Comuni siciliani, la crisi dei bilanci pesa sul sistema nazionale: il divario che non si riesce a colmare. Focus a cura di Luciano Catania.
Sicilia, Calabria e Campania al centro della mappa italiana delle crisi finanziarie.
La crisi finanziaria dei Comuni italiani ha una geografia molto precisa e la Sicilia occupa una posizione centrale nel fenomeno.
La Relazione al Parlamento della Sezione delle autonomie della Corte dei conti, aggiornata al 31 dicembre 2024 e al primo semestre del 2025 (Adunanza del 24 settembre 2026) descrive, infatti, una concentrazione straordinariamente elevata delle procedure di dissesto e riequilibrio nel Mezzogiorno.
Delle 1.383 procedure complessivamente attivate in Italia, ben 880, pari al 63,6%, ricadono in Sicilia, Calabria e Campania.
La Calabria presenta il dato storico più elevato, con 335 procedure, seguita dalla Campania con 292 e dalla Sicilia con 253; valori significativi si registrano anche in Puglia, con 87 procedure, e nel Lazio, dove alla fine del 2024 risultavano ancora attive 48 situazioni di crisi.
La specificità siciliana emerge tuttavia con particolare forza se si rapportano i numeri alla dimensione regionale: le 253 procedure censite nell’Isola comprendono 131 dissesti e 122 riequilibri e hanno riguardato 159 Comuni, cioè il 40,7% delle amministrazioni comunali siciliane e il 62,7% della popolazione regionale.
Nel solo 2024 la Sicilia ha, inoltre, registrato 18 nuove procedure su 60 avviate in tutta Italia, 15 delle quali dissesti: un dato che conferma quanto la crisi abbia assunto nell’Isola un carattere non episodico ma strutturale.
Il riequilibrio che troppo spesso conduce al dissesto
Uno degli aspetti più problematici messi in luce dalla Corte riguarda l’efficacia dello strumento del riequilibrio finanziario pluriennale.
In Sicilia, più che altrove, il percorso pensato per evitare il dissesto finisce frequentemente per precederlo.
Delle 122 procedure di riequilibrio attivate fino alla fine del 2024, 36 risultavano ancora aperte; tra quelle definite, solo una quota minima aveva raggiunto positivamente la conclusione.
La Relazione mostra una sequenza ricorrente: il Comune prende atto dello squilibrio, tenta di costruire un piano pluriennale, ma durante l’istruttoria oppure dopo l’approvazione non riesce a sostenere gli obiettivi di risanamento.
È emblematico il caso di Pozzallo: un primo riequilibrio risale al 2014 e fu respinto dalla magistratura contabile; una nuova procedura fu avviata nel 2017, il piano venne successivamente rimodulato e approvato nel 2020, ma nel 2024 la Sezione regionale rilevò il mancato conseguimento degli obiettivi intermedi, fino alla dichiarazione di dissesto.
Anche Randazzo, dopo avere attivato il riequilibrio nel 2016, è arrivato al dissesto nel 2019, nonostante il piano fosse stato approvato.
Sono vicende che pongono una questione di fondo: non è sufficiente diluire il disavanzo nel tempo se non cambiano contemporaneamente capacità di riscossione, organizzazione degli uffici, gestione della spesa e qualità della programmazione.
Da Roccalumera a Petrosino, quando il tentativo di risanamento dura pochi mesi
La fragilità attraversa Comuni molto diversi per dimensione, collocazione geografica e condizioni economiche.
Roccalumera, nel Messinese, ha avviato il riequilibrio nel 2023 ed è passata al dissesto già nel 2024. Analogo il percorso di Pedara, nel Catanese: riequilibrio e dissesto si concentrano entrambi nel 2022. A Petrosino, nel Trapanese, il tentativo avviato nel 2022 è terminato l’anno successivo con il dissesto. Piazza Armerina aveva scelto il riequilibrio nel 2019, per poi dichiarare il dissesto nel 2020; Partinico ha registrato entrambe le procedure già nel 2018.
Dietro successioni così ravvicinate si coglie uno dei problemi evidenziati dalla Corte: in alcuni casi il riequilibrio viene attivato quando la compromissione degli equilibri è già troppo avanzata perché il piano possa realisticamente invertire la tendenza.
Il dissesto non nasce quasi mai da una singola decisione, ma dall’accumulo di criticità: debiti fuori bilancio, contenziosi, residui attivi di dubbia esigibilità, difficoltà nell’incasso delle entrate proprie, cronica anticipazione di tesoreria e ritardi nella costruzione dei documenti contabili.
Quando questi fattori vengono riconosciuti tardivamente, lo spazio per una vera politica di risanamento si riduce drasticamente e la procedura rischia di diventare soltanto il passaggio formale che precede l’insolvenza.
Crisi che ritornano: il risanamento non coincide con la chiusura della procedura
La Corte invita, inoltre, a non considerare la chiusura formale di un dissesto come garanzia di una ritrovata solidità finanziaria.
Una parte significativa dei Comuni siciliani torna a manifestare squilibri a distanza di pochi anni. Ramacca ne offre un esempio significativo: dopo un precedente dissesto, concluso nel 2015, nel 2024 ha nuovamente fatto ricorso al riequilibrio.
Caltagirone aveva conosciuto un dissesto nel 2013, chiuso nel febbraio 2019; nel 2022 ha tentato la strada del riequilibrio, terminata nello stesso anno con una nuova dichiarazione di dissesto. Anche Chiaramonte Gulfi, dopo un precedente risalente al 1989, ha attivato nel 2023 un riequilibrio poi sfociato nuovamente nel dissesto. A Mussomeli, invece, una prima procedura di riequilibrio del 2015 era culminata nel dissesto dell’anno successivo, chiuso nel 2021; nel 2024 il Comune ha avviato un nuovo riequilibrio, successivamente ritirato in autotutela.
Sono vicende diverse ma accomunate da un elemento: la crisi può sopravvivere alla procedura che dovrebbe curarla.
Il risanamento effettivo richiede infatti continuità nelle politiche di bilancio e negli apparati amministrativi, capacità di aggiornare correttamente le scritture, recuperare le entrate, governare il contenzioso e impedire la formazione di nuova massa debitoria.
La relazione della Corte, da questo punto di vista, suggerisce che il problema siciliano non sia soltanto la quantità dei dissesti, ma la loro riproducibilità nel tempo.
La vera emergenza è anche amministrativa: agli Enti locali serve un’assistenza qualificata
I numeri finanziari non possono essere separati dalle condizioni organizzative nelle quali molti Comuni siciliani sono chiamati a governare bilanci sempre più complessi.
Soprattutto nei centri più piccoli, non è raro che funzioni decisive siano rette attraverso segretari comunali condivisi fra più amministrazioni, responsabili dei servizi finanziari o ragionieri generali a scavalco, personale ridotto e uffici nei quali il ricambio generazionale non ha compensato pensionamenti e fuoriuscite.
In queste condizioni predisporre un piano di riequilibrio credibile, ricostruire anni di contabilità, aggiornare i residui, monitorare il contenzioso, rafforzare la riscossione e rispettare una normativa in continua evoluzione può diventare un compito sproporzionato rispetto alle forze disponibili.
È qui che potrebbe assumere maggiore rilievo il ruolo delle Regioni. Il sostegno agli enti in difficoltà non può essere circoscritto a contributi straordinari o anticipazioni: risorse finanziarie aggiuntive sono importanti, ma non ricostruiscono automaticamente la capacità amministrativa. Occorrerebbe un sistema regionale stabile di assistenza, con percorsi formativi specialistici, nuclei di esperti in contabilità degli enti locali, tributi, riscossione e gestione del patrimonio, affiancamento operativo nella redazione e nel monitoraggio dei piani e supporto alla ricostruzione dei documenti contabili. Una sorta di presidio tecnico a disposizione soprattutto dei Comuni di minori dimensioni, ai quali non si può chiedere di fronteggiare da soli crisi pluriennali con strutture ridotte all’essenziale.
Il punto, dunque, non è soltanto trovare denaro per chiudere i disavanzi: è mettere gli enti nelle condizioni di non generarne di nuovi. Solo trasformando l’assistenza finanziaria in assistenza istituzionale, tecnica e professionale, le Regioni possono contribuire a interrompere quella sequenza di squilibri che la Corte dei conti continua a registrare, anno dopo anno, in una parte troppo ampia del Meridione.
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