FiberCop (KKR), Marco Nespolo (Fedrigoni) verso la poltrona di ceo in vista dell’ipo attesa tra il 2027 e il 2028


Marco Nespolo

Marco Nespolo, attuale group ceo di Fedrigoni, il gruppo cartiero controllato da Bain Capital e BC Partners da luglio 2022 (si veda altro articolo di BeBeez), è vicino a diventare amministratore delegato di FiberCop, la società proprietaria della rete nazionale di telecomunicazioni nata dallo scorporo della rete fissa di TIM, controllata da KKR e partecipata dal fondo sovrano di Abu Dhabi ADIA (17,5%), CPP Investments (17,5%),  il Ministero dell’Economia e delle Finanze (16%) e F2i sgr (11,2%) (si veda altro articolo di BeBeez). Lo hanno riferito il Corriere della Sera e MF, sottolineando che l’ingresso di Nespolo, sponsorizzato da KKR, sarebbe propedeutico all’accompagnamento del gruppo in Borsa, previsto tra il 2027 e il 2028. La nomina di Nespolo, che subentrerebbe quindi a Massimo Sarmi, destinato a mantenere la presidenza, potrebbe essere formalizzata entro la fine di settembre.

Nespolo vanta una lunga carriera come manager di portfolio companies di fondi di private equity, ma per lui si tratterebbe della prima esperienza nel settore tlc e in un business regolato, motivo per cui, alcuni soci di FiberCop avrebbero valutato profili diversi: ADIA avrebbe suggerito al cacciatore di teste Spencer Stuart il nome di Marco Patuano, ex TIM e A2A e oggi alla guida di Cellnex, mentre il MEF si dice fosse più orientato su figure come Paolo Gallo, ceo di Italgas, e Aldo Bisio, ex ad di Vodafone Italia e ora al timone di Engineering. Ma tra i papabili era emerso anche il nome di Pietro Labriola, attuale ceo di TIM. La scelta finale spetta comunque a KKR, cui la governance della società assegna il potere di nomina del ceo, d’intesa con il MEF, mentre al Tesoro spetta l’indicazione del presidente. Non è ancora chiaro se la designazione arriverà oggi in consiglio, che deve riunirsi per l’esame della semestrale della società infrastrutturale.

La casella del ceo è di fatto vacante dal gennaio 2025, quando si dimise l’allora amministratore delegato Luigi Ferraris, al culmine di uno scontro con il fondo sulle previsioni del piano industriale (si veda altro articolo di BeBeez). Da allora Sarmi ha assommato le cariche di presidente e amministratore delegato, con un mandato in scadenza nel 2027, all’approvazione del bilancio 2026. Da qualche tempo, però, gli azionisti avevano avviato le consultazioni per dividere nuovamente i due ruoli, anche in vista della possibile quotazione in Borsa.

L’ipotesi della quotazione si è fatta strada nel dibattito tra la primavera e l’estate di quest’anno. Secondo l’analisi di Websim dello scorso giugno, infatti, dal 2028 FiberCop dovrebbe tornare a generare cassa, rendendo possibile avviare il processo di quotazione, che andrà comunque gestito tenendo conto della strategicità dell’asset per il Paese, protetto dal Golden Power. L’ipo potrebbe rappresentare la exit per i fondi oggi investiti nella società, consentendole al contempo di evolvere verso un modello di utility quotata. Sempre secondo Websim, una precondizione per la quotazione sarebbe la combinazione con Open Fiber, necessaria per poter beneficiare di un framework regolatorio RAB-based, che presuppone un regime di monopolio infrastrutturale. Ricordiamo che OpenFiber è a sua volta operatore di fibra controllato al 60% da CDP Equity (e quindi in ultima istanza dallo stesso MEF) e al 40% da Macquarie.

Cosa sarà di Openfiber è peraltro particolarmente importante per TIM per il fatto che la gran parte dell’earn-out previsto dall’accordo con KKR deriverà dall’eventuale realizzazione del progetto di rete unica (si veda altro articolo di BeBeez). Al momento della sigla dell’accordo tra TIM e KKR, infatti, era stato precisato che il pagamento di eventuali earn-out a favore di TIM  fosse “legato al verificarsi di eventi futuri quali, in particolare il completamento, durante i 30 mesi successivi alla data del closing, di alcune potenziali operazioni di consolidamento che riguardino NetCo e all’eventuale introduzione di modifiche regolamentari idonee a generare benefici a favore di NetCo, che potrebbero comportare il pagamento a favore di TIM di un importo massimo di 2,5 miliardi di euro”.

Nella prospettiva di merger con OpenFiber, sarebbe quindi ragionevole immaginare un re-rating valutativo in area 15-20 volte l’organic EBITDAaL (cioé dopo il leasing), rispetto al multiplo di 9 volte (per un enterprise value di 18,8 miliardi di euro) riconosciuto al closing dell’operazione nel luglio 2024 (si veda altro articolo di BeBeez).

Sul fronte industriale, il piano prevede il raggiungimento di 20 milioni di unità immobiliari in fibra entro il 2027 e il completo switch-off del rame entro il 2028, a fronte di capex per 8,5 miliardi di euro nel triennio 2025-2027.  Intanto il gruppo ha chiuso il primo trimestre 2026 con 888 milioni di euro di ricavi e un organic EBITDAaL di 391 milioni, confermando la guidance per l’intero esercizio, che prevede una crescita dell’EBITDAaL organico vicina al 10% su base comparabile (si veda altro articolo di BeBeez). Il tutto dopo che il 2025, primo anno di piena operatività come società indipendente dopo il carve-out della rete TIM, con ricavi per 3,8 miliardi di euro, ebitda reported di 2 miliardi ed EbitdaaL organico di 1,745 miliardi, in linea con gli obiettivi di budget e piano industriale approvati dal cda (si veda altro articolo di BeBeez).

Il futuro ceo, in ogni caso, non erediterà soltanto il dossier quotazione. Il cambio al vertice si inserisce infatti in una fase di forte tensione con il principale cliente, TIM. Ieri, nel corso della conference call sui risultati del secondo trimestre, l’amministratore delegato del gruppo tlc Pietro Labriola ha dichiarato: “Per quanto riguarda FiberCop, stiamo riscontrando un deterioramento nella qualità dei servizi di attivazione e manutenzione. Non si tratta di un problema specifico di TIM: è una situazione che coinvolge tutti gli operatori del mercato, inclusi i nostri concorrenti, come si può verificare interpellando l’Autorità di regolamentazione. Il fenomeno è più marcato sui servizi tradizionali e meno sull’Ftth”. Labriola ha aggiunto che si tratta di una situazione che TIM vuole evitare perché penalizza la base clienti, e che l’obiettivo del gruppo non è certo limitarsi a gestire le penali contrattuali a carico del fornitore. Il ceo di TIM ha anche sottolineato che i problemi di qualità del servizio riscontrati dal principale fornitore all’ingrosso di fibra ottica hanno inciso negativamente sull’andamento commerciale in alcune aree (si veda qui Radiocor).

La replica di FiberCop non si è fatta attendere. La società ha precisato in giornata di essere “costantemente impegnata nell’assicurare a tutti gli operatori che utilizzano la propria rete i più elevati livelli di qualità e di servizio”, sottolineando che “i relativi indicatori risultano complessivamente in linea, e anche migliorativi, rispetto ai livelli pre-separazione”. La società ha ricordato inoltre che per garantire la continuità e la qualità del servizio su oltre 13,7 milioni di linee attive si avvale ogni giorno di una forza operativa di circa 13 mila tecnici, tra personale interno e imprese partner (si veda qui Radiocor).

Secondo MF-Milano Finanza, dopo l’estate non è esclusa l’ipotesi di un arbitrato tra le due società sulla qualità delle linee, che TIM ritiene sotto gli standard previsti dal contratto. Il botta e risposta sulla rete si somma peraltro al contenzioso già in corso sui listini wholesale: sempre secondo MF-Milano Finanza, TIM aveva chiesto al giudice di obbligare FiberCop a comunicare all’Agcom le tariffe del master service agreement, con l’obiettivo di usare i prezzi concordati come riferimento anche nelle aree regolate, ma il Tribunale ha respinto il ricorso cautelare. TIM dovrebbe comunque procedere nel giudizio di merito, mentre è probabile che la bocciatura del cautelare venga impugnata in appello. Il nuovo tariffario, peraltro, non è stato approvato dall’Agcom, che chiede modifiche.

 

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