Sono passate alcune settimane dalla disapplicazione del comma 557 e immagino che qualcuno di voi, vedendomi tornare ancora sull’argomento, si stia chiedendo: «Ma Bertagna non riesce proprio a superare il fatto che l’abbiano disapplicato?».
Probabilmente avete ragione. Dopo vent’anni di frequentazione, non è semplice accettare che una norma esca così, quasi all’improvviso, dalla propria vita professionale. Ho quindi deciso di dedicarle questo piccolo requiem. Una specie di sfogo, un tentativo di elaborare il lutto e, possibilmente, tornare a una vita normale. Una vita in cui, magari, il sabato mattina non mi sveglio domandandomi se l’IRAP sugli arretrati contrattuali fosse inclusa oppure esclusa.
Per chi non conosce la mia storia, devo fare una confessione. Il primo corso che ho tenuto in materia di personale riguardava proprio i commi 557 e 562 della legge 296/2006. Io avevo preparato delle slide; il legislatore, senza avvisarmi, mi aveva preparato una carriera. Da quel giorno il comma 557 non l’ho soltanto studiato. L’ho frequentato. Più di certi parenti.
All’inizio eravamo tutti giovani. Io, il comma e soprattutto le sezioni regionali della Corte dei Conti. Un comune aveva un dubbio e chiedeva un parere. La Corte rispondeva. Un secondo comune leggeva quel parere, gli venivano altri tre dubbi e scriveva alla propria Sezione. Che, talvolta, rispondeva in maniera diversa. A quel punto altri dieci comuni interpellavano altrettante Corti per capire quale delle due avesse ragione. Cercavi “spesa di personale” in banca dati e trovavi materiale per un dottorato. E una crisi di nervi.
Naturalmente, alle differenze interpretative si accompagnava una disciplina specialistica: la geografia della Corte dei Conti. “La Lombardia dice una cosa, il Veneto un’altra. Noi siamo a sette chilometri dal confine: possiamo usare quella del Veneto?”. È un quesito inventato, sia chiaro. Ma credo che qualcuno, leggendolo, abbia appena pensato di chiedermelo sul serio.
Anche il questionario dei revisori racconta l’evoluzione della specie. Nei primi anni, per verificare il rispetto del comma, sembrava di sostenere un interrogatorio. “Quali spese avete incluso? Quali escluso? E i comandi? Le convenzioni? Le categorie protette? L’IRAP? Gli arretrati? A un certo punto mancava soltanto: «Dov’era il dipendente il 17 marzo alle 14.30?”.
Poi le domande si sono ridotte, anno dopo anno, fino alla sintesi definitiva: “Avete rispettato il comma 557? Sì o no”. Vent’anni di giurisprudenza, convegni e fogli Excel per una crocetta. Certe semplificazioni fanno quasi commuovere.
E vogliamo parlare della media 2011-2013? Tre anni normalissimi, finché qualcuno non decise che sarebbero diventati immortali. Nel 2011 Obama era presidente degli Stati Uniti; nel 2013 veniva eletto Papa Francesco. Ma la vera notizia, almeno nei nostri uffici, era che si stava formando il parametro storico del comma 557-quater. “Quanto avete di limite?” “Un milione settecentoquarantaduemila trecentododici euro e quarantotto”. “Sicuro?” “Assolutamente no”. I prudenti custodivano quel numero in quattro file, tutti denominati “definitivo”.
Poi c’erano i quesiti. Migliaia di declinazioni di un’unica, immortale domanda: “Ma questa voce entra nel comma 557?”. Alcune erano complesse. Altre avevano un fascino tutto loro. Ho provato a ricostruirne qualcuna, liberamente e senza attribuirla ad alcun ente. “La dipendente è in convenzione al 50%, ma il mercoledì risponde anche alle nostre telefonate: come ripartiamo la spesa?”. “Il dipendente è finanziato con risorse esterne, ma il buono pasto lo paghiamo noi: è neutro, però mangia nel 557?”. “Abbiamo pagato gli arretrati di tre anni fa. Li mettiamo nell’anno in cui li abbiamo pagati o in quello a cui si riferiscono?”. “Abbiamo rispettato il limite se togliamo dal conteggio tutte le cose che ci fanno sforare?”. Quest’ultima, a suo modo, era una strategia.
Mi piaceva particolarmente chi mi chiamava dicendo: “Gianluca, è tutto pronto, mi manca solo una verifica”. Seguiva l’invio di un Excel® con dodici fogli, tre colori, formule che rimandavano ad altri file e un prospetto chiamato “SPESA PERSONALE DEFINITIVA VERA BIS 2”. Di solito la verifica consisteva nel rifare tutto da capo. E qualche volta veniva fuori un capolavoro: tre prospetti diversi, uno dell’ufficio personale, uno della ragioneria e uno del revisore. Tutti sotto il limite, ma con tre risultati diversi. “Se rispettiamo il comma in tutti e tre, dobbiamo proprio capire qual è quello giusto?”. Domanda umanamente comprensibile.
Poi, nel 2019, è arrivato l’articolo 33 del decreto-legge 34 e qualcuno ha detto: “Finalmente cambia tutto”. In effetti cambiava: ai vecchi calcoli si aggiungevano quelli nuovi. Dovevamo rispettare la media 2011-2013 e ragionare sulla sostenibilità finanziaria.
Nell’agosto del 2026, però, l’articolo 2 del d.l. 144/2026 ha pronunciato le parole che non osavo aspettarmi: agli enti soggetti all’articolo 33 non si applicano più i commi 557, 557-quater e 562. La legge 174/2026 ha confermato tutto. L’ho letto tre volte. Non per difficoltà interpretativa, ma per incredulità. Non è neppure un’abrogazione: è una disapplicazione. Il comma resta lì, nel suo articolo, come un vecchio collega in pensione che ha ancora le chiavi dell’ufficio. Con le norme italiane meglio evitare la cremazione. E il suo ultimo dispetto, sul lavoro flessibile, dimostra che il personaggio era coerente fino alla fine.
Perciò, caro comma 557, grazie. Mi hai insegnato che una spesa può essere inclusa, esclusa, sterilizzata, neutralizzata, eterofinanziata e, nei casi più disperati, “da sottoporre alla Corte dei Conti”. Non dirò che mi mancherai: sarebbe una bugia. Ringrazio invece tutti quelli che in questi vent’anni hanno condiviso con me corsi, dubbi, telefonate, calcoli e interpretazioni. Senza di voi, e senza quel comma, avrei avuto molte meno storie da raccontare.
Ora dovrei aver superato il trauma. Se qualcuno mi telefonerà dicendo “Gianluca, scusa, è una cosa velocissima: ma il comma 557…”, potrò finalmente rispondere: “Si accomodi. Devo darle una notizia”.
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