2 agosto 2026 – ore 10:00 – La street art è un linguaggio che trasforma i muri delle città in spazi di espressione artistica, sociale e culturale. Dietro murales, graffiti e scritte si nascondono però pratiche, tecniche e significati molto diversi, spesso difficili da cogliere per chi si limita a osservarli distrattamente. Anche Trieste possiede una vivace scena di arte urbana, distribuita tra centro e periferie, che racconta il rapporto tra artisti, quartieri e comunità. Per delineare una geografia della street art locale e comprenderne le dinamiche, ci siamo rivolti al ventottenne triestino Matteo Pribaz, conosciuto con il nome d’arte “Priby”. Matteo non ama essere definito un writer, ovvero chi fa i graffiti. “Se devo considerarmi qualcosa, sono uno spray artist”, precisa subito, sottolineando una distinzione che considera fondamentale. Pur utilizzando lo stesso strumento, la bomboletta spray, il suo approccio si discosta da quello del graffitismo: “La bomboletta viene utilizzata in maniera completamente diversa, e anche lo scopo è diverso”. In altre parole, il suo lavoro si avvicina maggiormente alla spray art e alla street art, ispirandosi agli artisti di strada che si incontrano nelle città di tutto il mondo.
Una vita da spray artist
Il primo contatto di Priby con questo universo risale agli anni della scuola media, quando realizzava i suoi primi graffiti. Successivamente, però, il suo percorso artistico ha preso un’altra direzione. “Mi sono buttato soprattutto sui manga e sul disegno”, racconta, fino ad approdare al realismo. La svolta è arrivata durante la pandemia: “Con il Covid ho ripreso in mano la bomboletta spray”. In quel periodo ha iniziato a sperimentare e a costruire uno stile personale, caratterizzato da soggetti come galassie, pianeti e paesaggi fantastici, tipici della spray art. Più avanti, quella passione si è trasformata in un lavoro.
Tra le sue opere visibili al pubblico, Pribaz cita con particolare orgoglio il murale realizzato nella Sala Bitulli, all’interno della sede del Puglia Club Trieste in via Revoltella 39. “È la commissione di cui vado più fiero, quella che mi ha fatto capire di essere cresciuto artisticamente”, racconta. Un’altra sua opera si trova invece a Chions, in provincia di Pordenone, nel parcheggio del negozio di tatuaggi “Attenti al Lupo”. Conciliare libertà creativa e lavoro su commissione è, per Matteo Pribaz, una sfida continua. “È un equilibrio molto labile, che si spezza facilmente”, racconta. Se da un lato il committente ha il diritto di stabilire regole e richieste, dall’altro l’artista cerca sempre di lasciare un segno personale: “Bisogna dare un po’ di creatività anche alla commissione, in modo che venga fuori un pezzo unico e riconoscibile”. Pur ammettendo che le commissioni rientrano in una logica più consumistica, Pribaz è convinto che “la creatività c’è sempre”: anche rispettando vincoli precisi, l’importante è riuscire a mettere qualcosa di sé nell’opera.
Spray art, graffiti e murales: un dedalo di forme artistiche
Quando si parla di arte urbana, termini come spray art, graffiti, murales e street art vengono spesso usati come sinonimi. In realtà indicano pratiche diverse, anche se strettamente collegate. “La spray art è un modo di utilizzare la bomboletta in maniera completamente diversa da come si usa normalmente, ad esempio nel graffitismo”, spiega l’artista. Non è quindi un movimento artistico, ma una tecnica espressiva. Le radici della street art affondano invece nel graffitismo, nato nella New York degli anni Settanta in un contesto segnato da disuguaglianze, degrado e tensioni sociali. “Il graffitismo è la radice della street art”, sottolinea l’artista, ricordando come questo movimento sia nato anche come forma di protesta e di riappropriazione dello spazio urbano.
Da questa cultura si è dunque sviluppata la street art come la conosciamo oggi, che comprende linguaggi e finalità diverse. Tra le sue espressioni più note ci sono i murales, opere che possono contribuire alla riqualificazione di quartieri, raccontare l’identità di una comunità, commemorare eventi o lanciare messaggi sociali. “Il murale è qualcosa di neutro che cambia a seconda del luogo e mette in relazione la comunità con gli spazi”, osserva Priby.
Un elemento centrale del writing è invece il tag, ovvero la firma del writer. Più che comunicare con il grande pubblico, il tag funziona come una traccia, un segno di riconoscimento all’interno della comunità dei writers: “Più questo nome è scritto in giro, più il writer acquisisce prestigio”, in un gioco di gerarchie e relazioni tra gli stessi writers.
Secondo l’artista, non esiste una linea di confine netta tra vandalismo e opera d’arte: “Molto dipende da come quell’opera viene interpretata e vissuta da chi la osserva e da chi vive nello spazio in cui essa si trova”. In ogni caso, tali forme espressive che prendono vita sui muri rappresentano per writers e artisti “un modo di riappropriarsi dei propri spazi, di quegli spazi pubblici che sono stati rubati dalle grandi marche, dalla pubblicità, dai media, dal turismo”.
Anche Trieste ha la sua comunità di street artist
Secondo Matteo Pribaz, Trieste può contare su una comunità di street artist solida e capace di lasciare un segno sul territorio. “Ci sono dei grandi veterani che portano un po’ avanti la cultura del writing, e ancor di più della street art.” L’artista cita figure come Claudio Daker e Federico Duse, membri dell’associazione Melart, che curano progetti che hanno contribuito alla riqualificazione di diversi quartieri, da Rozzol Melara ai campi da basket cittadini. “La street art ha raggiunto il suo scopo: riqualificare il territorio”, afferma. I murales, spiega, possono avere anche una funzione educativa, come quelli di Piazza Giarizzole contro la guida in stato di ebbrezza, oppure commemorativa e identitaria, come il ritratto di Stefano Furlan vicino allo stadio o il murale del Pedocin, simbolo del legame tra Trieste e il mare. Per Priby si può parlare di una vera e propria “geografia della street art” triestina.
Le mille espressioni della street art, da un quartiere all’altro
La street art cambia volto da un quartiere all’altro e riflette la storia, l’identità e le esigenze dei luoghi in cui si sviluppa. Secondo Matteo, nel centro storico di Trieste il rapporto con i murales è diverso rispetto alle periferie. “Il centro è governato dalla storia e tutto ciò che è storico non deve essere sporcato”, osserva, spiegando che intervenire su edifici di valore culturale significherebbe sconfinare nel vandalismo. Al tempo stesso, alcuni murales del centro rispondono anche alle dinamiche del turismo: “Sono opere socialmente accettabili, di cui possono usufruire tutti, ma che spesso vengono vissute più dai turisti”.
Nelle aree periferiche, invece, la street art assume un ruolo più legato alla comunità. “Dipende dal quartiere: è qualcosa di molto neutro e cambia a seconda dello spazio”, ribadisce Pribaz. A Ponziana, ad esempio, cita graffiti e murales ormai riconosciuti e apprezzati dagli abitanti, mentre a Borgo San Sergio ricorda un’opera realizzata sulla cosiddetta “Casa dei Puffi”, che ha contribuito a valorizzare il complesso residenziale. Un altro murale, nel cuore del quartiere, accompagna invece un’area verde dedicata ai bambini, richiamando il tema del gioco. “Sono opere pensate per chi vive quei luoghi”, conclude, capaci di rafforzare il senso di appartenenza e contribuire alla riqualificazione degli spazi urbani.
Murales e senso di appartenenza
La presenza di numerosi murales in una città può essere un indicatore di quanto la comunità sia unita? “Dipende”, risponde Priby. “Ci sono paesi, soprattutto di montagna, pieni di murales ma ormai quasi disabitati”. In questi casi, spiega, le opere diventano soprattutto un’attrazione per i visitatori: “I turisti arrivano, consumano qualcosa e poi se ne vanno”, senza che i murales contribuiscano realmente a creare legami tra i residenti. Diverso, secondo Pribaz, è il caso di Trieste, dove molte opere nascono in dialogo con i quartieri e con chi li vive quotidianamente. “A Trieste ci si riconosce molto di più rispetto ad altre parti”, osserva, sottolineando come la street art possa essere espressione della comunità e non soltanto uno strumento di richiamo turistico.
Quando il graffito diventa vandalismo
Che differenza c’è tra i graffiti recentemente comparsi sulle rocce della Val Rosandra e quelli presenti sui muri di quartieri come Cavana? Secondo Matteo Pribaz, nella riserva naturale non si entra nella stessa logica del graffitismo urbano: “Lì non c’è degrado urbano, è natura. La natura è qualcosa di cui tutti possono fare parte e va conservata così com’è”. Per questo, intervenire sulla roccia carsica significa, a suo avviso, “rovinare la bellezza di qualcosa che è stato conservato per secoli”, trasformando il gesto in puro vandalismo. Diverso è il caso dei graffiti in contesti urbani come Cavana, dove possono assumere anche una valenza sociale e politica. “Può essere un modo per dire: ci sono anch’io, ci siamo anche noi”, spiega Pribaz. In un quartiere segnato dalla trasformazione e dalla gentrificazione, le scritte sui muri possono diventare una forma di riappropriazione dello spazio e di protesta: è questo è proprio ciò che determina il graffitismo urbano come espressione di protesta e rivendicazione. Un approccio che, in un contesto come la Val Rosandra, non trova ragion d’essere. Anche la comunità dei writers ha il suo codice etico, “perché l’etica entra all’interno delle relazioni culturali dell’uomo”, sottolinea Pribaz. “Non c’è etica se non c’è relazione, ma nel momento in cui si sviluppa una relazione sociale sicuramente si sviluppa un’etica”.
Mare, bora, storia cittadina: i soggetti dei murales triestini
Oltre alle già citate tematiche sociali di riappropriazione dello spazio, sui muri di Trieste si notano soggetti e temi ricorrenti, legati alla storia e all’identità dei luoghi. Secondo Matteo Pribaz, però, non esiste uno stile unico che accomuni tutti gli artisti: “Ognuno ha un proprio stile ed è bello così”. Nei murales di Trieste ritornano spesso elementi simbolici della città, come il mare e la bora, ma anche riferimenti alla cultura e alla letteratura locale. Pribaz cita, ad esempio, le opere dedicate a figure come James Joyce e Italo Svevo a Valmaura, oppure il murale vicino all’ippodromo che affronta il tema della diversità e dell’integrazione.
“Quel murale lo vedo quasi come una rivendicazione di chi vive all’interno di quel territorio”, spiega, sottolineando il ruolo sociale che alcune opere possono assumere. Nei graffiti, invece, la varietà è ancora maggiore: “Dipende dalla sensibilità dell’artista”, perché dietro una semplice scritta possono nascondersi ricerca stilistica e significati diversi. Ma quand’è che un’opera diventa arte? Per Pribaz non esiste una sola risposta: “In parte conta l’estetica, in parte il messaggio”. Una galassia dipinta su una parete può essere apprezzata per la sua bellezza, mentre un’opera apparentemente meno armoniosa può avere valore per la forza del suo contenuto.
Il cuore della street art triestina
Se dovesse consigliare un luogo in cui apprezzare la street art locale in tutta la sua espressività, Pribaz sceglierebbe il Quadrilatero di Melara. “Suggerirei di fare un giro all’interno del complesso, per capire come il quartiere di Melara abbia assimilato la street art”. Secondo l’artista, Melara è “un quartiere unico rispetto a tutti gli altri a Trieste”, poiché “convive con la street art ogni giorno ed è un ambiente ben riqualificato”.
Approfondimento a cura di Aurora Cauter e Benedetta Marchetti
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Aurora Cauter
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