Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl sullo sciopero di 24 ore all’ex Ilva
TARANTO – Ventiquattro ore di sciopero nazionale lunedì 12 ottobre in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva, con la possibilità di proseguire la mobilitazione anche nei giorni successivi. È la risposta di Fim, Fiom e Uilm all’esito del confronto con il Governo a Palazzo Chigi, giudicato del tutto insufficiente rispetto alle esigenze di salvaguardia dell’occupazione e di rilancio della produzione siderurgica.
Le 3 organizzazioni sindacali hanno formalizzato la proclamazione dello sciopero attraverso un documento unitario diffuso venerdì 9 ottobre, nel quale esprimono forte preoccupazione per il futuro dei dipendenti di Ilva in Amministrazione Straordinaria, Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria e delle aziende dell’indotto.
Il giudizio sul vertice istituzionale è particolarmente severo. Secondo le rappresentanze nazionali dei metalmeccanici, il confronto non avrebbe fornito indicazioni concrete sulla ripresa delle attività produttive, concentrandosi esclusivamente sugli strumenti di sostegno al reddito.
«Nessuna prospettiva» è l’espressione scelta dai sindacati per sintetizzare il risultato dell’incontro, ritenendo che le soluzioni attualmente prospettate non offrano garanzie sul futuro industriale del gruppo.
Nel comunicato, Fim, Fiom e Uilm sostengono che l’unico tema effettivamente affrontato dal Governo sia stato quello degli ammortizzatori sociali, destinati a interessare i lavoratori di tutti gli stabilimenti, senza che sia stata individuata una prospettiva certa di rientro al lavoro.
Una situazione che le organizzazioni considerano incompatibile con la necessità di assicurare continuità produttiva e occupazionale a un sistema industriale articolato su più territori.
I sindacati ricordano di aver già avanzato proposte dettagliate attraverso il documento denominato “Piano Straordinario Nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva”, presentato il 31 luglio 2026.
In quella sede era stata richiesta una strategia complessiva capace di mantenere la siderurgia al centro delle prospettive industriali nazionali, accompagnando la trasformazione degli impianti con strumenti di tutela sociale e occupazionale.
«È necessario che il governo riconfermi l’impegno di un progetto industriale complessivo dell’area tarantina e di tutti gli altri territori coinvolti, che veda la siderurgia quale elemento centrale e strategico», avevano scritto le organizzazioni nel documento richiamato.
Per Fim, Fiom e Uilm, la decarbonizzazione dello stabilimento deve essere accompagnata da un piano industriale credibile e da investimenti adeguati, evitando che la trasformazione tecnologica produca conseguenze insostenibili per i dipendenti.
L’obiettivo indicato è garantire il passaggio dal tradizionale ciclo produttivo a un sistema siderurgico decarbonizzato, assicurando contemporaneamente la salvaguardia del lavoro e delle competenze professionali.
«Per noi è però fondamentale che ci sia un progetto industriale che preveda il passaggio tra il vecchio ciclo e quello decarbonizzato a cui bisogna puntare senza che la transizione passi come una mannaia sulle spalle dei lavoratori», si legge nella proposta sindacale del 31 luglio.
Un percorso che, secondo le organizzazioni, non può essere sostenuto esclusivamente dalle imprese e richiede un impegno finanziario diretto delle istituzioni pubbliche.
Le rappresentanze dei lavoratori chiedono infatti un ruolo attivo dello Stato nella gestione e nella realizzazione del piano di decarbonizzazione, attraverso lo stanziamento di risorse pubbliche ed eventualmente il coinvolgimento di capitali privati.
Tra le richieste figura anche l’individuazione di finanziamenti nell’ambito del disegno di Legge di Stabilità 2027, con l’obiettivo di garantire coperture economiche adeguate alle diverse fasi del processo di trasformazione industriale.
Accanto agli investimenti produttivi, i sindacati ritengono indispensabile predisporre un piano sociale rivolto a tutti i dipendenti dell’ex Ilva.
Le misure sollecitate comprendono strumenti di riconoscimento e compensazione per l’esposizione ai rischi lavorativi, prepensionamenti, esodi incentivati e percorsi di riqualificazione professionale.
Particolare attenzione viene riservata alla possibilità di accompagnare i lavoratori verso nuove mansioni all’interno del futuro sistema produttivo, attraverso programmi formativi collegati alle esigenze degli impianti decarbonizzati.
Secondo Fim, Fiom e Uilm, questi interventi dovrebbero rappresentare parte integrante del piano industriale e non semplici misure da valutare successivamente alla riduzione delle attività.
Un altro elemento centrale della posizione sindacale riguarda la necessità di mantenere unito il sistema produttivo dell’intero gruppo, evitando che le difficoltà dello stabilimento tarantino compromettano anche il funzionamento degli altri siti.
Nel documento unitario viene richiamata l’interdipendenza tra le attività siderurgiche di Taranto e gli impianti di trasformazione e finitura distribuiti sul territorio nazionale.
«Il Gruppo ex Ilva ha una sua tenuta complessiva proprio per l’interazione non solo del ciclo integrale di Taranto, ma anche del coinvolgimento degli impianti di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Salerno, Marghera», sottolineano le organizzazioni.
Al sistema produttivo si aggiungono inoltre gli uffici e le strutture direzionali con sede a Milano, anch’essi inseriti nell’organizzazione complessiva del gruppo.
Per questa ragione, secondo i sindacati, qualsiasi progetto di riorganizzazione deve considerare gli effetti delle decisioni industriali su tutti gli stabilimenti e su tutte le professionalità coinvolte.
Una delle richieste avanzate durante il confronto con il Governo riguarda proprio la possibilità di acquistare semilavorati dall’esterno per garantire la prosecuzione delle lavorazioni a freddo.
La proposta punta a consentire l’alimentazione delle linee di finitura di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e degli altri siti produttivi, anche in presenza di difficoltà nella produzione interna di acciaio.
Secondo quanto denunciato da Fim, Fiom e Uilm, tuttavia, il vertice di Palazzo Chigi non avrebbe fornito risposte concrete su questa possibilità.
Le organizzazioni lamentano inoltre l’assenza di un confronto sostanziale sugli strumenti straordinari necessari per affrontare la fase di transizione.
Prepensionamenti, incentivi all’esodo e riqualificazione professionale vengono indicati come misure indispensabili per evitare che la trasformazione industriale si traduca in una lunga permanenza negli ammortizzatori sociali senza reali possibilità di ricollocazione.
Nel comunicato sindacale viene evidenziato anche il mancato approfondimento di un progetto capace di tenere insieme tutela del reddito, salvaguardia dell’occupazione e risanamento ambientale.
Una mancanza che le organizzazioni considerano particolarmente grave, soprattutto alla luce delle condizioni di incertezza che interessano da tempo gli stabilimenti e le aziende collegate alla produzione siderurgica.
Da qui la decisione di proclamare una giornata di sciopero nazionale, coinvolgendo tutti i territori interessati dalla vertenza.
«Per quanto emerso, le Organizzazioni Sindacali Nazionali proclamano, per la giornata di lunedì 12 ottobre, 24 ore di sciopero, in tutti i siti del gruppo», si legge nel documento sottoscritto dalle segreterie nazionali.
La protesta non viene considerata un’iniziativa isolata. Fim, Fiom e Uilm non escludono infatti di proseguire la mobilitazione nelle giornate successive, attraverso ulteriori iniziative organizzate anche a livello territoriale.
Una possibilità esplicitamente richiamata nella parte conclusiva del comunicato, nella quale i sindacati annunciano di non escludere «di estendere la stessa mobilitazione nelle giornate successive anche con articolazioni territoriali».
La decisione segna un nuovo irrigidimento del confronto tra organizzazioni sindacali e Governo, in una fase nella quale rimangono irrisolti i principali interrogativi sul futuro dell’ex Ilva.
Per Taranto, sede del principale stabilimento siderurgico del gruppo, la vertenza assume un rilievo determinante sotto il profilo industriale, occupazionale e sociale, ma le conseguenze delle decisioni produttive coinvolgono anche gli altri siti e l’intera rete delle attività collegate.
Le organizzazioni ribadiscono che gli ammortizzatori sociali possono rappresentare una misura necessaria per affrontare l’emergenza, ma non possono sostituire una strategia industriale finalizzata alla ripresa delle attività e alla trasformazione degli impianti.
La richiesta rivolta all’esecutivo è quindi quella di superare una gestione concentrata esclusivamente sulla cassa integrazione, individuando un percorso che garantisca investimenti, continuità produttiva, risanamento ambientale e prospettive occupazionali.
Lunedì 12 ottobre la protesta interesserà tutti gli stabilimenti del gruppo ex Ilva, mentre le segreterie nazionali si riservano di valutare ulteriori iniziative in assenza di risposte concrete.
Al centro della mobilitazione resta la richiesta di un piano industriale complessivo che accompagni la siderurgia italiana verso la decarbonizzazione, senza scaricare sui lavoratori e sui territori le conseguenze della crisi.
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