La lezione della sconfitta russa nel Mar Nero


Il Mar Nero si è imposto come l’epicentro di uno scontro sistemico in cui le tensioni storico-geografiche si intrecciano con la rapidissima metamorfosi dell’arte navale contemporanea. Bacino periferico nel trentennio successivo al crollo sovietico, la regione è tornata a essere lo snodo in cui si ridisegnano non soltanto gli equilibri di sicurezza regionali, ma gli stessi paradigmi teorici e operativi del potere marittimo globale, imponendosi come osservatorio privilegiato per comprendere il futuro della guerra sul mare.

La configurazione fisica del Mar Nero ne determina da sempre il valore strategico. Con una superficie di circa 436.000 Km2 (1,44 volte l’Italia), il bacino semi-chiuso comunica con il Mediterraneo attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, regolati dalla Convenzione di Montreux, e con il Mar d’Azov tramite lo stretto di Kerč. Sei Stati vi si affacciano: Ucraina, Russia, Georgia, Turchia, Bulgaria e Romania. La penisola di Crimea ne costituisce il fulcro baricentrico, e all’estremità meridionale il porto naturale di Sebastopoli rappresenta una fortezza navale dalle caratteristiche pressoché ineguagliabili. L’insenatura riparata dai venti e i fondali profondi consentono di ospitare unità di grande pescaggio e garantiscono una proiezione immediata verso il Mediterraneo orientale. Per Mosca, come emerge da diverse ricostruzioni di molti colleghi che si occupano di geopolitica marittima, la base di Sebastopoli costituisce un imperativo geopolitico ancor prima che un’infrastruttura logistica, rappresenta l’ancoraggio indispensabile della presenza russa sui mari caldi.

La polarizzazione del bacino riflette la frattura aperta dal conflitto russo-ucraino. Romania e Bulgaria, membri della NATO, rafforzano il fianco orientale dell’Alleanza attraverso il potenziamento delle difese integrate; la Turchia, pur legata all’Alleanza Atlantica, conserva una postura ambigua, bilanciando l’applicazione restrittiva della Convenzione di Montreux con un ruolo di mediazione autonoma tra Mosca e Kiev, come sottolineano le analisi del Centro Studi Machiavelli dedicate alla costruzione di corridoi marittimi atlantici tra Baltico e Mar Nero. La Federazione Russa considera il bacino un santuario strategico inalienabile e uno scudo contro l’espansione occidentale; l’Ucraina, privata di ampi tratti costieri, combatte per preservare l’accesso al mare e la propria sovranità economica; la Georgia, infine, vive in una condizione di vulnerabilità permanente, aggravata dalla presenza militare russa nelle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud e da fragilità politiche interne.

Oltre alla dimensione militare, il Mar Nero costituisce lo snodo di una vasta rete di interconnessione transcontinentale. Il bacino apre la via all’Asia centrale attraverso il sistema di canali russi che collega il Mar d’Azov al Mar Caspio, integrando così il Mediterraneo con il cuore eurasiatico. La regione è attraversata da infrastrutture energetiche di rilievo sistemico, dal gasdotto TurkStream agli oleodotti che veicolano il greggio caucasico, e da una fitta rete di cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Le fertili pianure che la circondano costituiscono inoltre uno dei principali granai del pianeta: il controllo delle rotte commerciali condiziona pertanto, come rilevato dal Corriere della Sera nella cronaca del blocco russo alle esportazioni cerealicole ucraine e della successiva riapertura forzata dei corridoi, la sicurezza alimentare globale e i prezzi delle materie prime agricole sui mercati internazionali.

All’apertura delle ostilità, nel febbraio 2022, il rapporto di forze navali appariva radicalmente squilibrato. La Flotta russa del Mar Nero disponeva di incrociatori lanciamissili, fregate moderne, corvette e sommergibili della classe Kilo capaci di colpire con missili da crociera a lungo raggio, oltre a una consistente componente anfibia. La Marina ucraina, al contrario, aveva perduto gran parte del proprio naviglio nell’annessione della Crimea del 2014, ed era stata costretta ad autoaffondare la propria unità ammiraglia, la fregata Hetman Sahaidačnyj, per sottrarla alla cattura, come documentato dal Wilson Center. Da allora l’equilibrio si è progressivamente capovolto: secondo una stima di Business Insider ripresa dal Center for Maritime Strategy, quasi la metà della componente navale russa nel Mar Nero risulta oggi danneggiata o distrutta, un risultato ottenuto da un Paese privo, all’origine, di una marina convenzionale.

Il teatro del Mar Nero si è così trasformato nel laboratorio primario di una profonda rivoluzione dottrinale nella guerra navale. L’evento inaugurale resta l’affondamento, nell’aprile 2022, dell’incrociatore Moskva, ammiraglia della flotta russa, colpito da missili antinave lanciati da terra. A questa perdita è seguita una campagna sistematica di logoramento condotta attraverso droni marittimi di superficie, tra cui le unità denominate Sea Baby e Magura V5, capaci, secondo la ricostruzione di David Kirichenko per il Center for International Maritime Security, di operare a distanze superiori ai mille chilometri dal luogo di controllo/partenza e di trasportare carichi esplosivi crescenti. 

Tra il gennaio e il maggio 2025 questi vettori hanno raggiunto un salto qualitativo ulteriore, abbattendo elicotteri Mi-8 e, una volta armati con missili Sidewinder, due caccia Su-30, un risultato che l’analista navale H. I. Sutton, citato nello stesso articolo, ha definito: “… una riscrittura delle regole della guerra sul mare”. L’ex comandante in capo ucraino Valerij Zalužnyj ha più volte osservato, in dichiarazioni riprese da Kirichenko, che la natura stessa della guerra contemporanea si è ormai allontanata dai modelli su cui la NATO continua a fare affidamento.

La Marina russa ha reagito costruendo attorno a Sebastopoli un sistema di difesa multilivello, con zone di rilevamento a lungo, medio e corto raggio, come ammesso dallo stesso comandante della Marina ucraina Oleksij Neižpapa; una risposta che, tuttavia, non ha impedito il ripiegamento delle unità maggiori russe verso i porti più remoti di Novorossijsk e Feodosia. Parallelamente, Kiev ha colpito ripetutamente il Ponte di Kerč, le raffinerie, i depositi di carburante e le infrastrutture portuali russe, mentre, secondo la testimonianza raccolta da Mark Temnycky per il Center for Maritime Strategy, l’impiego di mine navali trasportate dagli stessi droni ha condotto all’affondamento di ulteriori unità, tra cui una nave da sbarco di classe Ropucha e la motovedetta Sergej Kotov.

Questa combinazione di sistemi economici, leggeri e rapidamente replicabili ha permesso a un Paese privo di flotta convenzionale di praticare ciò che la letteratura strategica definisce sea denial asimmetrico: non il controllo del mare, ma la negazione del suo uso sicuro all’avversario. Rudraksh Pathak, in un’analisi pubblicata da CIMSEC, ha ricondotto questo fenomeno a una rilettura contemporanea della teorica ottocentesca della Jeune École, sostenendo che la minaccia più seria per le unità maggiori non sia più la marina avversaria in quanto tale, bensì la massa di sistemi autonomi a basso costo capace di esaurire le difese di bordo. Pathak descrive questo squilibrio come una autentica trappola dell’intercettore: ogni unità di superficie è costretta a impiegare missili da difesa aerea dal valore di milioni di dollari contro bersagli che ne costano poche decine di migliaia, un’asimmetria di costo che, secondo l’autore, nessuna marina tradizionale può sostenere indefinitamente. 

Analoga lettura offre il ricercatore Dmitry Gorenburg, del Center for Naval Analyses, citato da Kirichenko, secondo cui l’asimmetria tra il costo dei droni e quello delle navi renderà in prospettiva sempre più fragile il vantaggio storicamente detenuto dalle grandi marine. Le medesime lezioni stanno già orientando i programmi di riarmo internazionale: Taiwan ha varato il drone di superficie Endeavour Manta, esplicitamente ispirato all’esperienza ucraina e destinato alla difesa dello stretto di Formosa; la NATO ha avviato nel Baltico la Task Force X per la sorveglianza subacquea; il Dipartimento della Difesa statunitense persegue, con l’iniziativa Replicator, la produzione massiva di sistemi autonomi a basso costo, secondo quanto ricostruito dallo stesso Pathak.

L’esperienza bellica del Mar Nero ha dunque inaugurato, a tutti gli effetti, l’era del sea denial asimmetrico, dimostrando come sistemi autonomi economici, leggeri e impiegati in massa possano neutralizzare le capital ships tradizionali e compromettere la libertà d’azione di una grande marina convenzionale. Le lezioni maturate in questo bacino stanno imponendo agli stati maggiori delle principali marine mondiali una revisione radicale delle dottrine operative, dei criteri di progettazione delle unità di superficie e degli schemi di difesa di punto. Il Mar Nero si conferma pertanto non soltanto uno snodo geografico cruciale per la stabilità euroasiatica, ma il campo sperimentale in cui si va delineando l’architettura della guerra marittima del ventunesimo secolo, con implicazioni che travalicano ampiamente i confini regionali per investire la postura strategica nei teatri operativi dell’Indo-Pacifico e dell’Artico-Boreale.




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Fulvio Scaglione

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