Un recente editoriale di Nathalie Tocci apparso su The Economist pone una domanda che l’Europa preferirebbe non porsi: possiede il continente, oltre ai mezzi materiali, la determinazione psicologica necessaria ad affrontare un’eventuale escalation con la Russia? La domanda merita una risposta che vada oltre l’impressione giornalistica, perché le tensioni odierne tra Mosca e le cancellerie europee riproducono, con inquietante fedeltà, la struttura che Christopher Clark ha descritto per l’estate del 1914: due blocchi rigidi e contrapposti, un gioco di alleanze che rischia di sottrarre ai leader politici il controllo dei tempi dell’escalation, una retorica pubblica che presenta il conflitto come fatalità storica anziché come scelta evitabile, e la cosiddetta trappola della mobilitazione, per cui esercitazioni, dispiegamenti e sabotaggi vengono letti da ciascuna parte come minacce offensive anche quando concepiti in chiave difensiva. Anche l’illusione della guerra breve torna a manifestarsi, la convinzione che la superiorità tecnologica o morale possa garantire una rapida risoluzione dello scontro, la stessa illusione che nel 1914 condusse a quattro anni di logoramento nelle trincee anziché alla vittoria annunciata per Natale. Resta, a differenza di allora, l’arsenale nucleare, che agisce da freno razionale sebbene il margine di errore si assottigli con l’intensificarsi del confronto ibrido.
Le relazioni internazionali offrono più chiavi per comprendere perché gli Stati arrivino alla guerra, e nessuna di esse esaurisce da sola il fenomeno attuale. Il realismo strutturale di Kenneth Waltz individua nel dilemma della sicurezza la spirale che l’anarchia internazionale alimenta inevitabilmente; la teoria della scelta razionale di James Fearon vede nell’asimmetria informativa e nell’incapacità di impegni credibili la causa profonda dei conflitti; le letture di matrice marxista, da Hobson a Lenin, riconoscono nell’espansione la ricerca di mercati e materie prime, componente non estranea alle attuali dispute energetiche; la diversionary war theory di Jack Levy mostra come il conflitto esterno possa servire a ricompattare il consenso interno; il costruttivismo di Alexander Wendt ricorda la componente identitaria e valoriale della guerra; il realismo classico, da Tucidide a Morgenthau, ne colloca la radice nella natura umana stessa. Solo la sovrapposizione di questi livelli, sistemico, statuale e individuale, restituisce un quadro credibile della crisi russo -europea.
Su questa base si costruiscono le argomentazioni a favore di una piena mobilitazione europea: la credibilità dell’articolo 5 del Trattato Atlantico, la cui esitazione dissolverebbe la deterrenza collettiva; la logica costi-benefici che dovrebbe rendere sistematicamente sfavorevole al Cremlino qualsiasi opzione militare; la percezione, di matrice costruttivista, che la ridefinizione dei confini con la forza equivalga a un ritorno al puro dominio del più forte; l’interesse economico di lungo periodo a non lasciare che una Russia egemone sull’Europa orientale controlli risorse energetiche e agricole critiche; e la memoria storica dell’appeasement degli anni Trenta, che spinge le cancellerie a leggere ogni cedimento non come prudenza ma come incentivo a ulteriori rivendicazioni.
La teoria della transizione di potere, elaborata da Organski e sviluppata da Robert Gilpin, aiuta a collocare i due attori: la Russia, percependo l’ordine post -1991 come imposizione unilaterale che ne ha ridimensionato lo status, si comporta da potenza revisionista, mentre l’Europa, priva di interesse a modificare un assetto che le ha garantito settant’anni di pace relativa, resta custode dello status quo (che però non è più quello dei decenni precedenti). La finestra di opportunità teorizzata da Gilpin, e la trappola di Tucidide resa celebre da Graham Allison, spiegano perché le potenze in transizione, reali o percepite, tendano ad agire prima che l’avversario si consolidi; a ciò si somma la componente identitaria per cui l’umiliazione storica alimenta narrazioni di riscatto nazionale capaci di trasformare l’aggressione in atto percepito come legittimo.
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A precedere, accompagnare e talvolta sostituire l’azione cinetica vi è oggi un dominio operativo autonomo, la guerra cognitiva, intesa come l’insieme delle operazioni volte a orientare percezioni, emozioni e decisioni delle popolazioni e delle leadership avversarie. Sul fronte russo essa si manifesta nella disinformazione sistematica, nell’amplificazione delle divisioni interne alle società occidentali e nell’uso della minaccia nucleare come strumento di paralisi psicologica; sul fronte occidentale nell’amplificazione mediatica della minaccia per legittimare il riarmo e i sacrifici fiscali richiesti ai cittadini. Il terreno è sostanzialmente simmetrico, ed è questa simmetria a rendere la percezione pubblica del rischio bellico uno strumento di politica non meno rilevante degli arsenali convenzionali.
Ma Mosca minaccia Kyiv, non Roma
È proprio su questo terreno che l’editoriale di Tocci mostra i propri limiti. L’autrice documenta con precisione l’aumento dei bilanci della Difesa sancito al vertice NATO di Ankara, cresciuto proporzionalmente di più nell’Europa settentrionale e orientale ; richiama il sondaggio Gallup del 2024 secondo cui un terzo dei cittadini europei non combatterebbe in caso di aggressione, con l’Italia ultima in classifica al 78 per cento; ricostruisce l’ipotesi, poi accantonata, di una forza di rassicurazione europea in Ucraina, proposta non per utilità militare ma per valore psicologico; e riporta la testimonianza di un ex funzionario ucraino secondo cui la resilienza di Kyiv discende dalla condizione stessa di essere in guerra, non da un coraggio superiore.
Da qui la conclusione, paradossale ma coerente con la letteratura sulla deterrenza, che minore sarà la probabilità di dover combattere quanto maggiore sarà la preparazione a farlo. Eppure l’editoriale non spiega mai perché un attacco russo diretto all’Europa risulterebbe coerente con una logica strategica evidente: Mosca è aggressiva verso Kyiv, non verso Lisbona o Roma, e la differenza non è marginale. La riluttanza degli europei a combattere, in particolare degli italiani, non discende da vigliaccheria ma da una lucida sfiducia verso classi dirigenti che propongono il riarmo senza un disegno strategico verificabile, in un momento in cui il comparto industriale europeo trova nella spesa militare una via di sopravvivenza economica più che una risposta a una minaccia puntualmente dimostrata. Bollare come filo -russi o vigliacchi i cittadini scettici elude il problema reale. Ma il passaggio più problematico resta la proposta di inviare truppe europee in Ucraina non per utilità militare bensì per abituare psicologicamente i cittadini all’idea della guerra: un’ammissione che trasforma la vita dei soldati in strumento pedagogico di massa.
Accolte acriticamente, tali premesse normalizzano un’escalation percettiva che precede, e in parte sostituisce, la valutazione oggettiva della minaccia, dirottando bilanci della Difesa secondo criteri di panico piuttosto che di pianificazione razionale e indebolendo, anziché rafforzare, la deterrenza estesa. Vale qui il richiamo del generale Stanley McChrystal, che in una recente intervista ha indicato tre rischi per qualsiasi forza armata: la politicizzazione dei vertici su base ideologica anziché meritocratica, l’erosione della cultura del dovere proprio nelle grandi crisi, e la distanza tra un esercito di soli volontari e la società che dovrebbe rappresentare. Impiegare le forze armate senza un consenso spontaneo, a fini pedagogici anziché strategici, rischia di accelerare esattamente la rottura di fiducia tra mondo militare e cittadini che si vorrebbe scongiurare. La preparazione necessaria a una difesa credibile, in altre parole, non può fondarsi sulla costruzione artificiale della paura, ma su un disegno strategico che i cittadini possano riconoscere come proprio. Distinguere tra preparazione necessaria e mobilitazione psicologica fine a se stessa non è un esercizio accademico: è la condizione stessa perché la deterrenza resti credibile, perché il consenso popolare al riarmo si fondi su ragioni verificabili anziché su un clima di panico indotto, e perché il legame tra forze armate e società civile, già messo alla prova ovunque in Occidente, non venga ulteriormente eroso proprio nel momento in cui servirebbe più solido.
ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia.
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Fulvio Scaglione
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