La proprietà privata torna nel mirino della sinistra. Stavolta non si parla di nuove tasse o di stretta sugli affitti brevi, ma di una proposta choc che punta direttamente alle case lasciate sfitte. La proposta indecente, lanciata a Firenze dall’Associazione Vivaio Sociale (Avs), è semplice quanto dirompente: censire gli immobili non abitati e, se i proprietari non intendono metterli sul mercato, procedere con la requisizione temporanea per destinarli all’emergenza abitativa. Una proposta che sembrava destinata a restare confinata al dibattito politico locale e che invece ha trovato una prima apertura nel Partito democratico, facendo esplodere la polemica.
Prima la patrimoniale, adesso le case sfitte. Cambia il bersaglio, ma non cambia la filosofia: davanti a un problema complesso, la sinistra italiana sembra voler torna a individuare un nemico sociale da colpire. Il proprietario di immobili, come l’imprenditore o il contribuente con un patrimonio superiore alla media, viene trasformato nel nuovo “ricco” contro il quale mobilitare l’opinione pubblica.
Solo pochi giorni fa Elisabetta Piccolotti, deputata di Alleanza Verdi e Sinistra, rilanciava apertamente l’ipotesi di una patrimoniale sui milionari. Ora, sul fronte dell’emergenza abitativa, Avs torna a evocare strumenti ancora più invasivi: censimenti degli immobili privati, penalizzazioni fiscali e, in alcuni casi, requisizioni temporanee delle abitazioni lasciate vuote dai grandi proprietari.
L’ultima offensiva parte da Firenze. I consiglieri comunali di Avs-Ecolò hanno annunciato una mozione per dotare il Comune di strumenti capaci di “obbligare” i grandi proprietari pubblici e privati a mettere a disposizione della collettività gli immobili considerati ingiustificatamente sfitti. Non si parla, dunque, soltanto di incentivi, garanzie o accordi volontari: si introduce esplicitamente l’idea che l’amministrazione possa decidere come debba essere utilizzato un bene privato.
Avs cerca di rassicurare sostenendo che la misura non riguarderebbe la piccola proprietà, ma solo chi possiede numerosi appartamenti. È però proprio questo il punto politico: stabilito il principio secondo il quale lo Stato può comprimere il diritto di proprietà perché considera un bene utilizzato in maniera non conforme all’interesse collettivo, la soglia può essere modificata in qualsiasi momento. Oggi si parla di decine di immobili, domani potrebbero bastarne cinque, tre o anche una seconda casa.
Il Partito democratico, almeno per ora, evita di pronunciare un sì formale alla mozione fiorentina. Ma nemmeno prende nettamente le distanze. Il capogruppo dem a Palazzo Vecchio, Luca Milani, si è dichiarato disponibile a discuterne. A livello nazionale, inoltre, il progetto per un “Piano casa pubblico” è stato presentato unitariamente da Avs insieme al deputato del Pd Marco Furfaro e al Movimento 5 Stelle. Dire che il Pd abbia già approvato ogni ipotesi di requisizione sarebbe impreciso; sostenere che non abbia nulla a che fare con quella piattaforma sarebbe però altrettanto difficile.
È il ritorno di un’antica tentazione socialista: non creare le condizioni perché aumenti l’offerta di abitazioni, ma stabilire chi possiede troppo e sottrargli, direttamente o indirettamente, la disponibilità dei propri beni. Il problema dell’abitare viene così piegato alla retorica della lotta di classe. Da una parte ci sarebbero gli inquilini vittime del mercato; dall’altra proprietari, investitori e presunti speculatori, rappresentati come un blocco indistinto di privilegiati.
Il centrodestra sta seguendo una strada radicalmente diversa. Il Piano Casa del Governo Meloni, trasformato definitivamente nella legge n. 116 del 2 luglio 2026, punta a rendere disponibili circa 100 mila alloggi nell’arco di dieci anni, mobilitando oltre 10 miliardi di euro. Non attraverso requisizioni, ma mediante il recupero di circa 60 mila alloggi popolari oggi inutilizzabili, il rafforzamento dell’housing sociale e il coinvolgimento degli investimenti privati.
Il primo pilastro riguarda la riqualificazione del patrimonio pubblico esistente, troppo spesso abbandonato, degradato o bloccato dalla burocrazia. Il secondo istituisce il Fondo Housing Coesione, nel quale far confluire risorse nazionali ed europee. Il terzo incentiva la realizzazione di nuovi alloggi a prezzi calmierati attraverso capitali privati: almeno settanta abitazioni su cento dovranno essere vendute o affittate a condizioni convenzionate, con uno sconto di almeno il 33 per cento rispetto ai valori di mercato.
Questa è la differenza tra due culture politiche. Il centrodestra cerca di aumentare l’offerta, recuperare gli immobili pubblici, semplificare le procedure, proteggere i proprietari dalla morosità e attirare investimenti. La sinistra preferisce tassare, censire, penalizzare e infine obbligare.
Naturalmente l’emergenza abitativa esiste e non può essere minimizzata. Ma proprio perché il problema è serio, servono soluzioni capaci di produrre nuove case e nuovi contratti di locazione. Minacciare requisizioni rischia invece di ottenere l’effetto contrario: spaventare i proprietari, ridurre ulteriormente gli immobili messi sul mercato e allontanare gli investitori dall’edilizia residenziale.
Per convincere chi possiede una casa vuota ad affittarla bisogna garantire tempi certi in caso di morosità, assicurazioni contro i danni, incentivi fiscali e procedure giudiziarie più rapide. Non bisogna trasformarlo preventivamente in un nemico del popolo.
Dopo la patrimoniale sui milionari arriva dunque la battaglia contro i proprietari immobiliari. È la solita guerra ai “ricchi”, categoria abbastanza vaga da comprendere chiunque abbia risparmiato, investito o ereditato qualcosa. Il Piano Casa del Governo prova a costruire e recuperare abitazioni. Avs propone di decidere cosa debbano fare gli altri con le proprie. Tra il diritto alla casa e l’assalto alla proprietà privata esiste una differenza che il Pd dovrebbe avere il coraggio di riconoscere, prima che il campo largo si trasformi definitivamente nel campo della vecchia lotta di classe.
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Vincenzo Caccioppoli
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