Firenze, 26 luglio 2026 – Alzi la mano chi non aveva la biglia di Poggiali, insieme ai vari Bitossi, Merckx, Gimondi, Moser, Baronchelli, Dancelli, non necessariamente in quest’ordine, per gli interminabili Gp sulla spiaggia, magari con temperature un po’ più accettabili delle attuali. I bambini degli anni ’60, ’70 e ’80 imitavano sulla sabbia il ciclismo dei nostri padri, che allora spodestava il calcio dalle prime pagine dei giornali, magari senza conoscere nei dettagli imprese e palmares, ma pieni di ammirazione per quei corridori. E Roberto Poggiali, fiorentino di via Arnolfo, era uno di loro e oggi, a 85 compiuti, si concede ancora qualche uscita in bici nei dintorni di Scandicci, dove abita, o in Versilia, dove trascorre le vacanze.
Un giovanissimo Poggiali con la maglia dell’Affrico
Roberto, com’è venuta fuori la passione per la bicicletta nella Firenze di fine anni ’50?
“Sono nato in via Arnolfo, frequentavo i Salesiani, era il quartiere dei meccanici e produttori di bici storici come Vasco Montelatici in via Gioberti e Giusto Pinzani in via Luna. Da ragazzo quando andavo dai parenti a Carmignano vedevo passare le corse, di ogni categoria, e ne rimasi affascinato. Mi piaceva Aldo Moser, fratello di Francesco, oltre ovviamente a Gastone (Nencini, ndr). Leggevo le loro imprese sui giornali. A Firenze, in via Arnolfo, il mio amico Alfredo Rocchi, reduce dalla polio e grande appassionato di ciclismo, aveva il distributore di benzina Ozo vicino al viale Amendola. Lì si fermavano i corridori di ritorno dagli allenamenti. Si potevano incontrare Bartali, Nencini, i fratelli Baroni, Guido Boni, e tanti dilettanti forti come Cavicchi e Casodi”.
Come mai questa sosta?
“Alfredo aveva attrezzato lungo il muro della caserma Baldissera una sorta di zona ristoro, quindi si restava a chiacchiera. Era un’altra Firenze”.
Già, dev’essere stato un periodo particolare?
“Che orgoglio la mia città, era unica. Quando correvo da professionista e all’estero mi chiedevano da dove venissi, tutti mi facevano i complimenti, mentre non faceva lo stesso effetto sapere che Gimondi veniva dalla bergamasca o che Moser era di Trento”.
Quando scattò la scintilla?
“Facevo ancora le medie e Graziano Ciulli, un dilettante molto forte incontrato da Alfredo, mi disse di andare all’Affrico e chiedere di un dirigente della sezione Ciclismo. Con Argero Vivoli il nome Ciulli mi spalancò le porte degli Esordienti su una bici che mi trovarono loro. Ero stato rimandato in due materie in terza media e mio padre mi disse: “Correre in bici? Prima devi passare“. Mi andò bene. Feci cinque corse, la terza, a Badia a Settimo la vinsi. Ma dovevo crescere fisicamente ancora molto. Poi due anni di Allievi, dove arrivai alle finali nazionali e infine i Dilettanti, nella squadra dell’Istituto Ortopedico Toscano, diretta da Marcello Perugi, con le maglie delle sorelle Tortelli, che rifornivano anche la Fiorentina. L’inserimento fu graduale fino al completo sviluppo fisico, nel ’62, che mi consentì di vincere i campionati italiani under 23, che allora erano su tre prove. Nell’ultima arrivai secondo, in parata, con Marcello Mugnaini, amico rivale dell’Alfa Cure. A luglio partecipai al Tour de l’Avenir, dove c’erano anche i professionisti esclusi dalla Grande Boucle. Si correva a squadre nazionali sugli stessi percorsi del Tour dei grandi. Vinsi la 9ª tappa in Costa Azzurra lunga 220 chilometri, tre minuti meno di Altig, per dire. Elio Rimedio, ct azzurro, mi disse di rimandare il passaggio a professionista, ma poi i compensi promessi dalla Federazione non arrivarono e decisi di lasciare”.
E il grande salto?
“Nel ’63 firmai con l’Atala di Vito Taccone, che lanciò il marchio Lygie, giusto in tempo per vincere ancora da Dilettante il Gp Montanino e partecipare al mio primo Giro d’Italia per passare l’anno dopo alla Ignis, cone la quale nel ’65 ho vinto la Freccia Vallone, quella dell’esordio di Merckx tra i professionisti. A darmi una grande mano dal punto di vista fisica è stato Ennio ’Pallino’ Raveggi, storico massaggiatore viola, che mi faceva allenare in bici sulla pista in terra rossa dello stadio”.
Quanti Giri ha corso?
“Quattordici, fino al ’78. Quando nel ’70 vinsi il Giro di Svizzera, ero alla Salvarani sono stato sei anni compagno di camera di Felice Gimondi, nel periodo della massima rivalità con Merckx, poi alla Sammontana di Alfredo Martini con Franco Bitossi, dove eravamo 12 toscani su 14 corridori. Passai poi alla Filotex: là mi volle Francesco Moser, compagno di stanza per quattro anni. Continuiamo a vederci ancora oggi”.
Il Tour de France?
“Tre volte. Nel ’67 ho assistito in diretta alla tragedia di Tommy Simpson, sul Ventoux, ma solo all’arrivo a Carpentras, ci dissero che era morto. Fu uno choc tremendo: eravamo amici, scherzavamo su quando l’avevo battuto alla Freccia Vallone. Momenti terribili”.
Ricordi belli?
“Il Trofeo Baracchi del ’63 che corsi in coppia con Michele Dancelli. Facevamo 43 anni in due e dietro di noi partivano Anquetil e Poulidor, come dire Van der Poel e Van Aert oggi. Non ci ripresero. E poi l’arrivo a Firenze nel Giro del ’73, testa a testa con Francesco (Moser ndr)”.
Rimpianti?
“Mi facevo prendere talvolta dall’entusiasmo, ero sempre all’attacco e spendevo tante energie. Così ho preferito di mettermi al servizio dei capitani. Con alcuni corridori del mio tempo ero battuto in partenza, ma con altri me la sarei potuta giocare”.
Se fosse andata male nel ciclismo, aveva un piano B?
“Avrei voluto fare il pilota di aereo, anche se c’era molto da studiare e una lunga formazione. Però mi sarebbe piaciuto davvero”.
E invece?
“Nel ’77 avevo deciso di ritirarmi e aprire un negozio di bici a Scandicci. Poi arrivò Ardelio Santini, che mi volle nella sua Zonca Santini, per tirare su con un po’ di consigli il giovane Claudio Corti, poi team manager di successo con la Saeco di Cipollini, Casagrande e tanti altri. Corsi fino al ’78, poi basta. C’era da pensare al dopo, alla famiglia. E poi il negozio l’ho aperto sul serio”.
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