#Finsubito news – Venice Sustainable Fashion Forum 2026: intervista a Luca Sburlati


Venice Sustainable Fashion Forum 2026. (Courtesy of Press Office)

LA SOSTENIBILITA NON È PIÙ UNA QUESTIONE che riguarda soltanto i materiali o l’impatto ambientale di un prodotto. La sostenibilità è diventata una sfida industriale che coinvolge l’intera filiera della moda: dalla progettazione alla produzione, dalla gestione delle risorse alla tutela del capitale umano. Una trasformazione che impone alle imprese di ripensare processi, modelli di business e strategie, in uno scenario attraversato da profonde evoluzioni tecnologiche, climatiche e geopolitiche.

È in questo contesto che il Venice Sustainable Fashion Forum 2026 è tornato a Venezia per la sua quinta edizione, presso la Fondazione Giorgio Cini. Promosso da Confindustria Moda e Confindustria Veneto Est, il Forum ha scelto il tema Shaping Tomorrow per mettere al centro del dibattito la capacità dell’industria della moda di coniugare competitività, innovazione e responsabilità ambientale e sociale, contribuendo alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo per il settore.

L’appuntamento ha riunito imprese dell’intera filiera, istituzioni ed esperti, con l’obiettivo di affrontare le sfide più urgenti del settore e delineare una roadmap condivisa per accelerare il cambiamento. Un percorso che punta a superare le dichiarazioni di principio per fondarsi su evidenze scientifiche, strategie concrete e risultati misurabili, elementi indispensabili per rendere la sostenibilità parte integrante dei processi industriali e delle scelte di business.

La posta in gioco è particolarmente significativa per l’Italia, dove il comparto Moda & Lusso rappresenta uno dei pilastri dell’economia nazionale. Con un fatturato di circa 90 miliardi di euro, oltre 400.000 occupati e una rete di più di 60.000 imprese, il settore si trova oggi di fronte a una duplice sfida: preservare e rafforzare la propria competitività sui mercati internazionali, accelerando al contempo la transizione verso modelli produttivi più sostenibili.

Il futuro della moda si costruisce oggi: a Venezia la sfida della sostenibilità- immagine 3

Luca Sburlati. (Courtesy of Press Office)

Al centro del confronto, una filiera che deve conciliare legalità e trasparenza, innovazione e circolarità, formazione e competitività. Perché la transizione sostenibile non può prescindere dalle persone, dalle competenze e dal patrimonio manifatturiero che rendono il Made in Italy un sistema riconosciuto a livello internazionale.

Ne abbiamo parlato con uno dei padroni di casa, Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, per approfondire le trasformazioni in corso e comprendere quali siano le condizioni necessarie affinché la moda italiana possa continuare a essere protagonista, costruendo un futuro in cui sostenibilità e valore industriale procedano nella stessa direzione.

Al futuro si dà forma adesso

Il titolo del Venice Sustainable Fashion Forum 2026, Shaping Tomorrow, suggerisce che il futuro della moda non sia qualcosa da attendere, ma da costruire. Qual è oggi la trasformazione più urgente che il sistema moda italiano deve affrontare per non perdere la propria competitività?

C’è il concetto della trasformazione che può essere sociale, digitale, dei consumi, ma credo che sia un ecosistema complesso che sta cambiando. Io credo semplicemente che, quando cambia un ecosistema significa affermare che cambia tutto, non è solo una cosa a essere modificata. Quindi questa è la mia risposta alla sua domanda. Sta cambiando tutto non solo una cosa e quindi noi dobbiamo affrontare i temi che il nostro ecosistema italiano, che poi è un ecosistema italo/francese ed europeo, richiede di affrontare.

Ma quali sono i temi da affrontare?

Prima di tutto la questione dei consumatori che stanno cambiando attitudine in tutto il mondo; la sfida del cambiamento climatico che deve entrare nei sistemi delle imprese; la ricerca di persone che sappiano lavorare bene e manualmente perché i robot non saranno in grado di cucire prima di 20 anni; e l’invasione dell’AI che deve essere gestita. Quello che è certo è che abbiamo un ecosistema italiano fragile. Quando un contesto è fragile non nascono nuovi brand, non vengono creati nuovi negozi, il consumatore non è attento a quanto avviene e continua ad acquistare solo fast fashion, abbiamo un problema. La risposta è quindi Confindustria e il modo per farlo è avere il coraggio di parlare dei problemi e affrontarli con coraggio e chiarezza.

Abbiamo bisogno di fare politica industriale nel nostro Paese perché rischia di perdere ancora miliardi di euro. Dobbiamo fare politiche strategiche a dieci anni. Sono stato in Brasile di recente alla Conferenza Mondiale dei produttori di abbigliamento e Conferenza mondiale dei produttori tessili e c’erano solo 3 delegati italiani su più di 350. Nessuno ha citato l’Italia. Oggi dobbiamo lavorare sulla gestione del cuneo fiscale per i più giovani, sull’energia, sulla circolarità, sulla gestione degli incentivi alle aziende che investono veramente. Se perdiamo veramente 40 miliardi di euro, 15 sono di gettito per il paese.

Il futuro della moda si costruisce oggi: a Venezia la sfida della sostenibilità- immagine 4

Venice Sustainable Fashion Forum 2026. (Courtesy of Press Office)

Per molto tempo la sostenibilità è stata raccontata soprattutto attraverso i materiali e l’impatto ambientale dei prodotti. Oggi sembra essere diventata una questione industriale più ampia. Quando possiamo dire che un’impresa ha davvero integrato la sostenibilità nel proprio modello di business, e non soltanto nella propria comunicazione?

Differenziamo: nella filiera succede quando l’azienda è inutile. Estremizzo? Sono polemico? È una provocazione, ma rende l’idea. Lo dico perché il valore aggiunto viene generato lungo la filiera da chi compra e se tu riesci a essere positivo nei risultati a lungo periodo, significa che sei riuscito a integrare la sostenibilità all’interno della tua filiera perché la legge e i clienti ormai hanno alzato gli standard. Per i brand, essere coerenti con le dichiarazioni. Coerenti industrialmente, per esempio, significa utilizzare fornitori che applicano il contratto nazionale e immaginare che da soli non si va da nessuna parte. Se sei da solo, oggi la filiera salta. Se saltano i piccoli marchi, non metterai qualcosa di straordinario nei negozi; se saltano i grandi non ci sono più i negozi. I piccoli ti forniscono di cose eccezionali del Made in Italy che nel mondo piace. Vale per l’occhialeria, per i gioielli, vale per tutto. Se perdi quelli che sanno fare qualcosa di eccezionale, perché bisogna acquistare qualcosa del made in Italy?

La filiera italiana è composta da migliaia di imprese, molte delle quali piccole e medie realtà manifatturiere. Come possono queste aziende sostenere gli investimenti necessari alla transizione ecologica e digitale, senza compromettere la propria capacità di competere sui mercati internazionali?

Impossibile. L’unica soluzione è mettersi insieme lavorare attraverso strumenti misti, fondersi, supportarsi. La dimensione piccola non permette di seguire l’evoluzione tecnologica. L’unica cosa da fare è aiutarsi a vicenda. Da soli non vai da nessuna parte.

Come si può garantire una maggiore trasparenza lungo tutta la supply chain, soprattutto quando le catene produttive si estendono oltre i confini nazionali? E quale ruolo dovrebbe avere la responsabilità dei brand?

I brand hanno responsabilità e la esercitano aiutando la filiera a evolversi con strumenti adeguati e semplici. Il secondo tema importante è che l’Italia deve diventare più competitiva. Abbassare il cuneo fiscale, migliorare i costi energetici sono tutte iniziative che in questo momento potrebbero aiutarci a fare tornare a crescere i settori premium dove possiamo giocarci ancora delle carte, ma a queste condizioni. Infine, le regole sull’estero devono essere uguali per tutti. Sia per chi importa sia per chi esporta.

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Luca Sburlati. (Courtesy of Press Office)

L’intelligenza artificiale può intervenire nella progettazione, nella gestione delle scorte e nell’ottimizzazione dei processi produttivi, contribuendo anche a ridurre gli sprechi. Quali applicazioni possono produrre un impatto concreto sulla sostenibilità della moda e quali rischi dobbiamo evitare, soprattutto per quanto riguarda le competenze e il lavoro?

Il rischio e di non avere i dati in azienda. Se non hai il database in azienda, sei morto. Quindi anche le aziende piccole devono essere digitalizzate. Il secondo tema è che se oggi digitalizziamo tutte le aziende che non hanno ancora implementato i sistemi di gestione complessi, queste avranno una grande opportunità perché salteranno un passaggio tecnologico grazie all’AI.

Attrarre i giovani pagandoli bene e detassandoli

Come possiamo rendere la moda un settore più attrattivo per i giovani, valorizzando insieme il sapere artigianale e le nuove competenze tecnologiche?

I giovani stanno cambiando opinione in positivo nei riguardi di questo settore. Troviamo giovani che vogliono fare questi mestieri: prototipisti, campionaristi, modellisti, ad esempio, ma in maniera anche digitale. Unire mani con teste con il digital è la risposta. Il tema però è pagarli bene e pensare ai ragazzi che entrano nel mondo del lavoro, ad esempio, detassandoli per 5 anni perché altrimenti vanno all’estero e supportarli nell’aprire aziende.

Guardando al prossimo decennio, quale dovrebbe essere il risultato più importante della transizione sostenibile della moda italiana?

Dobbiamo costruire un passaporto digitale del Made in Italy che ci salvi dall’aggressione da tutti quelli che non hanno la capacità di essere davvero sostenibili. Facciamola diventare una barriera di ingresso per tutti quelli che non sanno fare sostenibilità.

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