“La Contea Gentile ci riporta a casa”


Ci sono momenti della vita in cui ci accorgiamo che il tempo ha cambiato ritmo senza avvisarci. Non succede all’improvviso. Non c’è una campana che suona, non c’è un confine netto tra un prima e un dopo. Accade lentamente. Ci si ritrova un giorno a guardare fotografie di qualche anno prima e a chiedersi dove sia finita tutta quella fretta di diventare grandi. Oppure, al contrario, dove sia finita quella capacità che avevamo da bambini di fermarci davanti a un albero, a una strada sterrata, a una nuvola che somigliava a qualcosa, e credere davvero che lì dentro esistesse un mondo. Da piccoli siamo tutti abitanti di una terra immaginaria. Viviamo in luoghi che gli adulti non vedono. Una stanza diventa una nave pirata, un prato si trasforma in un regno, un bastone raccolto per strada diventa una spada. Poi cresciamo e impariamo lentamente un’altra lingua: quella delle scadenze, degli orari, delle responsabilità, delle urgenze quotidiane. E senza accorgercene smettiamo di domandarci se il mondo abbia ancora qualche angolo nascosto da esplorare. Forse la vera tragedia dell’età adulta non è perdere il tempo. È perdere lo stupore. Eppure, ogni tanto, qualcuno decide di disobbedire. Qualcuno sceglie di non accettare il patto silenzioso che sembra governare tutti noi, quello che ci convince che alcune parti di noi debbano essere lasciate indietro per forza. Smettere di giocare. Smettere di immaginare. Smettere di credere. Nicolas Gentile è una di quelle persone. Dopo una diagnosi che cambia radicalmente la percezione del tempo, sceglie di non trasformare la paura in rinuncia. Fa qualcosa di molto più difficile: trasforma quella paura in una direzione. Inizia così a costruire, nella campagna abruzzese, un luogo che sulla carta potrebbe sembrare soltanto il sogno un po’ folle di un appassionato di Tolkien: una Contea reale, un frammento di Terra di Mezzo immerso nella natura. Ma osservandola meglio ci si accorge che quella non è soltanto una storia di Hobbit, di case nella collina o di richiami al mondo immaginato da Tolkien. Perché la Contea Gentile, in fondo, non parla di Tolkien. Parla di appartenenza. Parla di persone che cercano un posto in cui sentirsi accolte senza dover fingere di essere altro. Parla del desiderio, forse universale, di rallentare. Di sedersi accanto a qualcuno senza avere fretta di andare via. Di guardare le stelle senza sentire il bisogno di fotografarle. Di ricordarsi che esiste una differenza enorme tra vivere una vita e attraversarla semplicemente. Ed è proprio qui che nasce La mia anima ha fretta, il documentario d’esordio di Giuseppe Contarino. Un film che solo in apparenza racconta un uomo che costruisce una Contea. In realtà racconta qualcosa di molto più vicino a tutti noi: la paura del tempo che passa, la necessità di scegliere come abitare il presente e quella domanda che, prima o poi, arriva a bussare alla porta di chiunque: “Se sapessi che il tempo non è infinito, continuerei a vivere esattamente così?”. Perché alcune storie non servono a portarci lontano. Servono a riportarci a casa. E a volte casa non è un luogo. È una parte di noi che avevamo dimenticato. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Giuseppe Contarino accompagna il lettore dietro le quinte di La mia anima ha fretta, raccontando non soltanto la nascita del documentario ma anche il percorso umano che lo ha reso possibile. Attraverso il rapporto con Nicolas Gentile e con la comunità della Contea, l’intervista si muove tra cinema, amicizia, sogni, paure e urgenza del tempo. Si parla delle scelte narrative e registiche che hanno definito il film, della decisione di raccontare Nicolas attraverso gli altri anziché attraverso una narrazione tradizionale, del rapporto tra uomo e natura, del valore della musica nel costruire emozioni e del significato più profondo di un titolo che finisce per rappresentare non solo il protagonista, ma ogni persona coinvolta nel progetto. È anche un dialogo sul bisogno di restare fedeli a una parte autentica di sé, sulla fatica di inseguire una vocazione artistica e su quel desiderio, spesso nascosto nell’età adulta, di continuare a guardare il mondo con gli occhi di chi non ha ancora smesso di meravigliarsi.


Come nasce La mia anima ha fretta?

“Amo Il Signore degli Anelli da prima ancora di sapere davvero che cosa fosse. Quando, da ragazzino, iniziai a immaginare il mio futuro e a capire che quello poteva essere il mio sogno, cioè fare cinema, raccontare storie e realizzare film, c’era già qualcosa che mi spingeva in quella direzione. Ricordo ancora il primo numero di Ciak che acquistai. Credo fosse il 2000 o il 2001. Lo stavo sfogliando e vidi le prime immagini in assoluto de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, che all’epoca erano uscite in esclusiva. Ciò che mi colpì è qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare: mi sembrava un universo straordinario. Non avevo idea di chi fosse Tolkien, non sapevo che cosa fosse Il Signore degli Anelli, eppure qualcosa rimase dentro di me. Poi, naturalmente, scoprii i film, me ne appassionai e quella passione è cresciuta sempre di più negli anni. Più di vent’anni dopo stavo facendo l’ennesimo rewatch della trilogia. Oggi accade un fenomeno curioso: l’algoritmo, che pensa di conoscerti meglio di quanto tu conosca te stesso, inizia a mostrarti contenuti di ogni tipo legati a ciò che ami. Tra questi mi apparve l’immagine di un gruppo di ragazzi vestiti come la Compagnia dell’Anello. Era un post in inglese e diceva più o meno: ‘In Italia un gruppo di fan del Signore degli Anelli ha raggiunto il Vesuvio per gettare l’Anello, ricreando il viaggio della Compagnia’. All’inizio mi sembrò semplicemente una bella storia. Pensai: ‘Che bello, un gruppo di appassionati che ha vissuto un’esperienza del genere’. Poi aprii i commenti. E lì trovai davvero di tutto. C’erano persone entusiaste, che elogiavano ciò che avevano fatto, e altre che invece rivolgevano loro gli insulti peggiori: ‘Andate a lavorare’, e molto altro. Tra quei commenti, però, ce n’era uno che mi colpì particolarmente. Era stato scritto da qualcuno che evidentemente conosceva già la Contea e invitava tutti a guardare il progetto di Nicolas Gentile, spiegando che rappresentava molto più di una semplice ricostruzione del viaggio dell’Anello. Da quel momento entrai completamente in quello che si definisce un vero e proprio rabbit hole. Passai l’intera notte a guardare tutto ciò che trovavo sulla Contea e su Nicolas. Verso le undici e mezza di sera gli scrissi un messaggio su Instagram, pensando che non lo avrebbe letto mai. Mi presentai brevemente e gli scrissi che avevo appena scoperto la sua storia e che mi sarebbe piaciuto raccontarla attraverso un documentario”.

Che cos’è La mia anima ha fretta, dunque, per Giuseppe Contarino?

“Per me, questo film è innanzitutto la mia opera prima. Ed è un’opera prima arrivata dopo tanti anni di tentativi, di scrittura, di progetti, di idee che sembravano sempre a un passo dalla realizzazione ma che, per un motivo o per un altro, non arrivavano mai fino in fondo. È arrivata in un momento della mia vita in cui avevo quasi deciso di lasciar perdere. Perché cresci, diventi adulto, hai un figlio, inizi a lavorare per sostenere le spese e le responsabilità quotidiane, e continuare a inseguire un sogno, a un certo punto, rischia di apparire quasi anacronistico. Poi, però, scoprii la storia di Nicolas e mi dissi una cosa. Se lui non si era fermato, se addirittura la scoperta della sua malattia era diventata una spinta per andare avanti con ancora più determinazione, per realizzare un sogno forse ancora più folle del mio, allora non potevo fermarmi. Ricordo di aver letto una frase di Nicolas in una delle tante interviste che gli avevano fatto. Diceva: ‘Non proverò a costruire la Contea. Costruirò la Contea’. Quando mi disse: ‘Sì, facciamolo’, dissi a me stesso le stesse parole: non proverò a realizzare questo documentario, lo realizzerò. E sarà la mia opera prima. Poi, naturalmente, sono successe mille cose. Quando si lavora in maniera completamente indipendente, gli imprevisti sono inevitabili. Ho lavorato su set molto diversi tra loro e ho capito un aspetto fondamentale: che si parta con cinque euro o con cinque milioni, l’imprevisto dietro l’angolo esiste sempre. C’è sempre qualcosa che rischia di far deragliare un progetto. Nel nostro caso ne sono successe davvero di tutti i colori. Eppure, ogni volta andavamo avanti ripetendoci: ‘Questo sarà’. Sarà il nostro biglietto da visita, il nostro manifesto, il modo in cui vogliamo raccontare chi siamo attraverso la storia di Nicolas”.

Nel documentario si racconta la storia di Nicolas, ma Nicolas rimane quasi una presenza sullo sfondo. Scegliete di descriverlo attraverso le persone che lo circondano. In un documentario tradizionale spesso il protagonista racconta direttamente la propria storia. Qui, invece, avete fatto una scelta diversa. Perché?

“Questa è una scelta maturata nel tempo. La prima volta che siamo andati in Contea abbiamo realizzato un primo lungo blocco di riprese, ad aprile dello scorso anno. Siamo rimasti lì una decina di giorni. Prima di partire avevo già fatto lunghe telefonate e diverse call su Zoom con Nicolas e con altri ragazzi della Contea e, quindi, avevo già un’idea piuttosto chiara sia della struttura narrativa sia del modo in cui volevamo costruire il documentario. Era un lavoro che avevamo impostato insieme al cosceneggiatore Guido Fiandra. L’idea iniziale era piuttosto definita: documentare la preparazione dell’evento, raccontare l’evento stesso, narrare la storia di Nicolas, realizzare determinate interviste e immaginare alcuni momenti specifici. Poi, però, siamo arrivati lì e mi sono reso conto di un aspetto fondamentale. Nicolas non era semplicemente Nicolas. Nel senso che ciò che aveva costruito coincideva con tutto quello che esisteva attorno a lui. Il valore delle persone che facevano parte di quel mondo era pari, se non addirittura superiore, al suo. Abbiamo raccolto moltissime interviste, molte delle quali non sono poi entrate nel montaggio, e ognuna custodiva storie altrettanto intense e significative. In quel momento ho capito che il modo migliore per raccontare ciò che aveva creato era dare voce alle persone che ne facevano parte. Perché, alla fine, sono proprio loro a rappresentare la Contea. Quando Nicolas portò lì i primi venti ragazzi non c’era praticamente nulla: c’era soltanto la quercia, come racconta anche una delle ragazze che abbiamo intervistato. Eppure, chiunque arrivasse lì per la prima volta, anche quando ancora non esistevano le casette di legno, aveva davvero la sensazione di essere entrato in quel mondo. Era come una sorta di Isola che non c’è, un luogo sospeso, separato dallo spazio e dal tempo della vita quotidiana. Per questo mi sembrava più giusto raccontare ciò che Nicolas aveva creato attraverso le persone coinvolte nel suo sogno, persone che lui aveva toccato profondamente e che, a loro volta, avevano arricchito ciò che stava prendendo forma. Perché ciascuno di loro ha lasciato un contributo personale. Ed è un po’ quello che accade anche nel cinema. Puoi avere un’idea molto precisa come regista o sceneggiatore, ma ogni artista, ogni creativo, ogni persona che entra a far parte del progetto porta con sé qualcosa di unico, qualcosa che magari non avevi previsto e che finisce per renderlo ancora più autentico, ancora più vero. Credo che sia esattamente ciò che è accaduto con la Contea”.

Avendo avuto uno sguardo privilegiato su questo mondo, quello della Contea, quale pensa sia il nucleo che lo tiene vivo? Qual è la motivazione profonda che sostiene questo universo? Perché, osservato dall’esterno, potrebbe apparire quasi come una realtà elitaria o addirittura settaria.

“Per la percezione che ne ho avuto, è un po’ come ritrovarsi con gli amici del liceo. Quelli con cui ti sentivi libero di ridere di qualsiasi sciocchezza, quelli con cui bastava uno sguardo per capirsi, con cui potevi essere completamente te stesso. Non avevi paura, non avevi remore. Non sentivi il bisogno di trattenerti o di indossare maschere. Questa è stata la sensazione che ho provato. Le persone che ho incontrato, molte delle quali compaiono poi nel documentario, sono persone che lì si sentono finalmente libere di essere davvero se stesse. Di vivere una vita più lenta, più armoniosa. Di godersi il silenzio. Di apprezzare il semplice stare insieme. Di ridere. Di rallentare il ritmo di una quotidianità che, volenti o nolenti, diventa sempre più frenetica, sempre più accelerata. Una vita in cui sembra quasi necessario raccontare tutto, documentare tutto, ventiquattr’ore su ventiquattro, perché se qualcosa non viene condiviso sui social è come se non fosse mai esistito. La Contea, invece, è un luogo in cui tutto questo si interrompe. Ed è paradossale, perché in realtà viene raccontata moltissimo proprio sui social. Per chi la vive, però, rappresenta uno spazio in cui puoi davvero staccare la spina e riconnetterti con una parte molto più autentica e profonda di te stesso. Ci sono ragazzi che svolgono professioni che non immagineresti mai osservandoli lì. Li ho conosciuti sporchi di fango, con la barba lunga, con i capelli spettinati o ormai bianchi, senza trucco. È un luogo in cui dimentichi tutte le sovrastrutture e torni a essere chi eri. Con quella semplicità che da bambini abbiamo quando giochiamo e ci dimentichiamo completamente del mondo esterno. La differenza è che qui quella spontaneità si accompagna a una grande consapevolezza. Perché sono persone perfettamente coscienti di ciò che stanno facendo. E quando organizzano eventi, costruiscono palchi, montano panche o affrontano imprevisti, come l’acquazzone che raccontiamo nel documentario, dimostrano una professionalità straordinaria. Ed è un aspetto ammirevole, soprattutto perché quasi nessuno di loro svolge quel lavoro nella vita. Credo che il motore di tutto sia proprio questo: riuscire a liberarsi di tutti gli strati che accumuliamo nel tempo e tornare al centro di se stessi, alla propria essenza”.

Dal punto di vista della regia, come si evita il rischio che questo film possa apparire quasi come uno spot della Contea? E, allo stesso tempo, come si evita che chi la vive venga percepito come un gruppo di persone un po’ fuori dalla realtà?

“Bella domanda. Perché sì, è una riflessione che mi sono posto anch’io. La difficoltà era proprio questa. Mi viene in mente un documentario che ho visto poco tempo fa su John Candy. Si apre con Bill Murray che dice più o meno: ‘Se lo scopo di questo documentario è farmi dire qualcosa di negativo su John, possiamo anche interrompere qui l’intervista, perché per me è impossibile’.  Non dico che con Nicolas sia stato lo stesso, perché Nicolas è una persona che ha anche molte ombre, e ogni ragazzo presente nel documentario, in qualche modo, le racconta. Però il rischio esiste. A una prima impressione potrebbe sembrare semplicemente un gruppo di persone vestite come personaggi de Il Signore degli Anelli. Ho cercato, però, di concentrarmi maggiormente sull’aspetto umano ed emotivo. Mi affascinava questa figura che, senza preoccuparsi del giudizio degli altri, portava avanti il proprio sogno con un unico pensiero: ‘Non so quanto tempo ho, ma ho un obiettivo’. E andava avanti con una determinazione incredibile. Ho conosciuto raramente persone capaci di visualizzare una meta con una chiarezza così nitida, come se la vedessero già esistere davanti ai propri occhi. Lui la Contea l’ha sempre vista. Anche quando non c’era ancora nulla. Anche quando io vedevo soltanto un terreno fangoso e paludoso. Ho semplicemente cercato di raccontare tutto questo con onestà”.

C’è un elemento che ritorna anche nel film: il contatto con la natura. Nel documentario ci siano molte immagini che vanno oltre la Contea stessa e raggiungono l’Etna. Erano immagini cercate? Erano già pensate?

“Erano assolutamente volute. Quando ho preso la decisione, che ho poi condiviso anche con Guido, il mio co-sceneggiatore, di non intervistare Nicolas in modo tradizionale, ci siamo detti: invece di farlo sedere davanti a una telecamera per raccontarsi, portiamolo fuori dal mondo che lui stesso ha creato. Portiamolo in un contesto diverso e trascorriamo del tempo insieme. Ed è esattamente ciò che abbiamo fatto sull’Etna, dove siamo stati quasi una settimana, tra la fine di maggio e i primi di giugno dello scorso anno. Già nell’idea iniziale, nelle riflessioni che avevamo condiviso con Vincenzo Faro, il direttore della fotografia e del montaggio, c’era una direzione molto precisa. Ci siamo detti: siamo dentro un vulcano, ma non stiamo andando a girare Il Signore degli Anelli. Non stiamo cercando di emulare Peter Jackson. Non ne avremmo avuto i mezzi, ma soprattutto non avevamo neppure quell’intenzione, né dal punto di vista stilistico né da quello narrativo. Quello che volevamo realizzare era qualcosa di diverso. Pensavamo molto a Malick, soprattutto ai suoi primi film, a La sottile linea rossa. Perché guardando quel film hai l’impressione di assistere a una storia di guerra, ma in realtà stai seguendo un racconto sul rapporto tra l’uomo e la natura. Ci sono immagini che ogni volta mi restano dentro: gli alberi, i bambini, i coccodrilli, la musica. Ed era proprio quella la direzione che volevamo seguire. Volevamo raccontare il rapporto tra Nicolas e la natura, all’interno di un tempo rallentato. Perché Nicolas ha un difetto: corre sempre. Non lo trovi mai fermo. Anche quando devo sentirlo al telefono, posso chiamarlo alle sei del mattino e lui è già sveglio, magari in pasticceria a preparare dolci. Se gli scrivo un messaggio, spesso vedo che mi risponde alle cinque del mattino perché è già al lavoro. Non si ferma mai. Io, invece, volevo fermarlo. Volevo portarlo in un luogo in cui potesse davvero staccarsi da tutto. Sull’Etna non prendeva il telefono, non poteva seguire i social, TikTok, Instagram o le notifiche. Nulla. E volevo raccontarlo nel modo in cui immagino desideri vivere un giorno, quando il suo progetto sarà finalmente compiuto. Perché è quella la vita che sogna. Il silenzio. Il contatto con la natura. Scrivere. Leggere. Mangiare. Stare bene. Greta, in una delle interviste del film, racconta un passaggio molto bello. Dice che Nicolas immagina spesso un futuro in cui, a cinquant’anni, la Contea sarà finalmente completa e loro saranno lì senza fare nulla, semplicemente a rilassarsi e a guardare le stelle. Per me quella è stata un’occasione. L’occasione di accompagnarlo, anche solo per un momento, dentro quel mondo. E la parte più bella è che non ci siamo mai detti davvero che cosa fare. Non gli dicevo: ‘guarda lì’ oppure ‘adesso fai questo’. Passeggiavamo. Filmavamo. Abbiamo girato moltissimo materiale, molto più di quanto sia poi entrato nel montaggio. Eravamo in grotte, in luoghi differenti, in ambienti diversi. Quando siamo arrivati a quelle riprese avevamo già realizzato tutte le interviste in Contea e, quindi, avevo già abbastanza chiara la direzione narrativa che avrebbe preso il documentario. Perciò, più che costruire delle scene, cercavo di condividere pensieri e ricordi prima di iniziare a girare: parlavamo di episodi vissuti in Contea, di momenti passati. Poi lo lasciavo libero. Lo lasciavo passeggiare nei boschi, osservare ciò che aveva intorno. E noi cercavamo di cogliere il più possibile. Improvvisando quasi completamente. È vero che quelle immagini hanno un taglio più cinematografico, perché lì avevamo il tempo di prepararci tecnicamente e poi di dare il via alle riprese. Quando invece fai reportage devi seguire ciò che accade e adattarti continuamente. Quella è stata una sorta di via di mezzo. Siamo riusciti a dare una forma più cinematografica alle immagini e, allo stesso tempo, abbiamo lasciato Nicolas libero di vivere davvero quei luoghi. Anche perché per lui era la prima volta sull’Etna. La prima volta davanti a un vulcano. E tutto ciò che si vede, i suoi sguardi, il modo in cui osserva ciò che ha davanti, il modo in cui reagisce, è autentico. Era davvero lui, in quel momento. Anche il finale. Lei ha visto tutto il documentario?”.

Sì, 74 minuti interi.

“Allora avrà visto anche quel momento finale, quando osserva la Valle del Bove, quella zona dell’Etna in cui si raccoglie la lava durante le grandi eruzioni. In quel momento stava accadendo qualcosa di particolare: il direttore della fotografia aveva avuto una forte reazione allergica e mi sono ritrovato a utilizzare una delle macchine che normalmente usava lui. Sono meno tecnico sotto quell’aspetto, anche se giravamo con due camere e quindi alcune riprese le realizzavo anch’io. A un certo punto eravamo lì, da soli. Io e Nicolas. E ho pensato che non avesse senso dirgli che cosa fare. Gli dissi soltanto: ‘Goditi quello che hai davanti. Chiudi gli occhi e immagina il tuo sogno realizzato. Immagina la Contea completata’. Poi basta: ‘Io filmo, e tu fai ciò che senti’. Tutto quello che è successo dopo è accaduto davvero. Il fatto che si sia commosso, per esempio, è stato autentico. È successo più volte. Anche in altre riprese che poi non abbiamo inserito nel montaggio. Sotto quel grande albero che si vede all’inizio del film era accaduta la stessa cosa. Si lasciava semplicemente trasportare da ciò che stava vivendo. Non so se in quei momenti stesse davvero immaginando la Contea completata o se stesse pensando ad altro. Noi abbiamo poi scelto di montare quelle immagini insieme ai volti delle persone incontrate durante il documentario e alle immagini della Contea nel suo momento di massimo splendore. Ma ancora oggi lui non ha visto nulla. Ha visto soltanto il trailer. Ed è curioso, perché quando avevamo pronto un primo montaggio pensavamo di tornare in Contea soltanto per realizzare alcune riprese della festa di Bilbo Baggins. Credevamo ci servissero solo dei B-roll: immagini suggestive, bucoliche, con tutti vestiti da Hobbit. Non immaginavamo che avremmo realizzato altre interviste. E per fortuna lo abbiamo fatto. Perché proprio da una di quelle interviste è emerso un elemento fondamentale: il titolo del film”.

In questi giorni abbiamo visto Nicolas al Festival di Cannes incontrare Peter Jackson, arrivare quasi faccia a faccia con lui. E mi è venuto in mente un aspetto: Tolkien, Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit… sono marchi registrati. Durante la lavorazione del documentario non avete mai avuto timori o preoccupazioni legate ai diritti?

“No, perché dal mio punto di vista Tolkien rappresentava quasi il punto d’ingresso della storia. Era il tramite. Anche tutto ciò che raccontiamo di Tolkien nel documentario è ridotto all’essenziale, utile soprattutto a chi magari conosce poco quell’universo. Per questo avevamo bisogno di una figura come Oronzo Cilli, che secondo me era il massimo esperto di Tolkien che potessimo coinvolgere. Ci serviva qualcuno che fornisse un contesto, che spiegasse da dove nasce il sogno di Nicolas. Però non c’è mai stato un reale tentativo di contatto né una particolare preoccupazione sotto questo aspetto, perché il documentario non aveva l’obiettivo di raccontare Tolkien. Paradossalmente, nella storia che avevo in mente, sarebbe cambiato poco se Nicolas, quel giorno, avesse scoperto Harry Potter o qualsiasi altro universo capace di ispirargli quel desiderio di vita. Perché il centro del racconto, per me, era un altro. Era la storia di una persona che, a un certo punto, prende coscienza del fatto che non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione. Anzi, nel suo caso questa consapevolezza è arrivata in modo molto più diretto. A lui è stato detto brutalmente: ‘Tu questo lo sai ancora meno degli altri’. E ciò che ho compreso conoscendolo, parlando con lui e con gli altri ragazzi della Contea, è che forse sarebbe bello arrivare a quella consapevolezza prima. Prima del momento in cui diventa impossibile ignorarla. Per Nicolas quella notizia è stata devastante. Aveva due figli molto piccoli, credo avessero più o meno cinque anni e due anni. Penso che una notizia del genere, se arrivasse oggi nella mia vita, con un figlio di quattro anni e mezzo, farebbe deragliare qualsiasi equilibrio. Lui invece, in quel momento, si è detto: ‘Proprio per questo, devo realizzare questo sogno’. Punto. E anche l’incontro con Peter Jackson racconta molto del suo carattere. È stato un gesto folle. Ha preso tre treni senza dire nulla a nessuno. Anche il video che ha pubblicato è nato quasi all’improvviso: aveva scoperto soltanto il giorno prima che Peter Jackson sarebbe stato a Cannes. Quando l’ho saputo gli ho scritto subito: ‘Nic, hai qualche contatto? Hai una strada da seguire? Posso aiutarti in qualche modo?’. E lui mi ha risposto: ‘Sto andando così. Vediamo se riesco a incontrarlo. Non ho idea di quello che succederà’. Poi si è verificata una serie di incredibili coincidenze che lo hanno portato davvero a pochi centimetri da Peter Jackson. A un certo punto ha iniziato a suonare il piffero per attirare l’attenzione di un giornalista. E il giornalista lo ha notato davvero. Gli ha concesso l’ultima domanda e lui è riuscito a vivere quell’istante. Questo è profondamente Nicolas”.

Quale sarà ora il percorso del documentario?

“Al momento è iscritto a diversi festival e sta seguendo il classico percorso festivaliero. Naturalmente il nostro desiderio è che trovi una realtà pronta ad accoglierlo, una distribuzione. Siamo partiti in maniera completamente indipendente. Anche la produzione, in realtà, è nata così. L’azienda che oggi produce il documentario inizialmente si occupava di tutt’altro. A un certo punto l’abbiamo trasformata in una casa di produzione perché avevamo bisogno di una struttura che potesse rappresentarci. Marco Salvetta, titolare della FA Production Studio, ha creduto nel progetto fin dall’inizio. All’inizio era semplicemente uno sponsor. Poi, però, il budget non era più sufficiente e ci ritrovavamo a dirgli: ‘Marco… forse dovremmo aggiungere ancora qualcosa…’. E, poco alla volta, è diventato a tutti gli effetti uno dei produttori del documentario. In realtà siamo tutti produttori del progetto. Perché alcuni di noi, come Marco, Guido e me, hanno investito economicamente. Altri invece hanno messo a disposizione il proprio tempo, il proprio lavoro e le proprie competenze. Per questo tutte le persone che hanno contribuito dal punto di vista artistico e tecnico sono, in un certo senso, coproprietarie e coproduttrici del documentario. Adesso l’obiettivo è molto semplice: farlo vedere al maggior numero possibile di persone. Che sia una piattaforma, una serata televisiva o qualsiasi altro contesto, per me cambia relativamente poco. La verità è che l’aspetto economico non mi ha mai interessato particolarmente. Mi ha sempre interessato raccontare storie. E questa è stata finalmente l’occasione per farlo. Vorrei soltanto che questa storia riuscisse a raggiungere quante più persone possibile”.

Se la Contea, in qualche modo, prova a placare il caos interiore di chi la vive, e soprattutto quello di Nicolas, il cinema invece quale forma di caos placa in Giuseppe? Perché Giuseppe Contarino sente il bisogno di raccontare storie?

“Potrei parlarne per ore. Ma il punto centrale è questo: è vero che non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione. E questa consapevolezza si riflette su moltissimi aspetti della vita. Anche sul fatto che non possiamo vivere infinite esistenze. La nostra vita, volenti o nolenti, è una sola. A un certo punto cresci, ti fermi, diventi adulto. Un po’ come accadeva a Nicolas con la Contea, per me il cinema è un modo per restare bambino. Per fingere di essere qualcun altro. Per un anno sono stato un Hobbit. Anzi, forse in fondo lo sono sempre stato e me ne sono reso conto proprio attraverso questa storia. Per me il cinema è un modo per vivere vite che altrimenti non potrei mai vivere. Ogni volta che scriviamo una storia, e prima di questo documentario avevo lavorato soprattutto nella fiction, entriamo in mondi che non avremmo la possibilità di conoscere altrimenti. Che si tratti di epoche storiche, modi di vivere, contesti o universi differenti. È un po’ come tornare a giocare con le action figure da bambini, quando si inventavano storie in continuazione. Solo che da adulti si può ancora fare. Ed è una dimensione che mi diverte enormemente. Ci sono stati momenti della mia vita in cui questa parte è mancata. E quando viene meno è come se sparisse un colore. Un suono. Un odore. Non un odore qualsiasi, ma quello che dava equilibrio a tutto il resto”.

E quando è mancata, è stato per una resa o per difficoltà contingenti?

“Per resa, mai. Non mi sono mai arreso. Però è una strada costantemente in salita. E credo che sia così per tutte le sfide per cui vale davvero la pena lottare. Altrimenti non sarebbero così preziose. Poco prima del Covid, nell’ottobre del 2019, io, Guido Fiandra e Angela, mia moglie, che è anche sceneggiatrice, anche se non ha lavorato a questo progetto, avevamo firmato un’opzione con una casa di produzione canadese per sviluppare una serie televisiva che avevamo scritto. Poi è arrivata la pandemia e ha stravolto tutto. Ed è difficile vivere di questo mestiere. Spesso, quindi, sei costretto a inventarti altro per andare avanti, per mantenerti. E quel “qualcos’altro”, a volte, finisce per diventare talmente ingombrante da sottrarre tempo e spazio a quella che è la tua vera necessità interiore: raccontare. Per questo La mia anima ha fretta è un titolo a cui tengo moltissimo. Quando l’ho proposto a Guido, a Vincenzo e agli altri, Nicolas è stato quasi l’ultimo a venirne a conoscenza. E quando mi chiedevano perché fossi così legato a quel titolo, rispondevo con una spiegazione molto semplice: non parla soltanto di Nicolas. Parla anche di me. Della mia anima, che ha fretta di raggiungere questo obiettivo. Ma parla anche dell’anima di Vincenzo, che vuole affermarsi come direttore della fotografia. Dell’anima di Guido, che quest’anno compie ottant’anni e desiderava ancora realizzare un progetto che lo rappresentasse davvero. Dell’anima di Massimo De Vita, Blindur, che ha composto le musiche. Dell’anima di tutti noi. Quel titolo, in qualche modo, riusciva a mettere ordine dentro ciascuno di noi. E rappresentava non soltanto me come autore o Nicolas come protagonista, ma anche tutto ciò che ogni persona coinvolta ha riversato dentro questo progetto”.

Lo ha appena citato. Sicuramente un elemento del film fondamentale è la musica.

“Per me il momento in cui mi innamoro davvero di un film o di una serie televisiva coincide quasi sempre con una scena accompagnata da una canzone particolare. Mi vengono in mente tantissimi esempi. Jerry Maguire, per dirne uno, con quella scena in macchina e Free Fallin’. Oppure molti altri film e serie in cui, fino a quel momento, stai seguendo una storia che ti piace, che ti coinvolge, ma solo fino a un certo punto. Poi, all’improvviso, arriva quell’istante. Parte quella canzone. E lì dici: ‘Ok, sono tuo. Adesso emotivamente puoi fare di me quello che vuoi’. Sognavo di avere qualcosa del genere. Sognavo di avere musiche capaci di suscitare in qualcuno le stesse emozioni che la musica provoca in me quando guardo un film. Non so se ci siamo riusciti, ma penso che la persona migliore che potessi incontrare lungo questo percorso per provare ad arrivare a quel risultato fosse Massimo De Vita. E la cosa bella è che anche lui l’ho conosciuto in Contea. In generale, con questo documentario è successo qualcosa di particolare: molte delle persone diventate poi fondamentali per il progetto, anche dietro le quinte, le abbiamo incontrate proprio attraverso la Contea. Blindur fa parte dei Santi Bevitori, il gruppo folk che suona ogni anno durante gli eventi della Contea. Mentre ero lì a girare, la sua compagna, Carla Grimaldi, che è una violinista straordinaria, a un certo punto mi disse: ‘Giuseppe, se vi servono delle musiche per il documentario…’, Per me, Massimo è una persona straordinaria. Siamo stati insieme al Comicon di Napoli e subito dopo abbiamo girato il videoclip di Exit, il brano che si ascolta nel finale del film. È l’unico pezzo che esisteva già prima del documentario. Noi cercavamo un brano per il finale e lui mi disse: ‘C’è questa canzone che ho pubblicato in un album. Per varie ragioni l’avevo un po’ accantonata, ma secondo me ha qualcosa che dialoga con il documentario’. Naturalmente avevo montato il film utilizzando musiche provvisorie. Allora faccio una cosa molto rudimentale: tolgo l’audio al girato, apro Apple Music sul telefono, faccio partire il brano e contemporaneamente avvio le immagini sul computer. Ed è lì che è successa quella magia di cui parlavo prima. Quella sensazione che capita raramente. Stavo guardando un film che conoscevo a memoria, perché era il mio documentario, ma percepivo che mancava ancora qualcosa. Nel momento in cui quel brano è partito sopra quelle immagini ho avuto una sensazione chiarissima: ‘Questi due elementi erano destinati a stare insieme’. Ed è un po’ la stessa sensazione che ho provato quando ho incontrato Blindur. Ma c’è di più…”.

Ovvero?

“Quando Carla mi aveva fermato proponendomi delle musiche, le avevo risposto: ‘Quello che fate è bellissimo, però mentre scrivevo il documentario e facevo ricerche su Nicolas ascoltavo i Sigur Rós dalla mattina alla sera’. Avevo quell’immaginario nella testa. Lei allora chiama Massimo. Gli racconto tutto e lui mi dice: ‘Tieni presente che oltre ai Santi Bevitori faccio anche altro’. E inizia a parlarmi della sua esperienza in Islanda, di Jónsi, dei Sigur Rós, del fatto che era stato proprio Jónsi a suggerirgli il nome Blindur. E a quel punto non avevo altra scelta: abbiamo lavorato tutta l’estate e buona parte dell’autunno a distanza sulle musiche. Ed è stato un altro viaggio meraviglioso. Massimo è una persona straordinaria. E uno degli aspetti più belli di questo documentario è stato proprio incontrare persone del genere. Lavorare con Vincenzo, per esempio, è stato bellissimo: eravamo compagni di banco al ginnasio e, dopo una vita, le nostre strade si erano separate per poi ritrovarsi oggi. Lavorare con Guido è stato altrettanto speciale: è stato il mio insegnante di sceneggiatura alla scuola di cinema ed è poi diventato qualcosa che è difficile persino definire: un amico, quasi una persona di famiglia. Quando frequentavo la NUCT, oggi Roma Film Academy, seguivo il corso di regia, ma dopo la prima lezione di Guido iniziai praticamente a intrufolarmi anche nelle sue lezioni. Perché ogni parola che pronunciava, per me, aveva un valore enorme”.



Giuseppe Contarino




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 VirgilioNotizie

Source link

Di