«È passata come un razzo dall’oscurità fino a diventare il nostro sex symbol del dopoguerra, la pin-up di un’epoca. E qualunque ufficio stampa o illusione fabbricata possa aver acceso la miccia, è il suo strano genio ad averne sostenuto il volo. Trasfigurata dallo sgargiante prodigio del Technicolor Cinemascope, cammina come un basilisco ondeggiante, bruciando tutto ciò che trova sul suo cammino. Forse è nata proprio nel giorno del dopoguerra in cui avevamo bisogno di lei. Di certo non ha alcuna conoscenza del passato. Come l’Ondine di Giraudoux, ha solo 15 anni, e non morirà mai». Così il leggendario Cecil Beaton immortalava la leggenda Marilyn Monroe sulla carta da lettere dell’Ambassador Hotel di New York nel 1956. Un punto di vista fatalmente ben scritto e fatalmente maschile. Perché poi, alla fine, Marilyn se n’è andata a soli 36 anni, in una notte di 4 agosto del ’62, stressata a barbiturici, alcol e telefonate angosciate, così come cento anni fa ha visto la luce in un contesto di disagio, malattia mentale, affidamenti ripetuti e violenze certificate.
Davvero si può credere che la luminosa Marilyn avesse sempre e solo 15 anni come Ondine, o piuttosto così piaceva pensare ai produttori e ai fotografi che ancora oggi si contendono il primato di chi le ha scattato l’ultima foto, non proprio una guerra nobile? La nostra Marilyn, in quel 1956, ha da tempo altri pensieri e ossessioni: semplicemente superarsi, strappare il guscio dell’abito bianco svolazzante sulla grata del metrò, imporre la sua terza vita, dopo quella da pin-up da calendario e da sex symbol esplosiva.
Mai vista tanta ossessione: le sue ultime immagini e interviste sono di Life e Paris Match, estate 1962, poche settimane ancora di vita e alla domanda dei giornalisti «Nutre ancora qualche ambizione?», Marilyn risponde: «Diventare una grande attrice». Non pensava di esserlo, ma non aveva mai smesso di provarci. E non si rassegna: il cinema che fa non le piace più, le disillusioni e le umiliazioni non mancano. Il primo numero di Playboy, dicembre 1953, 50 cents, ripubblica la famosa foto nuda sul lenzuolo rosso di quando era ignota e povera e le servivano quei 50 dollari per pagarsi la cena. Ulteriore schiaffo, e lei usa il falso nome Zelda Zonk per fughe sempre più frequenti a New York, lontana dal sistema Hollywood che pure le ha già regalato capolavori e, insieme, tanti stereotipi, la blonde preferita dagli uomini, i diamanti preferiti dalle bionde, le travolgenti cascate erotiche di Niagara.
Diventerà più tardi l’irresistibile e un poco sovversiva Sugar/Zucchero nell’assoluto A qualcuno piace caldo, ma in quei primi anni 50 non ha più pazienza, è in rivolta. In un’epoca, la nostra, in cui tutte le grandi attrici scelgono di diventare registe e produttrici, Marilyn va celebrata come un’antesignana, la donna che gira le spalle a Hollywood, alla pressione degli studios che la osteggiano perché chiede stipendio adeguato a quello dei partner, nonché diritto di opzione sulle sceneggiature, e sceglie di vivere definitivamente a New York per seguire i corsi dell’Actor’s Studio tornando la studentessa che non aveva potuto essere da ragazza.
Inizia qui la sua terza vita, dopo quella da pin-up e icona sexy. Nelle rare interviste, con cortesia, precisava: «Sì, mi piacciono le commedie e i musical, ma vorrei altro, vorrei decidere di più». Per questo, nel 1955, l’attrice fonda, con Milton H. Greene, la Marilyn Monroe Productions: primi titoli ambiziosi, Bus Stop-Fermata d’autobus di Joshua Logan e Il principe e la ballerina di Laurence Olivier. Incredulo, in una rara apparizione Tv, il conduttore le chiede: «Perché una star come lei fa questa scelta?» e Marilyn, un po’ stordita dalla stupida domanda, sussurra appena: «Spero contribuisca a farmi interpretare bei film, sempre migliori».
As simple as that, tuttavia consapevole sempre di essere sola, troppo avanti e audace per non essere scartata dai troppo buoni, bravi e benpensanti. Non mente una sua poesia graffiata a mano sul quadernetto, una delle tante fra note e riflessioni ritrovate post mortem e raccolte in Fragments: poesie appunti lettere (ed. Feltrinelli): «Sola!!! Sono sola, sono sempre sola, qualunque cosa accada. Paura? Non c’è nulla da temere se non la paura stessa. In cosa credo? Credo in me stessa». Non è bastato, il mondo non era pronto per ascoltare la voce di una donna, specie se biondo platino. Marilyn, i piedi nel passato e la testa tra le nuvole del futuro, troppo in anticipo sui tempi, ci lascia però un’eredità timida e ribelle, sospesa tra il mirabolante e il tragico, con quell’ultima immagine che colpisce il mondo: opalescente nell’abito nude, sussurra «Happy Birthday, Mr. President» a John F. Kennedy. È il 19 maggio 1962, divina creatura nel cono di luce, la voce in frammenti, il glamour assurdo, la Storia con la maiuscola che incrocia malamente il destino individuale, una vita femminile che, forse, poco conta.
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Eppure Marilyn aveva spiegato da tempo: «Non andavo quasi mai alle prime o ai party, la gente di Hollywood si chiedeva cosa diavolo facessi dopo il set. Semplice: andavo a scuola, lezioni all’università serale, corsi di storia, di letteratura, e ho cominciato a leggere moltissimo». È questa la Monroe curiosa di tutto, l’anima segreta rivelata da lettere e rime, racconto minore dell’intellettuale Marilyn e della sua silenziosa ribellione, con quel pensiero fisso: emanciparsi dalla propria immagine. Dal 1955 la sua vita newyorkese diventa ritiro, lettura (mai una foto senza un libro in mano!) e corsi all’Actor’s Studio di Lee Strasberg. Stila un programma da seguire, un catalogo di vita nuova, ordinata, ritrovato fra le sue carte e stilato all’alba di quella che immaginava una diversa esistenza, siglata anche dal matrimonio d’intelletto con Arthur Miller.
La sua terribile ossessione era ancora, come diceva sempre, «la lotta fra il dottor Jekyll e Mr. Hyde, che convivono in me». Marilyn si assegnava compiti e disciplina. Annota: «ogni giorno a lezione, senza eccezioni, andare più spesso possibile a seguire le altre lezioni; non perdere nessuna delle mie sessioni all’Actor’s Studio e lavorare il più possibile sui compiti e sugli esercizi; leggere ogni giorno, studiare ogni sera, scrivere sempre; continuare a lavorare sugli esercizi di recitazione; andare alle conferenze; continuare a guardarmi intorno, osservare molto di più, non vista, gli altri e ciò che accade; lavorare sui problemi associati al mio passato, sforzarmi molto molto molto di più, di più, di più (sic), nel lavoro con l’analista; essere sempre in orario, nessuna scusa; frequentare almeno un corso di storia e/o letteratura all’università; prendere lezioni di ballo, lavorare sul corpo, mentalmente e fisicamente, è il mio strumento; cercare il significato delle parole nuove e sconosciute; cercare di divertirmi quando posso, sono già abbastanza infelice».
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Un disperato percorso di autocoscienza e costruzione professionale a dispetto di ogni disagio, un’idea fiera di identità che trapela fin nella lettera del 1 marzo 1961 inviata al suo medico Ralph Greenson dopo l’esperienza alla Payne Whitney Psychiatric Clinic, dove fu trasferita su consiglio della sua analista per 48 ore infernali. «In quel luogo», scrive, «non c’era alcuna empatia: dopo avermi messa in una “cella” per pazienti molto depressi, mi chiesero perché non fossi felice lì dentro. Io mi sentivo in prigione per un crimine che non avevo commesso. La mancanza di umanità mi è parsa davvero arcaica. Mi hanno chiesto perché non fossi contenta di stare lì: tutto era sottochiave, le luci, i cassetti del comò, i bagni, gli armadi, c’erano sbarre alle finestre, le porte avevano finestrelle in modo che i pazienti potessero essere visti in ogni momento, sui muri restavano la violenza e le tracce lasciate dai pazienti precedenti. Ho risposto: “Be’, dovrei essere matta per trovarmi bene qui”. M’hanno chiesto perché mi sentissi “diversa” dagli altri. Decisi che se erano davvero così stupidi, dovevo dare loro una risposta molto semplice, e dissi: “Lo sono e basta”».
Una diversità riconosciuta e rivendicata con parole semplici, chiare, nette. Certamente audaci per l’epoca, un tempo oggi lontano, ben prima che la sua esplosiva visione, la libertà erotica e l’arte della solitudine femminile venissero accolte come messaggi positivi dalle donne. Ci sono volute generazioni di vecchio e nuovo femminismo, e tanta diversa consapevolezza, per prendere le distanze dal servizio della cronista Isabel Moore su Motion Picture, datato marzo 1951 e intitolato Why Women Hate Marilyn Monroe, intriso di ogni stilla possibile di misoginia. Oggi, finalmente, 75 anni dopo quel temibile articolo e a 100 anni dalla sua nascita, Marilyn è libera dallo stigma.
* Questo articolo è stato pubblicato su Business People di luglio-agosto 2026, scarica il numero o abbonati qui
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