“Una fabbrica può fermarsi. Le sostanze che ha prodotto non scompaiono necessariamente con lei.” Immaginiamo di abitare accanto a un grande impianto chimico. Per anni si è discusso di composti presenti nelle acque sotterranee, di controlli ambientali, di possibili ripercussioni sulla salute. Poi l’annuncio: uno dei prodotti più controversi non verrà più realizzato. È davvero la fine del problema? Non per forza. È la domanda che si impone a Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, dove Syensqo, già Solvay, il 28 ottobre 2026 ha comunicato lo stop alla produzione di C6O4, fluorotensioattivo della vasta famiglia dei PFAS.
La scelta, anticipata rispetto alla scadenza del 31 dicembre 2026, è stata resa possibile, secondo l’azienda, dallo sviluppo di una tecnologia di polimerizzazione che consente di fabbricare quasi tutti i fluoropolimeri del sito senza ricorrere a questi ausiliari chimici. Resterà un utilizzo residuale di C6O4 già presente in stabilimento per lavorazioni che rappresentano circa l’1% del volume dei prodotti finiti. La notizia però interpella un tema che va oltre il Piemonte: quando cessa la produzione di una sostanza persistente, che fine fa quella già entrata nei cicli ambientali?
PFAS, gli “inquinanti eterni”: perché sono un problema
I PFAS sono una grande famiglia di composti sintetici impiegati da decenni in applicazioni industriali e commerciali: rendono materiali resistenti all’acqua, ai grassi e alle alte temperature, o fungono da ausili in processi altamente specializzati. La chiave del loro successo – e del loro impatto ambientale – è il legame carbonio‑fluoro, estremamente stabile.
Proprio questa stabilità determina, per molti PFAS, una degradazione lentissima: possono permanere a lungo in acque, suoli e sedimenti. Non tutti si comportano allo stesso modo: alcuni sono più mobili nelle falde, altri tendono a bioaccumularsi maggiormente, con profili tossicologici differenti. Generalizzare è fuorviante; il tratto comune è la persistenza, che rende difficile eliminare una contaminazione una volta che si è diffusa. Una falda può restare compromessa anche dopo la riduzione o l’interruzione della fonte emissiva. Ecco perché chiudere una linea produttiva e bonificare sono operazioni diverse.
Il viaggio invisibile: dal suolo all’acqua, fino all’uomo
Il destino ambientale di una molecola dipende da composizione, quantità, caratteristiche geologiche, presenza d’acqua e condizioni locali. Alcuni PFAS attraversano il terreno e raggiungono le acque sotterranee, da cui, in certe circostanze, possono entrare nelle risorse idriche per uso potabile o agricolo. L’esposizione umana avviene soprattutto attraverso acqua e alimenti contaminati, ma anche in specifici contesti lavorativi o tramite altre fonti.
La presenza di un contaminante in falda non implica automaticamente la sua presenza nell’acqua distribuita alle utenze: lo stabiliscono analisi mirate sui punti di prelievo e di consumo. È una distinzione cruciale, perché il rischio sanitario dipende da dose e durata dell’esposizione. Alcuni PFAS restano nell’organismo per anni, altri vengono eliminati più rapidamente: anche sul piano biologico non sono tutti uguali.
La salute: cosa dicono le evidenze
Le conoscenze sugli effetti sanitari sono cresciute in modo significativo. Le prove più robuste riguardano composti molto studiati, come PFOA e PFOS. Nel 2023 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il PFOA come cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1) e il PFOS come possibilmente cancerogeno (Gruppo 2B). Per il PFOA, le evidenze epidemiologiche puntano in particolare su tumori del rene e del testicolo, supportate da risultati sperimentali e di meccanismo.
Altri studi associano l’esposizione ad alcuni PFAS ad alterazioni del colesterolo, effetti sul sistema immunitario, problemi epatici e determinati esiti avversi della gravidanza. Particolarmente indagata è la possibile riduzione della risposta anticorpale ad alcune vaccinazioni nei bambini esposti a specifiche sostanze. Ciò non significa che ogni individuo esposto svilupperà una malattia, ma che, a livello di popolazione, aumenta la probabilità di determinati effetti. Ed è fondamentale ricordare che la classificazione del PFOA non si trasferisce automaticamente al C6O4 o al resto dei PFAS, per i quali quantità e qualità delle evidenze possono divergere.
Perché fermare la produzione non basta
Tornando a Spinetta Marengo, lo stop al C6O4 è un passaggio tecnologico rilevante. Ma per misurare l’effettivo miglioramento servono dati oltre l’annuncio: concentrazioni in falda, loro andamento nel tempo, identificazione di sorgenti residue, efficacia di contenimenti e interventi di risanamento. Il territorio alessandrino è da anni oggetto di monitoraggi su PFAS e altre contaminazioni storiche.
Il nodo non riguarda solo ciò che si produce oggi, ma anche ciò che è stato rilasciato in passato. Un plume sotterraneo può continuare a migrare in funzione dell’idrogeologia, anche dopo l’azzeramento delle emissioni. “È come chiudere un rubinetto dopo che l’acqua si è già infiltrata nelle pareti”: fermare la perdita è indispensabile, ma non equivale ad asciugare ciò che è stato bagnato. Per conoscere entità ed evoluzione della contaminazione servono misurazioni ripetute, comparabili e pubblicamente accessibili.
Che cosa significa bonificare
Il risanamento non è togliere uno strato di terreno o filtrare l’acqua una volta sola. A seconda del sito possono servire barriere e contenimenti idraulici, trattamenti delle acque sotterranee, rimozione di materiali contaminati e monitoraggi di lunga durata. Tecnologie come carbone attivo e resine a scambio ionico possono rimuovere determinati PFAS dall’acqua, ma le prestazioni dipendono da tipo di composto, concentrazione e qualità dell’acqua. Inoltre, rimuovere non equivale a distruggere: i materiali filtranti esausti vanno gestiti correttamente per non spostare il problema altrove. Non esiste una soluzione unica valida per tutte le contaminazioni da PFAS: servono competenze, investimenti e verifiche nel tempo.
Abiti vicino a un’area industriale? Come capire se l’acqua è sicura
– Vivere accanto a un impianto chimico non significa automaticamente essere esposti a livelli pericolosi.
– Per conoscere la qualità dell’acqua potabile, consultare i dati del gestore idrico e delle autorità sanitarie; contano le analisi sull’acqua distribuita, non solo sulla falda.
– Attenzione ai pozzi privati, specie in aree con possibili contaminazioni: verificare se sono previste analisi specifiche e seguire le indicazioni locali.
– “Bollire l’acqua non elimina i PFAS”: l’evaporazione può anzi concentrare i composti rimasti. Le comuni caraffe filtranti non garantiscono la rimozione. Dispositivi domestici certificati per specifici PFAS possono ridurne le concentrazioni, ma vanno scelti in base alle sostanze presenti e mantenuti correttamente.
– In presenza di ordinanze o limitazioni d’uso, attenersi scrupolosamente alle disposizioni senza affidarsi a soluzioni improvvisate.
PFAS nel sangue: quando ha senso l’esame
In aree con esposizioni documentate si organizzano programmi di biomonitoraggio per misurare la presenza di determinati PFAS nell’organismo: servono a descrivere l’esposizione collettiva e a orientare eventuali percorsi di sorveglianza sanitaria. Trovare PFAS nel sangue non equivale a una diagnosi: indica la presenza delle molecole misurate e, da solo, non predice lo sviluppo di tumori o altre patologie. Non esiste un test unico capace di identificare tutte le migliaia di PFAS. Eventuali accertamenti vanno valutati in percorsi clinici appropriati, considerando storia di esposizione e indicazioni delle autorità competenti.
Industria, lavoro, ambiente: una falsa alternativa
Il caso di Spinetta Marengo apre un tema più ampio: come conciliare produzione, occupazione e tutela della salute. La possibilità di modificare i processi per ridurre l’uso di certe sostanze dimostra il ruolo di ricerca e innovazione nella prevenzione dell’inquinamento. Ma le sostituzioni vanno valutate con rigore: un’alternativa non è sicura solo perché nuova o perché rimpiazza un composto più studiato. Servono dati su proprietà chimiche, persistenza, mobilità e potenziali effetti sanitari.
In UE è in corso la valutazione di restrizioni più ampie sull’intera classe dei PFAS, che considera rischi, alternative disponibili, impieghi e impatti socioeconomici. L’obiettivo della prevenzione è ridurre le esposizioni pericolose, promuovere tecnologie più sicure e garantire controlli efficaci, tenendo conto delle esigenze di lavoratori e comunità.
La misura del cambiamento: acqua, suolo, salute
Per i territori con una lunga storia industriale, una decisione produttiva è un passaggio importante. Ma il risultato ambientale si valuta nel tempo: nelle concentrazioni dei contaminanti, nella qualità delle acque, nell’efficacia delle bonifiche, nella disponibilità di informazioni chiare ai cittadini. Conta anche la capacità delle istituzioni di individuare le popolazioni effettivamente esposte e predisporre, quando necessario, adeguati percorsi di sorveglianza sanitaria.
La salute ambientale non riguarda solo ciò che beviamo oggi: riguarda anche ciò che è stato immesso ieri e potrebbe circolare domani. La cessazione del C6O4 a Spinetta Marengo apre una fase nuova, ma non chiude da sola la partita della contaminazione. “Fermare una fonte di inquinamento è un passo importante. Dimostrare che l’esposizione delle persone si sta riducendo è il risultato che conta davvero.” Una differenza che vale ovunque industria, ambiente e salute condividano la stessa storia.
Fonti: IARC – Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, IARC Monographs Volume 135: Perfluorooctanoic acid (PFOA) and perfluorooctanesulfonic acid (PFOS), 2025; EFSA – Autorità europea per la sicurezza alimentare, Risk to human health related to the presence of perfluoroalkyl substances in food, 2020; Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) – Approfondimenti su PFAS, contaminazione ambientale ed esposizione umana; ECHA – Agenzia europea per le sostanze chimiche – Documentazione sulla proposta di restrizione dei PFAS nell’Unione europea; ARPA Piemonte – Monitoraggi dei PFAS nelle acque e documentazione ambientale relativa al territorio di Spinetta Marengo; ANSA, 28 ottobre 2026 – “Pfas a Spinetta Marengo, Syensqo annuncia lo stop della produzione di C6O4”; Syensqo, 28 ottobre 2026 – Informazioni su cessazione del C6O4 e nuove tecnologie di polimerizzazione
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