Bruxelles – Lasciare o non lasciare la presidenza della Banca centrale europea prima della fine naturale del mandato, fissata per il 31 ottobre 2027. Christine Lagarde si è espressa in modo ambivalente, prima sostenendo di volere adempiere pienamente al suo attuale ruolo, poi lasciando comunque aperta la possibilità di partecipare alla vita politica francese, e quindi dimettersi prima del tempo. Esternazioni che hanno inevitabilmente innescato il toto-nomi per una possibile successione.

Lagarde e l’impegno politico

Non sono candidata a nessuna carica, ma ci tengo molto che l’Europa venga tutelata e che rimanga il quadro di riferimento in cui gli Stati membri si evolvono, Francia compresa”, ha detto Lagarde in un’intervista concessa a Euronews a inizio luglio. Parole che solo a una prima occhiata sembrano escludere una sua partecipazione alle presidenziali francesi del 18 aprile 2027 (primo turno). Manca ancora tanto (nove mesi da quando la presidente ha rilasciato queste dichiarazioni), e ancora tanto può succedere. 

Di certo c’è che il presidente uscente e in carica, Emmanuel Macron, non potrà ricandidarsi. A differenza di Mario Draghi, figura tecnica, Lagarde ha vocazione e vita politica: già esponente dell’UMP (affiliato al PPE), è stata ministra per il Commercio con l’estero, ministra dell’Agricoltura e poi ministra dell’Economia. Conosce bene l’UE, avendola navigata in queste sue vesti e in quota di partiti pro-europei. Con i partiti tradizionali francesi in affanno, il suo nome potrebbe attirare consensi nel mondo del centro-destra europeista e atlantista. Lei, semplicemente sembra essere in attesa. Non si candida, ma se qualcuno dovesse candidarla potrebbe aprirsi per lei la via della politica.

BCE, un negoziato politico in un’Europa dalle caselle da riempire

Le esternazioni di Lagarde e le speculazioni al riguardo non hanno fatto altro che anticipare un processo, quello di nomina del suo successore, comunque presente nell’agenda di tutti i leader ma lasciata volutamente in sospeso. Intanto perché a livello UE ci sono altri temi considerati di più imminente priorità, a  cominciare dall’approvazione del prossimo bilancio pluriennale comune (MFF 2028-2034). L’obiettivo politico è provare a trovare una quadra a ottobre, e già solo questo dossier, forse ancor più complesso rispetto al passato per un nuovo impianto di bilancio, è motivo per aspettare a parlare di rinnovo della presidenza della BCE.

C’è poi la questione di una presidenza Trump ancora nel pieno delle sue attribuzioni. Le elezioni statunitensi di medio termine si terranno il 3 novembre, e l’UE attende di sapere se Donald Trump manterrà o meno il controllo del Congresso. Un’eventuale affermazione democratica finirebbe col ridurre il raggio d’azione del presidente USA, per nuove relazioni euro-atlantiche. E’ anche questo un motivo di attesa per discutere un dossier non semplice.

Post-Lagarde, i primi nomi e le difficoltà negoziali

I primi nomi ufficiosi iniziano già a circolare, ma da prendere con le cautele del caso visto che un processo di selezioni vero e proprio non è ancora stato avviato. Si ritiene che tre attuali ed ex presidenti di banche centrali siano già in lizza per succedere a Lagarde: Klaas Knot (ex presidente della banca centrale olandese),  Pablo Hernandez de Cos (Spagna), e Joachim Nagel (tedesco, ex Bundesbank).

In politica spesso l’impossibile si materializza, ma va ricordata la regola di equilibri politici e di Paese nell’assegnazione delle cariche di rilievo delle istituzioni comunitarie. La Germania già vanta Ursula von der Leyen alla testa della Commissione europea, e immaginare anche Nagel alla testa della BCE appare difficile. In prospettiva, però, con le elezioni europee del 2029 Berlino perderà certamente la presidenza dell’esecutivo comunitario e provare a forzare la mano vorrebbe dire garantirsi ruoli di vertice per il futuro (il presidente della BCE ha un mandato non rinnovabile di otto anni).

D’altro canto neppure la Spagna può ambire al ruolo, visto che Nadia Calviño occupa già il posto di presidente della Banca europea per gli investimenti (fino al 31 dicembre 2029, con possibilità di rinnovo). Oltretutto in questo momento la Spagna è il Paese dell’UE con  governo socialista in senso proprio (i partiti socialisti di Danimarca e Malta risultano assai più conservatori su molti dossier).

C’è poi la questione della Francia: con l’uscita di scena di Lagarde, anticipata o no, Parigi perderà un posto di vertice. In questo momento però la politica francese è proiettata alle elezioni presidenziali di aprile, e gli equilibri europei sono in secondo piano. Macron è comunque riuscito a far nominare il connazionale François-Louis Michaud alla testa dell’Autorità bancaria europea (EBA) garantendo per la République un ruolo apicale almeno fino a marzo 2031. Questo non vuol dire fine per altri appetiti di vertice, ma consente alla Francia di prendere tempo e aspettare gennaio, quando l’UE sarà chiamata a decidere se confermare o meno Roberta Metsola (PPE) alla testa del Parlamento europeo.

Sarà verosimilmente quello il primo momento di prova per la nuova organizzazione a dodici stelle, poiché il rinnovo del presidente del Parlamento si intreccia con quello del Consiglio europeo: Antonio Costa ha un mandato di due anni e mezzo in scadenza a metà 2027, e il ‘valzer delle poltrone’ vede Parlamento, Consiglio e BCE strettamente legate in queste logiche tutte politiche (i socialisti vorrebbero l’estensione del mandato di Costa in Consiglio, il PPE vorrebbe tenersi Parlamento e magari prendersi anche il Consiglio) ma al contempo geografiche. Va poi tenuto conto che l’attuale vicepresidente della BCE, il croato Boris Vujčić, è stato proposto dal premier croato (PPE), e sostenuto dall’Eurogruppo a maggioranza PPE.

L’Unione europea contemporanea si presenta però al nastro di partenza mai così divisa e litigiosa, come dimostra il dibattito sullo stesso bilancio comune e ancor più i temi migratori. Trovare alleanze, intese e compromessi appare più complicato che mai. Le tensioni che si stanno accumulando tra governi degli Stati membri rischiano di essere proiettate anche in questo processo di nomina tutt’altro che semplice.


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Emanuele Bonini

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