Prima di diventare il volto della resistenza ucraina agli occhi di molti media occidentali, Andriy Biletsky, fondatore del Battaglione Azov, era meglio conosciuto negli ambienti dell’estrema destra con un soprannome impegnativo: il “Fuhrer bianco” (Bilyi Führer). Dopo tre anni in cui sui quotidiani occidentali il suo nome è stato affiancato a descrizioni sobrie – un “combattente neutrale”, un comandante carismatico della nuova generazione o persino un “tecnocrate militare” – qualche giorno fa ha trovato un’intervistatrice che a malapena riusciva a contenere il suo entusiasmo. Si tratta di Laura Loomer, influencer trumpiana, la cui chiacchierata lunga un’ora e mezza, a Kyiv, con il comandante azoviano presenta diversi motivi di interesse. Per lo meno se vogliamo capire cosa si muove nel mondo della destra Maga, ma anche all’interno della destra istituzionale in Ucraina.
Fino a poco tempo fa Loomer parlava del presidente ucraino Zelensky come un “giustificatore della jihad” e accusava l’Ucraina di dare spazio agli estremisti. Durante il suo recente viaggio nel Paese, però, ha fatto una giravolta notevole e dopo aver intervistato Zelensky ha rivisto le sue critiche agli aiuti militari statunitensi, immettendo nella sua rivalutazione dell’Ucraina il fatto che si tratterebbe di una nazione antropologicamente pura e conservatrice.
Dagli ultras ad Azov
Se Loomer è una figura culturalmente ridicola nel mondo Maga, e dall’impatto non così grande come spesso si dice nella galassia destrorsa, Biletsky è invece una figura chiave della scena ultranazionalista e militare di Kyiv. La sua storia politica ha radici nella città di Kharkiv, nell’Est dell’Ucraina. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni 2000, le sue prime azioni sul campo non riguardavano la resistenza contro la Russia, ma violenti scontri di strada contro le comunità di migranti vietnamiti e aggressioni a gruppi ultranazionalisti rivali. Una traiettoria che passa dal mondo degli ultras del calcio, per portarlo a diventare la punta di diamante della scena nazionalista radicale e suprematista caucasica del suo Paese.
Fino all’ambito militare e paramilitare. Anche lì, un’ascesa repentina: quando nel 2005 i principali partiti nazionalisti dell’Ovest, come il Partito Social-Nazionale di Andriy Parubiy, iniziarono ad avvicinarsi alle forze liberali e filo-occidentali, Biletsky se ne distaccò violentemente, accusandoli di essersi venduti l’anima. Nel 2014 è il responsabile della nascita della cosiddetta Famiglia Azov, un vasto ed efficiente ecosistema che comprende movimenti civili, formazioni paramilitari giovanili (come Centuria) e brigate di prima linea. Meno di dieci anni più tardi, questo gruppo paramilitare d’élite sarà assorbito dall’esercito ucraino insieme ad altre formazioni minori ma simili, e prenderà il nome di Terza Brigata d’Assalto, portandosi dietro anche un bel po’ dell’iconografia nazistoide dei un tempo. Gli alleati europei vedono e non vedono, la stampa pure.
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Nel settembre del 2025 Biletstky è promosso al grado di brigadiere generale dell’esercito ucraino: un traguardo notevole per un uomo che non ha mai ricevuto una formazione militare formale. Così ottiene un potere enorme, sul campo e sui social, senza passare dal voto. Oggi Biletsky viene indicato dagli osservatori della politica come uno dei personaggi con l’aspirazione di governare l’Ucraina, nell’eventuale post-Zelensky: col pugno di ferro, immaginiamo, in un mondo di reduci induriti. Nei sondaggi, però, non ha mai fatto il botto.
La visione politica di Biletsky
Eppure è indubbiamente un comunicatore sofisticato, considerato il contesto. Si prenda la parte dell’intervista con Loomer, verso il minuto diciotto, in cui lei, dopo avergli portato solidarietà per le accuse “ingiuste” di nazismo – purtroppo succede anche a Trump, dice, nonostante sia l’alleato numero uno di Israele – tenta di provocarlo più volte con l’argomento dell’immigrazione: ciò che le piace dell’Ucraina è che non ci sono letteralmente musulmani in giro, a differenza degli Stati Uniti. La propagandista di Trump dice a Biletsky: vedi, da noi, negli Stati Uniti, il Primo emendamento, quello sulla libertà d’espressione, finisce col proteggere i nostri nemici interni, come gli islamisti, mentre i Dem stanno eleggendo sindaci musulmani e marxisti che ci porteranno alla sottomissione. In Ucraina, nota con ammirazione, ci sono leggi contro l’antisemitismo più dure che in America e di nazisti non se ne vedono (fact-checking: sì, è vero che in Ucraina hanno un presidente ebreo il movimento pro-Palestina è inesistente, ma nei villaggi ucraini, nelle festività pasquali, compare la figura del “moskho”, l’ebreo infido, barbuto e vecchio che viene preso simbolicamente a legnate: tradizione che esportata in Canada e Stati Uniti dalla diaspora ha provocato dello scandalo).
A differenza del classico nazionalismo dell’Ucraina occidentale, storicamente legato alla difesa della lingua ucraina e alla tradizione cattolica o ortodossa, Biletsky s’è costruito una visione politica basata per lo più sul classico razzismo biologico: la lingua parlata non conta quanto il colore della pelle. Nelle sue prime manifestazioni ideologiche non a caso rifiutava apertamente l’Occidente liberal-democratico e in via di mescolamento: si opponeva alla Nato per i bombardamenti sulla Serbia negli anni Novanta, criticava l’Unione Europea per le politiche d’accoglienza ed esaltava il paganesimo rispetto alla religione tradizionale.
Non a caso nell’intervista con Loomer si svincola dalle provocazioni con un ragionamento che suona più o meno così: in Ucraina non esiste violenza nazista perché, in effetti, l’immigrazione è molto bassa. E lascia intendere che anche la scarsa xenofobia – più che lo scarso antisemitismo – sarebbe dovuta proprio a questo fattore.
Insomma, Biletsky si dice d’accordo con l’ospite, ma non si lascia prendere la mano. E non si lascia trascinare neppure un attimo nelle guerre culturali di tipo statunitense. Non segue Loomer nel dare addosso ai Democratici o al woke. Forse il tema non gli interessa; forse immagina che non lo aiuterebbe con un possibile successore di Trump spostato più a sinistra; di sicuro non lo trova importante in quella conversazione.
L’Ucraina come simbolo della “purezza etnica”
Molti influencer trumpiani diventano anti-israeliani perché antisemiti. Altri diventano filoucraini perché islamofobi. Questo argomento di Loomer è diffuso anche in ambienti del neofascismo italiano che ho intervistato: l’Ucraina sarebbe l’Europa di un tempo, omogenea e intonsa rispetto alle orde islamiche, mentre la Russia sarebbe il meticciato che avanza, l’Eurasia minacciosa, come mi spiegava un teorico di Casapound. Peccato che questo ragionamento non tenga conto del nuovo capo dell’agenzia che si occupa di attività di intelligence all’estero, appena nominato da Zelensky, Rustem Umerov: un musulmano tataro che parla arabo e turco.
Loomer vuole “vendere” la causa ucraina a un certo pubblico antimusulmano e razzista, con un ragionamento speculare a quello della destra che vede la Russia come esempio di purezza etnica, senza conoscerne affatto le innumerevoli minoranze (ereditate dall’Urss). Diversi commentatori hanno sostenuto che il suo appoggio fosse il segnale di una svolta di Trump verso posizioni più favorevoli a Kyiv. I fatti sembrano dire il contrario: dopo l’intervento di Loomer, Trump ha ridimensionato la promessa di consentire all’Ucraina di produrre sistemi Patriot, respinto una richiesta ucraina di 300 missili Pac-3 e rallentato l’erogazione di 400 milioni di dollari di aiuti militari già approvati dal Congresso.
Oggi, dietro la pagliacciata di Loomer, resta l’influenza – pressoché assoluta – di Biletsky sulla galassia dell’estrema destra ucraina, mentre l’atteggiamento statunitense resta ambiguo e inaffidabile.
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Paolo Mossetti
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