Un aspetto dei conflitti degli ultimi anni che viene spesso ignorato, o comunque non particolarmente messo in evidenza, riguarda l’impiego di sostanze chimiche di vario genere. Ciò non deve sorprendere perché, benché queste ultime siano comparse con una certa costanza in confitti recenti e anche vicini a noi, in realtà il loro impiego è comunque limitato se paragonato a quello di altre armi. Tuttavia è un aspetto che deve essere affrontato.
L’impiego di armi chimiche di varia natura è un tratto distintivo delle guerre moderne a partire dalla Prima guerra mondiale, poi sono state impiegate dagli italiani e da altre potenze europee nelle colonie, dagli americani in Vietnam con l’Agente arancione, ovvero un defogliante, dall’Iraq di Saddam Hussein contro i curdi negli anni Ottanta, dal regime di Assad durante la guerra civile in Siria e poi ancora, specialmente le bombe al cloro, dall’ISIS. Negli ultimi anni si ha la certezza dell’impiego da parte di Israele di defoglianti ed erbicidi in Siria e Libano per tenere sgombro il terreno di fronte alle posizioni occupate. Ovviamente tali sostanze hanno poi ripercussioni da valutare su terreni che le popolazioni locali utilizzavano, almeno in alcune circostanze, per la locale produzione agricola.
L’impiego di tale tipologia di arma è anche stato registrato, e non solo ora, anche in Ucraina dove, probabilmente, stiamo assistendo a un interessante sviluppo. Sia la Russia sia l’Ucraina hanno sperimentato in modi, tempi e quantità diverse queste sostanze, per esempio Kiev pubblicizzò un paio di anni fa il “drone drago” ovvero un FPV equipaggiato con una miscela di termite spruzzata come metallo fuso ad altissime temperature per incendiare filari di alberi, vegetazione e fortificazioni nemiche ed esporre così il nemico. Chi scrive dubita della reale efficacia di tale strumento, ma è una testimonianza dell’impiego di queste armi. Comunque è un altro uso che risulta molto più interessante e foriero di impieghi futuri, infatti ci sono ormai vari riscontri dell’impiego di droni che utilizzano munizionamento basato su gas non letali come, per esempio, varie tipologie di gas lacrimogeni o simili. La tattica più utilizzata è quella di impiegare delle bombe a mano appositamente costruite per forze di polizia e di sicurezza agganciandole sotto un drone commerciale con un dispositivo di sgancio che quando viene aperto sgancia la spoletta, attiva l’ordigno che quindi diffonde la sostanza in prossimità del nemico che si intende colpire.
La granata maggiormente impiegata, ma non l’unica, è la K-51 di produzione ancora sovietica che presumibilmente contiene l’agente irritante denominato clorobenziliden malononitrile. Quando viene attivata, la granata rilascia l’agente riempiendo in pochi secondi un’ampia stanza rendendo le persone al suo interno inabili se sono prive di dispositivi di protezione. Oltre a queste sono state impiegate anche versioni più moderne, più artigianali (sono stati documentati casi di munizioni chimiche improvvisate, in cui, ad esempio, uno spray per autodifesa è stato fissato con del nastro adesivo a una granata esplosiva modificata, oppure munizioni improvvisate contenenti ammoniaca o altri agenti irritanti sono state modificate per essere sganciate da un drone) o con altri scopi (come per esempio le flash-bang).
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L’impiego di tali armi è particolarmente interessante perché prevede che il drone voli sulla trincea nemica o all’interno dell’edificio occupato dal nemico e sganci l’ordigno. A quel punto se le truppe presenti non hanno protezioni adeguate saranno costrette a uscire diventando facile bersaglio per gli attaccanti che possono poi occupare la posizione. Tali munizioni non sono quindi pensate per uccidere gli occupanti di una determinata posizione, bensì per costringerli semplicemente a uscire allo scoperto e abbandonare la stessa oppure renderli incapaci di reagire all’attacco.
A fronte di questa situazione serve svolgere qualche riflessione aggiuntiva. La prima riflessione è che, sebbene ci siano riscontri da entrambe le parti del fronte dell’impiego di tale munizionamento, in realtà è la Russia ad avere dimostrato una maggiore continuità di impiego. Secondo il Ministero della Difesa Ucraino, fonte certamente non super partes, i russi avrebbero impiegato questa tipologia di arma chimica circa 13.300 volte durante il conflitto. Inoltre, il fatto che vengano utilizzate, come detto in precedenza, granate risalenti alla Guerra fredda ma anche di produzione moderna, sottolinea che Mosca ritiene questo strumento utile e impiegabile sui campi di battaglia moderni. Questi due aspetti non devono sorprendere particolarmente per due ragioni. Primo, come si è messo in luce, queste granate servono per liberare una postazione dai difensori, di conseguenza è l’attaccante, ovvero i russi, che necessitano maggiormente di utilizzare tale arma che è efficace senza essere mortale (si tratta solo di forme diverse di gas lacrimogeni) e senza arrecare danni agli edifici. Secondo, le guerre di oggi e molto probabilmente del prossimo futuro saranno principalmente combattute in ambito urbano, che è esattamente la situazione tattica più favorevole all’impiego di gas di qualunque derivazione. Infatti, fin dalla Prima guerra mondiale, il problema principale nell’impiego di tali armi erano le condizioni meteorologiche (vento, umidità e simili) che impattavano in modo significativo sulla loro efficacia: basta che il vento cambi direzione e chi usa il gas si trova investito dalla sua stessa sostanza. In ambienti chiusi come appunto gli edifici di una città, invece, il gas rimane più concentrato e non si disperde mantenendo la sua efficacia.
Una seconda riflessione riguarda gli utilizzi futuri. Perché se, come appena detto, con l’urbanizzazione dei conflitti queste armi potrebbero essere maggiormente impiegate, non va nemmeno dimenticato che milizie come ISIS e gruppi terroristici hanno già impiegato rudimentali armi chimiche, principalmente cloro, e con un più facile accesso a queste tecnologie tali scenari sono sicuramente da prendere in considerazione.
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Andrea Beccaro
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