L’attacco USA-Israele all’Iran (28/02/26) ha bloccato Hormuz, causando gravi danni economici e sistemici a breve e lungo termine su greggio e concimi.
L’offensiva congiunta condotta dagli Stati Uniti e da Israele il 28 febbraio 2026 contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha determinato, quale diretta ed inevitabile conseguenza, l’interdizione del transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Tale blocco, investendo uno snodo cruciale per le rotte commerciali globali di idrocarburi e fertilizzanti, ha innescato ripercussioni sistemiche di ampia portata, suscettibili di produrre effetti destabilizzanti tanto sul piano economico quanto su quello geopolitico, in un orizzonte temporale sia di breve che di lungo periodo.
Lo Stretto di Hormuz si configura come un asset geostrategico di primaria importanza per la regione mediorientale, fungendo da raccordo obbligato tra il Golfo di Oman e il Golfo Persico. La sua rilevanza trascende la mera geografia, posizionandosi come il fulcro nevralgico del commercio energetico globale: attraverso questa via d’acqua transitano quotidianamente circa 20 milioni di barili di greggio, pari al 30% del petrolio trasportato via mare.
Parallelamente, lo Stretto garantisce il passaggio del 20% delle spedizioni mondiali di Gas Naturale Liquefatto (GNL), risorsa che ha assunto un ruolo centrale nelle politiche di approvvigionamento internazionale a seguito del conflitto in Ucraina. Tale concentrazione di flussi energetici conferisce allo Stretto la funzione di baricentro critico per la stabilità economica e la sicurezza energetica mondiale.
Oltre l’80% dei flussi di idrocarburi che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz è diretto verso i mercati asiatici; tale direttrice rende la Repubblica Popolare Cinese, principale importatore delle risorse energetiche iraniane, uno dei soggetti più vulnerabili dinanzi a una potenziale chiusura prolungata della via d’acqua.
Tuttavia, lo Stretto riveste un ruolo vitale per la stessa economia di Teheran, al punto che la dottrina analitica prevalente definisce l’ipotesi di un blocco navale come un atto di “suicidio geopolitico”. Un’eventuale ostruzione, pur rappresentando una potente leva di pressione asimmetrica, finirebbe per soffocare le capacità di esportazione dello Stato mediorientale, compromettendo irrimediabilmente la sua stabilità economica interna.
Le ripercussioni derivanti dall’interdizione dello Stretto di Hormuz non appaiono circoscritte alla sola economia cinese, ma si estendono all’intera catena del valore globale. Allo stato attuale, si registra un incremento del 30% nei prezzi dei carburanti e dei prodotti ortofrutticoli, segnale inequivocabile di una pressione inflattiva in atto.
Una chiusura prolungata dello Stretto, con il conseguente shock sui prezzi delle materie prime, rischierebbe di innescare una crisi multidimensionale su scala planetaria. Data l’elevata dipendenza delle moderne pratiche agricole dai fertilizzanti di sintesi — i cui flussi sono parzialmente legati ai transiti in quest’area — si prospetta un incremento del rischio di insicurezza alimentare sistemica. Tale scenario appare particolarmente critico per le nazioni del Sud Globale, dove la vulnerabilità alle fluttuazioni dei mercati agricoli potrebbe tradursi in gravi crisi di sussistenza.
In un panorama geopolitico caratterizzato da una marcata instabilità, l’insorgere di una nuova crisi energetica aggrava ulteriormente il quadro delle criticità sistemiche globali. Oltre alle spinte inflattive che colpiscono il settore dei carburanti, emerge una preoccupazione preminente per il comparto dell’aviazione civile europea.
Poiché una quota predominante, se non l’integralità, del combustibile aeronautico ad alto tenore di cherosene dipende dai flussi in transito attraverso lo Stretto di Hormuz, il protrarsi dell’ostruzione logistica sta inducendo le principali compagnie aeree a considerare la sospensione delle tratte, con particolare riferimento ai collegamenti a lungo raggio caratterizzati da un elevato consumo di carburante. In tale scenario, l’incremento tariffario dei titoli di viaggio risulta una misura palliativa insufficiente, in quanto la criticità fondamentale non risiede esclusivamente nella sostenibilità dei costi, bensì nella sicurezza degli approvvigionamenti e nella materiale disponibilità della risorsa energetica.
CHE POSIZIONE PRENDE L’EUROPA?
Il continente europeo attraversa una fase di crisi persistente a partire dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, avvenuto nel gennaio 2025. Il susseguirsi di frizioni e instabilità nei rapporti con lo storico alleato statunitense sta determinando una significativa riconfigurazione delle relazioni internazionali, rendendo lo scacchiere geopolitico globale progressivamente più frammentato e complesso.
Tale mutamento di paradigma nel legame transatlantico impone all’Unione Europea una ridefinizione delle proprie strategie di sicurezza e autonomia, in risposta a un quadro diplomatico divenuto fluido e caratterizzato da una crescente imprevedibilità nelle dinamiche di potere.
L’Europa si trova attualmente nella condizione di dover gestire una nuova e severa crisi energetica, la quale segue cronologicamente lo shock derivante dall’aggressione russa ai danni dell’Ucraina e si manifesta oggi attraverso l’interdizione dello Stretto di Hormuz, anch’essa scaturita da dinamiche belliche.
Sebbene l’ipotesi di una normalizzazione dei rapporti con la Federazione Russa venga vagliata al fine di ripristinare parzialmente i canali di approvvigionamento, tale soluzione rappresenterebbe un rimedio meramente parziale. La vulnerabilità strutturale del continente risiede, infatti, nell’assenza di riserve endogene di combustibili fossili. Tale criticità potrebbe essere risolta attraverso una transizione accelerata verso fonti di energia rinnovabile, quali il solare e l’eolico, in grado di garantire una maggiore resilienza sistemica.
Un simile investimento presuppone un mutamento paradigmatico e strutturale, orientato verso un’elettrificazione capillare dei servizi e delle infrastrutture. La sfida della transizione dal regime fossile a quello elettrico-rinnovabile appare dunque determinante per la stabilità dell’Unione Europea e dei singoli Stati membri: la valorizzazione delle risorse territoriali consentirebbe di conseguire una sovranità energetica diffusa, svincolando il continente dalle attuali e pericolose dipendenze geopolitiche.
Una soluzione alternativa e complementare per garantire la stabilità energetica dell’Unione Europea potrebbe essere l’adozione di una politica comune e condivisa in materia di energia nucleare. Tale opzione rimane tuttavia fortemente controversa all’interno del contesto continentale, manifestando una profonda polarizzazione tra i ventisette Stati membri.
Da un lato, paesi come la Francia detengono la leadership continentale nella produzione elettro-nucleare e ne promuovono l’utilizzo come pilastro della transizione a basse emissioni; dall’altro, nazioni come l’Italia hanno formalmente escluso la tecnologia nucleare dal proprio mix energetico nazionale attraverso due consultazioni referendarie. Nonostante tale quadro normativo, l’attuale instabilità geopolitica e l’incertezza circa la sicurezza degli approvvigionamenti stanno riaprendo il dibattito pubblico e istituzionale italiano sulla necessità di una revisione di tali posizioni storiche.
Ancora una volta, l’Unione Europea è chiamata a ridefinire i propri equilibri strutturali dinanzi a pressioni esterne che ne minacciano la coesione e la stabilità interna. L’attuale crisi energetica, inserita in un quadro geopolitico internazionale caratterizzato da una spiccata frammentazione e volatilità, impone alle istituzioni comunitarie l’adozione di una strategia duale.
Nel breve periodo, l’azione deve necessariamente orientarsi verso la diversificazione geografica dei fornitori o, in alternativa, verso una complessa rimodulazione dei canali di approvvigionamento con la Federazione Russa. Nel lungo termine, tuttavia, la resilienza del blocco europeo dipende in via esclusiva dal conseguimento dell’autosufficienza energetica, affrancando il continente dalla storica e vulnerabile dipendenza dai produttori esteri di combustibili fossili.
Il passaggio sistemico verso un modello basato sull’autoproduzione da fonti rinnovabili, sebbene configuri una transizione complessa e dilatata nel tempo, si prospetta ormai come una scelta ineludibile. Tale transizione consentirebbe ai singoli Stati membri di convergere verso la sovranità energetica, soddisfacendo il fabbisogno interno tramite risorse endogene. In quest’ottica, l’elaborazione di una politica energetica comune e vincolante appare l’unico strumento in grado di governare il processo in modo unitario, garantendo al contempo la stabilità geopolitica e l’autonomia strategica dell’Unione.
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Ivano Merola
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