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Roma, 9 giu – “In Italia non abbiamo avuto la nostra Norimberga”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa formula? Ultimo in ordine cronologico Massimo Giletti, che ieri sera al Tg1 ha presentato lo speciale di Rai3 Mussolini – Le verità nascoste – fermatosi poco sotto il 7% di share – ha riproposto il tema della mancata resa dei conti italiana con il fascismo. Il punto è che questa frase non ha mai spiegato nulla. È diventata una scorciatoia polemica, buona per il talk show, ma inadatta a comprendere davvero che cosa accadde in Italia tra il 1943 e il 1946.
Ecco perchè non ci fu la “Norimberga italiana”
Infatti, la tesi della “Norimberga mancata” parte da un paragone debole. La Germania nazionalsocialista arrivò al processo di Norimberga come Stato nemico sconfitto, occupato dagli Alleati, con una parte significativa del gruppo dirigente ancora fisicamente disponibile per essere giudicata davanti a un tribunale internazionale. L’Italia arrivò invece alla fine della guerra in una condizione completamente diversa: era un Paese diviso, attraversato da una guerra civile, con una monarchia compromessa, un apparato statale da salvare e riciclare, una classe dirigente pronta a presentarsi come antifascista dopo avere servito il regime, e un vertice fascista in larga parte già eliminato. Facciamoci due conti. Nel 1945 Benito Mussolini era stato fucilato a Dongo. Con lui Alessandro Pavolini, Nicola Bombacci, Ferdinando Mezzasoma e Achille Starace. Galeazzo Ciano ed Emilio De Bono erano già stati fucilati a Verona dopo il processo contro i membri del Gran Consiglio. Giovanni Gentile era stato assassinato nel 1944. Niccolò Giani e Berto Ricci erano caduti in guerra. Ettore Muti era stato ucciso dopo il 25 luglio. Italo Balbo abbattuto sui cieli di Tobruk nel 1940. Altri protagonisti del fascismo storico, da Arnaldo Mussolini a Michele Bianchi, erano morti da anni. Tanti altri, come Giuseppe Solaro e Carlo Borsani, incontrarono la giustizia sommaria. Ed ecco una prima verità “nascosta” per Giletti: il fascismo non arrivò a un grande processo scenografico perché il suo quadro dirigente, i suoi ideologi, i suoi responsabili della primissima ora, erano già stati travolti dalla guerra, dalle fratture interne, dalle vendette partigiane e dalla dissoluzione dello Stato.
Il dopoguerra non fu una passeggiata di salute
A rendere ancora più fragile il cliché della “Norimberga italiana” è un altro dato “nascosto”: dove non arrivò il tribunale, spesso arrivò la giustizia partigiana. Il 1945 non fu una passeggiata di salute, ma una stagione di esecuzioni sommarie, prelevamenti, vendette personali, regolamenti di conti politici e sociali. Bologna ne fu uno dei casi più significativi. Secondo un rapporto del comandante dei carabinieri, generale Brunetto Brunetti, datato 23 maggio 1945, dopo la Liberazione in città vi fu una violenta reazione con numerose esecuzioni sommarie: circa 180 persone uccise. Un altro rapporto, firmato dal colonnello Ravenna il 5 agosto, parlò di circa 240 persone soppresse tra il 21 aprile e il 30 giugno. Le cifre successive sono ancora più pesanti e restano oggetto di discussione storiografica. Giulio Ghedini, custode dell’obitorio bolognese, parlò di centinaia di cadaveri arrivati in poche settimane, spesso senza documenti. Il commissario garibaldino Arista descrisse la caccia ai fascisti repubblicani e ai collaboratori rimasti in città dopo la ritirata tedesca, sostenendo che oltre un migliaio di persone furono sommariamente giustiziate. Secondo una relazione dei questori al ministro dell’Interno De Gasperi, i morti in Emilia-Romagna dopo il 25 aprile furono 1.958. Altre stime, elaborate successivamente, parlano di circa 650 militari fascisti e civili eliminati dai partigiani nella sola provincia di Bologna nel corso del 1945, soprattutto nei mesi di maggio e giugno.
La resa dei conti prima dell’amnistia
In Emilia e in altre aree del Nord, la fine della guerra non produsse subito il ritorno dell’ordine, ma una prosecuzione della violenza sotto altre forme. In molti casi non si colpirono soltanto fascisti o collaboratori del nemico, ma anche proprietari, fattori, affittuari, notabili locali, avversari politici, persone coinvolte in conflitti agrari che risalivano al primo dopoguerra. La liberazione militare e la resa dei conti sociale finirono spesso per sovrapporsi. Negli anni Cinquanta numerosi ex partigiani della provincia di Bologna furono processati per omicidi commessi tra il 21 aprile e il 31 luglio 1945, dentro un quadro che l’amnistia Togliatti avrebbe poi contribuito a chiudere. E qui arriviamo a un punto centrale. L’amnistia del 1946 non fu una dimenticanza casuale, ma una scelta politica. Servì a pacificare, a svuotare le carceri, a fermare il prolungamento giudiziario della guerra civile, a consentire allo Stato di ricostruirsi. Fu applicata a fascisti, collaborazionisti, ma anche a partigiani coinvolti in violenze del dopoguerra. Questo dato disturba perché mostra che la Repubblica nacque da un’epurazione fisica, ma anche da un tentativo di normalizzazione. Perciò la vera domanda “scomoda” non è perché l’Italia non ebbe Norimberga, ma che cosa avrebbe significato davvero una Norimberga italiana. Processare soltanto i fascisti sconfitti? O anche la monarchia che aveva nominato Mussolini, firmato le leggi razziali, dichiarato la guerra e poi abbandonato Roma? Processare soltanto i gerarchi della Repubblica sociale? O anche i generali, i prefetti, i magistrati, i funzionari, gli industriali, i notabili e gli antifascisti dell’ultima ora che avevano attraversato il Ventennio e poi trovato posto nel nuovo ordine? Siete sicuri che una Norimberga italiana avrebbe travolto solo i vinti?
La storia non può chiudersi in un tribunale
La verità è che l’Italia scelse un’altra strada: prima l’epurazione, poi il suo ridimensionamento; prima la punizione, poi l’amnistia; prima la condanna del fascismo, poi la reintegrazione di una parte degli apparati necessari alla continuità dello Stato. Non ci fu un grande processo perché l’Italia non era la Germania, perché il fascismo era intrecciato allo Stato italiano, perché il vertice del regime era già stato in gran parte eliminato e perché la guerra civile aveva già prodotto una resa dei conti sanguinosa e disordinata. Dire oggi che “non abbiamo avuto Norimberga” serve soprattutto a tenere aperto un processo simbolico infinito e a nascondere il compromesso su cui nacque la Repubblica: non soltanto quello tra le diverse componenti dell’antifascismo, ma anche quello tra vecchio e nuovo Stato. In fondo, però, c’è un punto ancora più serio. Rimpiangere Norimberga significa continuare a cercare nella storia non una comprensione, ma un tribunale permanente. Significa coltivare la nostalgia di una giustizia esemplare, politica, costruita dai vincitori sui vinti, e trasformarla in modello desiderabile.
Ma forse il problema è proprio l’idea che una storia come quella italiana possa davvero chiudersi in una pacificazione definitiva. Non è successo, e probabilmente non poteva succedere. La guerra civile, il Fascismo, la Repubblica nata dal compromesso antifascista: tutto questo continua a produrre conflitto simbolico, memorie incompatibili, giudizi inconciliabili. E non è necessariamente un male. Una comunità non vive soltanto di riconciliazione; vive anche della capacità di mantenere aperte le proprie fratture storiche senza trasformarle né in risentimento né in retorica pacificatrice. Il problema, piuttosto, nasce quando si pretende di sostituire la storia con il rito morale, o la complessità con la sentenza definitiva.
Sergio Filacchioni
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