Quand’è che, di preciso, abbiamo smesso di contare i morti di Gaza? Da quando è entrato in vigore il cosiddetto “cessate il fuoco”. Lungi dall’essere una tregua vera e propria perché, al netto dei continui aggiornamenti sul fantomatico Board of Peace di Trump, nella Striscia si continua a uccidere. Meno di prima, eppure in modo sistematico.
Esaustivo, a tal proposito, il titolo di un articolo di Haaretz: “Un bambino al giorno: l’aviazione israeliana continua a uccidere regolarmente i bambini di Gaza”. Non è una formula a effetto: è un tragico conteggio reale. Al 23 luglio scorso, i bambini uccisi dall’ottobre 2025 erano 282. È la posologia del genocidio lento, sparito dai riflettori mediatici, ma non dalla vita dei palestinesi.

Al momento in cui scriviamo i bambini uccisi durante il cessate il fuoco, interpretato da Israele in modalità lasca , sono già aumentati. Nella sola giornata del 30 luglio, infatti, Israele ha bombardato alcune tende della Striscia, uccidendo quattro persone: due erano bambini, di otto anni e appena diciotto mesi. La tragica conta descritta da Haaretz non solo è proseguita, ma quel giorno è addirittura raddoppiata.
Luglio è stato il mese più mortale dalla “tregua”
Sui media italiani non v’è traccia di un ulteriore dato che restituisce la reale situazione di Gaza. Altrove, invece, sì. Haaretz scrive che “luglio è stato il mese più mortale dall’inizio della tregua, con almeno 152 morti”. Tra questi, 21 bambini, 14 donne e quattro anziani.
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E, proprio mentre si rincorrevano le notizie su una possibile intesa nel quadro del cosiddetto Board of Peace — il nodo centrale resta il disarmo di Hamas — Gaza viveva un’altra domenica di sangue. Il 2 agosto l’esercito israeliano ha ucciso 17 palestinesi in un solo giorno, tra cui diversi bambini.
Impossibile non collegare tale recrudescenza alle trattative in corso, che proprio in questi giorni hanno registrato una svolta, con Hamas che ha dichiarato di essere pronta a disarmarsi, cosa che avverrebbe una volta insediato il governo tecnocratico palestinese espressione del Board of Peace, il cui insediamento dovrebbe portare al ritiro israeliano dalla Striscia.
Tel Aviv, dopo aver a lungo ostacolato l’ingresso del governo in questione, lo ha infine formalmente accettato su pressione americana, da cui l’accelerazione. Ma i morti di questi ultimi giorni e le dichiarazioni di politici e funzionari israeliani avversi all’accordo, oltre a quelle più esplicite del ministro delle Finanze Bezalel Smotric, che ha ripetuto il mantra della inevitabilità del reinsediamento israeliano a Gaza, fanno capire quanto siano fragili tali sviluppi.
A essere colpiti in questi giorni di sangue non sono stati soltanto i civili, ma anche le poche e preziose strutture sanitarie ancora in piedi. Sabato 1° agosto Israele ha bombardato i magazzini dell’ospedale Al Aqsa, a Deir el Balah, nel centro della Striscia. Custodivano materiali essenziali, compresi quelli necessari ai pazienti affetti da insufficienza renale sottoposti a dialisi. L’esercito israeliano ha giustificato anche quest’ultimo attacco con la consueta litania: i siti colpiti sarebbero stati utilizzati da Hamas come depositi di armi. Niente di nuovo sul fronte di Gaza.
I morti sotto le macerie
I morti ufficiali di Gaza sono 73.349, almeno al momento in cui scriviamo. Un dato che, a gennaio scorso, è stato riconosciuto anche dall’esercito israeliano dopo due anni nei quali aveva contestato sistematicamente l’entità dell’eccidio. Già questa ammissione basterebbe a far comprendere che si tratta di una cifra inevitabilmente al ribasso. Un’ammissione tardiva che molti hanno fatto discendere dal timore che emergessero numeri più grandi.
Quel numero, infatti, tiene conto soltanto delle vittime identificate e uccise in modo diretto: persone morte nei bombardamenti, colpite dai cecchini o decedute in seguito alle ferite riportate. Non comprende, infatti, quanti giacciono ancora sotto le immense distese di macerie della Striscia. Nella sola giornata di sabato primo agosto, le autorità di Gaza hanno recuperato i resti di 112 persone. Dopo oltre 136 ore di scavi condotti in gran parte a mani nude — Israele continua infatti a impedire l’ingresso di bulldozer destinati alla rimozione delle macerie, necessaria per recuperare i cadaveri — sono stati disseppelliti i corpi di persone uccise più di due anni fa. The New Arab scrive: “Tra i miseri resti, quelli di 40 bambini, 38 donne e sette persone affette da disabilità fisiche”.
Proprio lì, nel quartiere di Sabra, a Sud di Gaza City, si ritiene che siano sepolti i resti di altre 156 persone scomparse durante i bombardamenti che hanno raso al suolo diverse abitazioni del quartiere. Per questo la Protezione civile palestinese continua a scavare: per restituire ai sopravvissuti i corpi dei loro cari e permettere loro una sepoltura dignitosa.
Le morti indirette che nessuno conta più
Torniamo però a quel numero: 73.349. Perché non tiene conto di tutte le persone morte non sotto le bombe, ma a causa delle conseguenze della guerra: la fame, il freddo, le epidemie, le malattie ormai incurabili a causa della distruzione del sistema sanitario.
C’è poi un altro elemento, spiegato dal professor Michael Spagat, tra i maggiori esperti mondiali di mortalità nei conflitti. Così su Haaretz: “In molti casi le famiglie hanno semplicemente seppellito i propri cari senza comunicarlo ufficialmente al Ministero della Salute. Alcune famiglie non vogliono farlo, altre non sono in grado di farlo. Forse i genitori muoiono e rimane soltanto un bambino di otto anni. Come potrebbe segnalarlo?”
Che il conteggio ufficiale fosse una sottostima era stato evidenziato da tempo. The Lancet scriveva già nel luglio 2024, ribadendolo nel gennaio 2025, che i dati del Ministero della Salute di Gaza erano probabilmente sottostimati di circa il 40 per cento. Lo studio scosse il mondo, seppur per breve tempo. A riprova del fatto che in tutte le guerre sembrano esistere cifre “accettabili” e altre no.
Già nell’ottobre 2024, in una lettera firmata da 99 medici statunitensi e inviata all’allora presidente Joe Biden si stimava che le vittime fossero oltre 119mila. Un anno dopo, Haaretz avrebbe pubblicato lo studio di Michael Spagat, secondo cui era plausibile che il numero reale delle vittime avesse già superato le centomila. Da allora si è però smesso di interrogarsi sul reale death toll di Gaza. Nessuno sembra chiedersi più che fine abbiano fatto le migliaia di vittime che non compaiono nei conteggi ufficiali. Come se smettere di contarle bastasse a farle sparire.
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Claudia Carpinella
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