Una presunta filiera organizzata per smaltire illegalmente migliaia di tonnellate di rifiuti, utilizzando vigneti, uliveti, cave abbandonate, capannoni e depositi in disuso della Capitanata e della Bat. L’inchiesta “Erebus” entra adesso in una nuova fase: i pm Marco D’Agostino e Domenico Minardi della Direzione distrettuale antimafia di Bari hanno chiesto il rinvio a giudizio di 37 imputati, 27 persone fisiche e 10 aziende.
L’accusa riguarda un presunto traffico illecito di circa 3.500 tonnellate di rifiuti pericolosi e non, provenienti in particolare dalla Campania e riconducibili anche a impianti di trattamento situati in altre regioni. I fatti contestati sarebbero avvenuti tra luglio 2023 e giugno 2024.
Il presunto vantaggio economico dell’operazione sarebbe stato enorme: secondo i calcoli della Dda, evitando le procedure previste per il corretto smaltimento sarebbero stati risparmiati circa 2 milioni e 380mila euro.
Centotrentasei capi d’accusa
Sono complessivamente 136 i capi d’accusa contestati a vario titolo agli imputati. Il più grave riguarda il traffico illecito di rifiuti, al quale si aggiungono 135 singoli episodi di trasporto e sversamento non autorizzato.
Nell’indagine sono coinvolti, secondo la ricostruzione accusatoria, titolari e dipendenti di aziende impegnate nella trasformazione dei rifiuti, società di autotrasporto, intermediari e presunti “basisti” ai quali sarebbe spettato il compito di individuare i luoghi dove scaricare il materiale.
Durante le indagini sarebbero stati individuati complessivamente 34 siti utilizzati per gli smaltimenti illeciti.
L’udienza preliminare davanti al gup di Bari Giuseppe Ronzino è stata fissata per il prossimo 22 settembre. Sarà in quella sede che verrà valutata la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Dda.
Il blitz di maggio e i sei arresti
L’inchiesta “Erebus”, denominazione che richiama la divinità della mitologia greca personificazione dell’oscurità, era sfociata nel blitz del 27 maggio 2026.
I carabinieri del Nucleo operativo ecologico eseguirono tra Capitanata, Bat e Campania 19 ordinanze cautelari disposte dal gip di Bari: sei persone finirono agli arresti domiciliari, per sette venne disposto l’obbligo di firma e ad altre sei fu vietato per un anno l’esercizio di attività d’impresa.
Il giudice dispose inoltre il sequestro preventivo di circa 2 milioni e mezzo di euro, dieci aziende e una sessantina di camion.
Trentacinque parti offese
L’avviso di fissazione dell’udienza preliminare è stato notificato non soltanto agli imputati e ai rispettivi difensori, ma anche alle 35 parti offese individuate dalla Dda, che potranno decidere di costituirsi parte civile nel procedimento.
Tra queste figurano il ministero dell’Ambiente, la Regione Puglia e i Comuni di Foggia, Cerignola, Manfredonia, Barletta, Minervino Murge, Trinitapoli, Candela e Ascoli Satriano. Nell’elenco compare anche l’Ente Parco Alta Murgia, oltre a privati cittadini proprietari di alcuni dei terreni sui quali, secondo l’accusa, sarebbero stati abbandonati i rifiuti.
Il presunto profitto da 2,38 milioni
Il movente economico rappresenta uno degli elementi centrali dell’impianto accusatorio. La Dda contesta agli imputati di aver agito per “conseguire un ingiusto profitto”, derivante sia dai compensi percepiti per la gestione abusiva dei rifiuti sia dal risparmio delle spese necessarie per seguire le procedure di gestione e tracciamento previste dalla normativa.
Un vantaggio quantificato dagli inquirenti in 2 milioni e 380mila euro.
Secondo quanto ricostruito dalla Dda in occasione del blitz, le indagini avrebbero portato alla luce “una vera e propria filiera organizzata”, impegnata in ripetuti smaltimenti di grandi quantitativi di rifiuti speciali provenienti da impianti di trattamento e recupero delle province di Roma, Napoli, Caserta, Brindisi e Salerno.
Si sarebbe trattato prevalentemente di scarti derivanti dal trattamento di rifiuti speciali e industriali, rifiuti tessili e frazione indifferenziata di rifiuti solidi urbani.
Documenti falsi e rifiuti bruciati per cancellare le tracce
Il presunto meccanismo era stato ricostruito dal gip di Bari Ilaria Casu nell’ordinanza cautelare. I rifiuti, secondo l’accusa, sarebbero stati rimessi sul mercato senza aver subito alcun trattamento e accompagnati da documentazione che attestava falsamente l’avvenuto recupero.
Ne sarebbe derivato il trasporto di materiali differenti rispetto a quelli riportati nei documenti di accompagnamento, in quantità diverse da quelle autorizzate e verso destinazioni differenti da quelle ufficialmente dichiarate.
Parte dei rifiuti non pericolosi sarebbe stata conferita in discariche non idonee, mentre altri carichi sarebbero stati abbandonati in capannoni dismessi oppure incendiati, secondo gli investigatori anche allo scopo di cancellare le tracce degli illeciti.
La Dda sostiene che trasportatori e conferitori fossero consapevoli della reale natura dei materiali trasportati. Un’ipotesi investigativa che poggerebbe su intercettazioni, filmati e servizi di osservazione. Per ogni singolo trasporto, secondo l’accusa, sarebbero inoltre avvenuti pagamenti in contanti.
I 27 imputati
La richiesta di rinvio a giudizio riguarda Ilario Venieri, 54 anni, di Salerno; Giacomo Campese, 63 anni, di Cerignola; Mauro Campese, 42 anni, di Cerignola; Francesco Pio Losurdo, 45 anni, di Cerignola; Daniele Mastrullo, 43 anni, di Cerignola; Cosimo Roma, 48 anni, di Brindisi; Matteo Antoniciello, 42 anni, di Cerignola; Lucia Calvio, 38 anni, di Cerignola; Giuseppe Calvio, 43 anni, di Cerignola; Matteo Carosiello, 51 anni, di Cerignola; Domenico Di Corcia, 60 anni, di Foggia; Biagio Campiglia, 47 anni, salernitano; Luca D’Ambrosio, 32 anni, salernitano; Stefano Falzarano, 32 anni, di Benevento; Aurelio Proia, 60 anni, originario di Latina e residente negli Stati Uniti; Roberto Antonio Stanziano, 58 anni, venezuelano residente nel Beneventano; Domenico Memoli, 57 anni, salernitano; Giovanni De Simone, 45 anni, napoletano; Gino Lori, 63 anni, di Tivoli; Stefano Cavanna, 55 anni, di Roma; Ilaria Valletta, 51 anni, svizzera residente nel Beneventano; Adriana Ioana Magliocca, 45 anni, romena residente nel Casertano; Antonella Lori, 66 anni, romana; Manuela Milano, 45 anni, di Brindisi; Pasquale De Simone, 43 anni, campano; Giovanni Caliendo, 49 anni, campano; e Luca Rossit, 55 anni, di Benevento.
Per tutti vale naturalmente il principio di presunzione di innocenza: le contestazioni formulate dalla Dda rappresentano ipotesi accusatorie che dovranno essere vagliate nelle successive fasi del procedimento.
Le dieci aziende coinvolte
Le dieci società chiamate in causa sono Memoli Domenico, attualmente in liquidazione e con sede legale a Bologna; Desi Group di Sant’Anastasia; San.Eco Recuperi, anch’essa in liquidazione, con sede a Guidonia; Bri.Ecologia di Brindisi; Ambiente & Metalli di Airola; Eco Energy di Airola; Ricicla Campania di San Giuseppe Vesuviano; Relma Plastiche di Benevento; Metalplast di Sparanise e RMP Salari di Roma.
Le aziende sono coinvolte in base alla normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti, che può comportare sanzioni e confische in relazione agli illeciti contestati ai rispettivi amministratori.
La parola passa ora al gup. Il 22 settembre inizierà l’udienza preliminare che dovrà stabilire se le 27 persone e le dieci aziende coinvolte nell’inchiesta “Erebus” dovranno affrontare il processo per il presunto traffico di rifiuti che, secondo la Dda, avrebbe trasformato numerose aree della Capitanata e della Bat nei terminali di una vasta attività di smaltimento illecito.
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Redazione
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