la destra davanti al mito della ribellione


Quando la rivolta smette di fondare un ordine e diventa solo sfogo individuale, anche l’antagonismo finisce per servire il sistema

Roma, 31 mag – La destra identitaria ha sempre avuto un rapporto ambivalente con il concetto di autorità. Da una parte esiste l’anima più movimentista, ribelle e puramente “squadrista” del fenomeno; dall’altra, vi è chi non ha mai inteso la rivoluzione come uno stato di cose permanente, ma come una forza da ricondurre a un ordine superiore. È in questa tensione che prende forma il concetto, controverso e spesso frainteso, di rivoluzione conservatrice: non la rivolta come fine, ma la rivolta come passaggio verso una nuova forma.

La destra e il mito della ribellione

Nelle declinazioni moderne dell’area identitaria questa frattura non è mai stata realmente sanata. Anzi, l’inserimento di fattori come l’americanizzazione del mondo e il Sessantotto ha svolto un ruolo cruciale e tutt’altro che passivo. Se è sotto gli occhi di tutti l’effetto che la cultura della rivolta sessantottina ha prodotto nei giovani della sinistra neomarxista, soprattutto nel vecchio continente, con declinazioni orientate alla violenza rivoluzionaria e alla lotta di classe, sarebbe ingenuo pensare che quegli stessi sconvolgimenti non abbiano lasciato tracce anche nei giovani identitari. Basti pensare ai Campi Hobbit, tentativo di controcultura in qualche modo speculare alle comuni dei figli dei fiori.

I giovani progressisti nati dal Sessantotto erano certamente anticapitalisti nelle intenzioni, ma restavano intestarditi in un’analisi materialista del fenomeno. Paradossalmente, criticavano del capitalismo proprio i suoi aspetti più materiali, legati alla mercificazione e al consumismo, finendo però per assecondarne le istanze profonde. Perché? Perché ne adottavano la medesima forma mentis. Individualismo di mercato da una parte, individualismo spirituale dall’altra; nuova ondata di femminismo, svincolo dai legami sociali, a partire dalla famiglia; disconoscimento e demonizzazione della figura paterna come prima cellula autoritaria; superamento delle frontiere sotto forma di globalizzazione funzionale agli interessi di quel grande capitale che dicevano di voler combattere.

La spoliticizzazione delle masse

Questo processo diventa evidente quando si analizza il fenomeno del berlusconismo, che in Italia ha accelerato tale trasformazione proponendo un modello di società fondato sul consumo, su una liberazione sessuale sui generis e sul successo personale. La vecchia idea della politica come scontro tra visioni del mondo totalizzanti, fondate su idee forti, veniva sostituita dalla televisione, dal mercato e dall’autopromozione individuale. In questo contesto anche la destra identitaria, come era inevitabile, ha assorbito alcuni elementi di quella cultura, pur senza diventarne pienamente succube. La destra dagli anni Settanta in poi, nel tentativo di opporsi al nemico, sembra avere progressivamente abbandonato la classica visione mussoliniana dell’autorità per assumere uno schema antropologico più ribellista, frammentario, talvolta persino libertario. Non è un caso la fascinazione di certe correnti per l’anticentralismo del Sud degli Stati Uniti, per il Don’t tread on me, per il culto delle armi interpretato come una sorta di superomismo nietzschiano in salsa americana.

Così come il femminismo è riuscito a scardinare il vincolo familiare e, con esso, ogni valore superiore a cui obbedire, l’individualismo moderno ha scardinato l’idea di dovere civico, che nella destra autoritaria aveva sempre rappresentato il contributo del singolo alla potenza della nazione e dello Stato. Lo Stato, in quell’ottica, non era un mero organizzatore burocratico interessato soltanto al prelievo fiscale, ma un amplificatore della spinta individuale e della volontà di potenza collettiva.

Ogni rivoluzione deve produrre il suo tipo antropologico

Esiste allora un filo invisibile, ma resistente, tra il libertario americano che sorveglia il suo ranch invocando il secondo emendamento con un fucile d’assalto in mano, e il radicale nostrano che rivendica con foga edonista la libertà di fumare erba? La domanda è meno provocatoria di quanto sembri. In entrambi i casi, ciò che emerge è una concezione della libertà come sottrazione da ogni forma superiore, come rivendicazione individuale contro ogni vincolo, come rifiuto di una disciplina che non sia scelta, negoziata, revocabile. Il crollo del muro di Berlino, nel 1989, non ha posto fine alla storia, ma forse ha mostrato che il destino di chi tenta uno stravolgimento completo della natura umana è sempre il fallimento. Qui si consuma anche la morte definitiva del concetto di Stato etico come teorizzato da Gentile: un’entità che non si limitasse alla burocrazia, né lasciasse i cittadini alla mercé di se stessi una volta terminato il percorso di istruzione obbligatoria, ma che adempisse a una vera e propria missione di educazione del popolo attraverso la disciplina.

In questa prospettiva si svela anche il trauma dell’8 settembre. Oltre a essere una catastrofe militare oggettiva per il nostro Paese, non fu forse anche il momento in cui un libertarianismo di massa prese il sopravvento, mandando in fumo decenni di formazione fascista? Il più grande fallimento del fascismo non fu soltanto quello di avere perso una guerra, ma quello di non essere riuscito fino in fondo nel proprio intento pedagogico: creare una massa di cittadini-soldati coesi e disciplinati, cioè “fare gli italiani”. Anche il comunismo, dal canto suo, aveva provato a creare un nuovo archetipo umano: stacanovista, generoso, combattente rivoluzionario, totalmente dedito alla comunità e alla causa del socialismo. Qui si inserisce il trionfo finale del capitalismo liberale, da imputare probabilmente alla nonchalance con cui esso ha sempre accettato, senza mai metterla davvero in discussione, la meschinità e l’egoismo della natura umana.

Chi aderì alla Repubblica Sociale Italiana lo fece per spirito ribelle e spinta egoistica, oppure per senso di disciplina e rispetto della parola data? Le forze antifasciste, in particolare i partigiani, decisero di unirsi alla Resistenza come atto di rivolta contro il sistema, oppure per restaurare un ordine precedente al fascismo? La risposta a queste domande non può essere netta, perché ci si addentra nel campo delle psicologie individuali e del frastagliato contesto storico della guerra civile, che richiederebbe un saggio a parte. Ciò che possiamo osservare, però, è quanto queste visioni del mondo si siano intrecciate tra loro, influenzando pesantemente il dopoguerra, a partire dalle istituzioni.

La scuola come dispositivo di addomesticamento

La scuola, per esempio, da sempre intesa dalla destra come fucina di cittadini, sembra essersi trasformata in uno spazio di decompressione e di cesura con l’autorità. Un luogo svuotato del suo significato originario, utile ormai soprattutto a insegnare all’individuo a diventare autorità di se stesso. La figura del professore, declassata a macchietta empatica e benevola dopo il crack del Sessantotto, viene ancora vista con sospetto, come se incarnasse un potere reale. Ma siamo seri: il professore può essere considerato ancora una figura autoritaria in una scuola dove è a malapena libero di dire ciò che pensa, burocratizzato da uno Stato che cerca di ridurne gradualmente l’autorevolezza, criticato dai genitori e dagli stessi alunni? Che tipo di potere è un potere che ha paura di se stesso?

La ribellione fine a se stessa verso i pochi residui di autorità scolastica è davvero un rito di passaggio necessario per trovare una propria via nel mondo adulto, oppure è soltanto il preludio dell’atomizzazione sociale e della scomparsa dell’agorà dal mondo contemporaneo? Il rischio è una società in cui milioni di individui, pur appartenendo alla medesima comunità di destino, avranno creato milioni di morali diverse e in contrasto tra loro; una società in cui ognuno diventa il brand di se stesso.

La funzione dell’autorità e la crisi della destra

Quando l’autorità smette di voler essere pedagogica, si trasforma in grigia burocrazia. Permette una sorta di libertà, persino quella di autodistruggersi, ma si tratta di una libertà soltanto apparente. È questo il punto in cui la retorica antisistema figlia del Sessantotto finisce per fare il gioco del capitalismo moderno. L’autorità finge ancora di essere tale solo per permettere una ribellione individuale pienamente funzionale al sistema. L’alunno che disobbedisce al rimasuglio di autorità si sente finalmente indipendente, mentre il capitalismo osserva soddisfatto: ha appena generato un perfetto cittadino globale, un autentico consumatore, un individuo indisciplinato, senza ideali e in cerca di gratificazione immediata.

In tutto ciò si inserisce la crisi della destra moderna, spesso costretta, pur di sopravvivere, ad adottare un’estetica controculturale di matrice sessantottina, assorbita dall’ambiente circostante. Anche il diciannovismo rivoluzionario si rivolgeva a individui in qualche modo atomizzati, esclusi e traumatizzati dalla guerra. Ma oggi l’humus umano che la politica ha a disposizione non è composto da rivoluzionari tragici abituati al sacrificio delle trincee; è composto, molto più spesso, da ribelli edonisti cresciuti sotto le logiche dei diritti individuali e del mercato globale.

Fondatori non ribelli

Qui sta il nodo decisivo. Se la destra abbandona definitivamente la propria visione gerarchica, statalista e orientata alla disciplina, rischia di diventare essa stessa uno strumento di decompressione. Non più una forza capace di formare, ordinare e orientare, ma una delle tante distrazioni estetiche del caos contemporaneo. Un brand tra i brand, una ribellione tra le ribellioni, un’altra maschera del medesimo individualismo che pretendeva di combattere.

Michele Cucchi




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