistemico”. “La natura non è periferica rispetto all’attività economica. È fondamentale per essa”, chiosa il dirigente. Di fronte al degrado del 75% degli ecosistemi terrestri e del 66% di quelli oceanici, la diagnosi allontana ogni alibi. “Questa non è una tragedia futura all’orizzonte. È una realtà economica che si sta svolgendo intorno a noi”, sancisce l’esponente dell’Eurotower.

L’acqua incarna la valuta vitale su cui si regge l’intera filiera produttiva continentale. L’emisfero boreale affronta una carenza inedita e il mondo aziendale fatica a metabolizzare l’impatto di risorse in esaurimento. “Un’economia non può negoziare con un fiume vuoto, una falda acquifera esaurita o un ecosistema fallito”, sentenzia il vicepresidente della Vigilanza europea. L’accusa alla miopia industriale è frontale. “Quando preleviamo acqua più velocemente di quanto possa essere reintegrata, non stiamo creando prosperità. Stiamo ingannando noi stessi e venendo meno alle generazioni future”, incalza Elderson. Il clima ha già presentato il conto. I record negativi di Reno, Loira, Po e Danubio hanno bloccato centrali nucleari e paralizzato il trasporto merci. Le ricerche Bce avvertono che un evento di siccità estrema centenario “potrebbe mettere a rischio fino al 24% della produzione economica dell’area euro”.

Sul fronte opposto, piogge e alluvioni minacciano quasi il 12% del Pil europeo per colpa di difese idrogeologiche carenti. L’inquinamento sistemico aggrava l’emergenza idrica. I composti perfluorati Pfas, diffusi in imballaggi e batterie, innescano danni incalcolabili. La Commissione Europea calcola oneri per 440 miliardi di euro entro il 2050 a ritmi di contaminazione invariati, con costi di bonifica “superiori a 1 trilione di euro”. Clima e biodiversità formano un nesso inscindibile. L’oceano funge da scudo termico e “ha assorbito circa il 90% del calore in eccesso dal riscaldamento globale e circa il 30% delle emissioni globali di anidride carbonica”, evidenzia il banchiere. Ma la tenuta dei mari vacilla. “Anche il cuscinetto più forte ha i suoi limiti”, ammonisce Elderson, ricordando che sette dei nove confini planetari risultano violati, spingendo i mercati “sempre più fuori dallo spazio operativo sicuro su cui dipendono le nostre economie”.

I banchieri centrali assumono un ruolo inedito per arginare la destabilizzazione sistemica. La salvaguardia della biosfera perde i connotati di costo per assumere i contorni di una mossa strategica ineludibile. “Se degradare la natura può indebolire le nostre economie, preservarla e ripristinarla può rafforzarle”, ragiona Elderson nel testo diffuso. La logica di contrapporre ecologia e competitività industriale viene respinta dai tecnici europei. “Dovremmo smettere di trattare l’investimento nella natura come una rivendicazione in competizione sulla prosperità e la resilienza economica”, osserva il banchiere. Il realismo di Francoforte non lascia vie di fuga. “Non ci può essere alcuna prosperità duratura su una base naturale al collasso. Non possiamo impoverire la natura e aspettarci che le nostre economie fioriscano”, recita il discorso della COP17. Il dissesto impone oneri colossali futuri in termini di ricostruzione. “La natura imporrà l’adeguamento a prescindere. La questione è se gestiamo tale adeguamento, o permettiamo che ci venga imposto”, avverte il dirigente.

L’intervento delinea l’orizzonte d’azione dei supervisori bancari. Le banche devono identificare e gestire i rischi climatici per “garantire che le banche rimangano sicure e solide”. L’ingresso dell’ambiente nelle valutazioni di Francoforte risponde a prerogative istituzionali inamovibili. “La natura sta diventando una caratteristica delle attività delle banche centrali perché le conseguenze del suo degrado stanno incidendo sul nostro mandato”, puntualizza Elderson. “Non stiamo diventando decisori politici ambientali. Al contrario, siamo e rimarremo recettori delle politiche climatiche”, ribadisce il vicepresidente. Lo shock sui prezzi alimentari generato dai rovesci climatici ha imposto al Consiglio direttivo di integrare i rischi ecologici nelle ultime scelte di politica monetaria, sigillando un cambio di passo epocale.

Il divario tra le ambizioni degli accordi internazionali e l’azione sui mercati resta enorme e denso di incognite. A quattro anni dal patto di Kunming-Montreal sulla biodiversità, l’immobilismo domina la scena. “La destinazione è fissata. Il percorso è chiaro. Ma i progressi sono rimasti limitati. E la natura non è rimasta ferma”, sprona Elderson la platea in Armenia. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente stima un fabbisogno di 571 miliardi di dollari annui entro il 2030 per soluzioni basate sulla natura, imponendo un salto monumentale rispetto ai 220 miliardi stanziati nel 2023. Ogni ritardo nel ripristino del capitale naturale moltiplica i costi. “I progressi tangibili richiedono un passaggio dagli obiettivi all’attuazione, dalla consapevolezza all’impegno, dall’ambizione all’investimento”, rammenta il documento.

Sul finale, le parole del banchiere centrale inchiodano i leader della finanza alle proprie mansioni dirigenziali. Gli sforzi vanno concentrati per trasformare i beni pubblici in opportunità di credito bancabile. Il traguardo di un’esistenza in armonia con l’ecosistema entro la metà del secolo esige l’impegno vincolante degli investitori istituzionali. “La sfida non è più solo arrivare a destinazione. È arrivarci abbastanza in fretta prima che la strada verso di essa scompaia”, insiste l’esponente Bce con toni cupi ma poggiati su solide basi macroeconomiche. L’epoca dei rinvii e dei vertici privi di coperture finanziarie appare tramontata in via definitiva. L’industria del credito detiene la leva primaria per disinnescare la crisi climatica, ma deve agire con urgenza per evitare il dissesto sistemico. Il monito alla COP17 fissa un ultimatum implacabile sulle agende mondiali, “perché la natura non aspetta”. E “né può farlo la finanza”.


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