Cinque film e serie Tv esplorano la disabilità attraverso maternità, autonomia, malattia, relazioni familiari e crescita personale. Da “Sorda” a “Non abbiam bisogno di parole”, i racconti propongono sguardi realistici e rispettosi, superano stereotipi e mostrano persone, legami e fragilità oltre ogni barriera visibile e invisibile, con sensibilità autentica
Il racconto della disabilità per continuare ad abbattere barriere (in)visibili. Ogni anno, insieme al Servizio Nazionale per la pastorale delle persone con disabilità Cei, facciamo il punto sui titoli tra cinema e serialità Tv che offrono sguardi interessanti sulla condizione della persona con disabilità. Racconti fuori dalle barriere, suggestioni di senso che permettono di approfondire tale condizione in maniera attenta, rispettosa e soprattutto lontana da stereotipi.
“Il silenzio degli altri. Sorda”
È il primo lungometraggio della spagnola Eva Libertad, che prende le mosse dal suo cortometraggio “Sorda” (2021). Uno sguardo realistico, lontano da stereotipi, su una donna con disabilità uditiva che si rapporta con la maternità, tra aspettative, ansie e timori. Protagonisti Miriam Garlo e Álvaro Cervantes. Un film denso e profondo, ma dal passo lieve. Il suo sguardo indaga l’animo dei protagonisti, Ángela ed Héctor, il loro percorso come coppia: prima uniti, solidali, poi divisi dall’esperienza della genitorialità. A dare una scossa alla prospettiva spettatoriale è una soluzione di regia bellissima e dirompente, che ricorda “Sound of Metal” (2019): nei volteggi finali dell’opera la Libertad azzera l’audio e crea una soggettiva uditiva con la protagonista. Ci offre il suo punto di osservazione, mettendo in “condivisione” la sua disabilità, le sfide e le barriere con cui si deve misurare quotidianamente. Una soluzione stilistica di grande impatto e delicatezza. Un film splendido, profondo, da vedere. Consigliabile, realistico-poetico, per dibattiti.
(Foto Francesco Berardinelli)
“Piccolo miracolo”
Un’opera che si muove tra dramma e commedia sentimentale, il racconto della parabola di un uomo di successo, piatto e anestetizzato a livello emotivo-valoriale, che cambia traiettoria di vita grazie all’amore. È “Piccolo miracolo” di Guido Chiesa, adattamento del romanzo “La grazia del demolitore” di Fabio Bartolomei, un soggetto sviluppato da Edoardo Leo e Nicoletta Micheli. Protagonisti Marco D’Amore e Greta Scarano. È la storia dell’architetto Davide, che ha tutto nella vita, ma conduce un’esistenza distaccata, superficiale. L’incontro con Ursula, assistente sociale non vedente, non accende in lui solamente il sentimento, ma si fa in qualche modo occasione catartica: Davide è ammaliato dall’indipendenza della donna, dalla sua grinta e solarità, mai limitata dalla disabilità. Chiesa firma un film piccolo, dalla struttura narrativa lineare, cui però imprime fascino e profondità con il suo stile mai banale. Ottimi gli interpreti, in particolare la Scarano. Consigliabile, brillante-poetico, per dibattiti.
(Foto Lucia Iuorio)
“Per te”
Un’opera che danza con passo leggero su un tema-vertigine che schianta, da cui si vorrebbe fuggire. È la commedia drammatica “Per te” di Alessandro Aronadio, film ispirato alla famiglia Piccoli segnata da una rara forma di Alzheimer precoce che ha colpito il papà Paolo poco più che quarantenne, e la risposta di forza e luminosità del figlio undicenne Mattia e della moglie Michela. La loro storia è diventata un film interpretato con grande intensità e prudenza da Edoardo Leo, Teresa Saponangelo e Javier Francesco Leoni. “Per te” è una bellissima storia d’amore tra un marito e una moglie, tra un padre e un figlio. Il viaggio di un uomo nelle terre della paura e dell’ignoto, senza però sentirsi mai solo, senza appigli o tenerezza. Un’opera che non ristagna nella malattia e nel dolore, bensì nella vita che brilla nella quotidianità familiare. Leo regala un’interpretazione misurata e vibrante, come pure gli altri comprimari. “Per te” non è un film ricattatorio, al contrario. Ha un respiro arioso e lieve, che accende una dolce commozione. Consigliabile, poetico, per dibattiti.
(Foto Ufficio stampa)
“Non abbiam bisogno di parole”
Dalla fortunata commedia francese “La famiglia Bélier” (2014) di Éric Lartigau, passando per il remake statunitense “CODA. I segreti del cuore” di Sian Heder, su Netflix è disponibile l’adattamento italiano “Non abbiam bisogno di parole” di Luca Ribuoli. Protagonisti Sarah Toscano, Serena Rossi, Emilio Insolera, Carola Insolera e Antonio Iorillo. Un racconto familiare dove emerge la parabola di affrancamento di un’adolescente udente cresciuta in una famiglia di sordi profondi; il suo è un ingresso nella vita adulta, in cerca di sogni e futuro, un percorso però “complicato” dalla paura di abbandonare i propri cari pensando di essere il loro unico legame di comunicazione con il mondo. Una commedia acuta, marcata da umorismo gentile e dolcezza, con importanti riverberi sociali. “Non abbiam bisogno di parole” da un lato recupera il tracciato del racconto francese, optando per una evidente fedeltà narrativa, dall’altro coglie le ottime intuizioni del remake statunitense, con attori realmente sordi sul set. Il progetto nell’insieme si dimostra valido e godibile, nonostante qualche sbandamento mieloso. Consigliabile, semplice, per dibattiti.
“Mio fratello è un vichingo. The Last Viking”
Tra poliziesco, dramma familiare e commedia grottesca. È il caleidoscopio di generi e sfumature narrative del nuovo film del danese Anders Thomas Jensen, “Mio fratello è un vichingo. The Last Viking”, con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas. Jensen firma un’opera acuta che conferma tutta la sua tipica vis stilistico-narrativa, tra efficacia ed eccesso, per raccontare il rapporto tra due fratelli (uno con disabilità mentale), che provano a ritrovare la via del dialogo dopo anni di distanze, sotto il peso di cicatrici familiari che rimandano alla stagione dell’infanzia. Il racconto si snoda in maniera originale, tempestato da sterzate nel grottesco. Così la delicatezza di alcuni temi, in particolare relazioni familiari e disabilità – qui, a ben vedere, non lontana da scivolate macchiettistiche –, viene “shakerata” in un cocktail singolare, dolceamaro, puntellato da eccessi e lampi di violenza. Per un pubblico adulto. Complesso, problematico-brillante.
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