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Roma, 10 giu – Sul 10 giugno 1940 pesa ancora una doppia caricatura. La prima è quella moralistica: l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale come follia di Mussolini, che dal balcone di Palazzo Venezia condannò il paese alla tragedia per vanità, per emulazione o per inseguire qualche migliaio di morti al tavolo della pace. La seconda è quella propriamente autolesionista: l’Italia che entra in guerra impreparata alle sue stesse ambizioni, con le “scarpe di cartone”, il fucile dell’Ottocento, i muli contro i carri armati ecc. Insomma, un modo come un altro per raccontarci che siamo una nazione impreparata per natura, quasi antropologicamente inadatta alla guerra.
A ben vedere si tratta di due versioni diverse della stessa rimozione. La prima cancella la dimensione politica della scelta. La seconda cancella la dignità storica della nazione che la compì. In entrambi i casi, il 10 giugno viene sottratto alla storia e consegnato alla pedagogia dei vinti. Non si deve capire, si deve soltanto ripetere. Non si deve interpretare, si deve soltanto provare imbarazzo. E così una delle date più decisive del Novecento italiano viene ridotta a una filastrocca scolastica, utile a confermare il dogma secondo cui ogni volontà di potenza nazionale sarebbe destinata a trasformarsi in catastrofe.
L’Italia nella Seconda guerra mondiale senza tabù
Eppure il 10 giugno 1940 non fu questo. Fu l’ingresso dell’Italia nella crisi irreversibile dell’ordine uscito dalla Grande guerra. Fu il momento in cui Roma decise di non restare spettatrice mentre l’Europa veniva ridisegnata da altri. Fu, soprattutto, il tentativo di collocare l’Italia dentro una guerra che una parte significativa dell’intelligenza italiana ed europea leggeva non come semplice conflitto tra Stati, ma come guerra rivoluzionaria: guerra contro lo status quo, contro la plutocrazia anglo-francese, contro l’ordine di Versailles e il sistema internazionale nato nel 1919 per consacrare la supremazia dei vincitori e comprimere ogni potenza giovane e proletaria. Per comprendere questa dimensione bisogna uscire dalla cronaca militare e rientrare nella storia politica delle idee. Ugo Spirito, nel suo saggio Guerra rivoluzionaria, scritto tra il 1940 e il 1941, colse esattamente questo punto. Per Spirito la guerra non poteva essere giustificata come mera espansione territoriale, né come contesa di confini, né come guerra dinastica tra potenze. Se doveva avere un senso, quel senso era rivoluzionario: spezzare un ordine mondiale fondato sul privilegio e aprire una forma superiore di relazioni tra popoli.
La parola “rivoluzione”, in Spirito, non indica il sovvertimento caotico o il semplice trionfo di una parte. Indica un principio innovatore generale. La guerra diventa rivoluzionaria quando non si limita a sostituire un dominio con un altro, ma pretende di fondare un ordine più giusto. Qui sta il nucleo più interessante e meno banale della sua riflessione. Gli Alleati, nella sua lettura, non combattono per la libertà in senso universale, ma per la conservazione della libertà dei possessori. Difendono la democrazia formale, cioè il sistema giuridico e politico che garantisce chi già domina: le potenze coloniali, i grandi apparati finanziari, i popoli padroni delle rotte, delle materie prime, degli imperi e dei mercati. La libertà invocata da Londra e Parigi era dunque, per Spirito, una libertà già distribuita secondo i rapporti di forza esistenti. Una libertà per chi possiede, non per chi chiede accesso. Una libertà per i popoli che siedono sopra imperi mondiali, non per le nazioni compresse nei recinti stabiliti dai trattati. Contro questa libertà formale, Spirito opponeva una libertà sostanziale, fondata anche sulla liberazione dal bisogno. È un punto decisivo, perché mostra come la riflessione fascista più radicale non leggesse la guerra in termini puramente nazionalistici o territoriali, ma come scontro tra due concezioni della giustizia storica.
La guerra rivoluzionaria del fascismo
Qui si innesta anche la lezione di Nicola Bombacci. Quando Bombacci afferma che la Seconda guerra mondiale nasce dall’urto di “due concezioni, di due ordini economici, di due morali, di due modi antitetici di sentire i doveri e i diritti dell’individuo nel rapporto con le collettività famigliari, nazionali e mondiali”, individua il carattere profondo del conflitto. Non una guerra del Bene contro il Male, come racconterà la propaganda dei vincitori fissandola nella memoria europea dalle aule del tribunale di Norimberga. Non una guerra provocata da un folle contro un mondo innocente. Ma una guerra di egemonia, di ordine, di civiltà, nella quale le potenze democratiche difesero i propri interessi imperiali con la stessa determinazione con cui gli Stati fascisti tentarono di abbatterli. In questo senso, la domanda di Bombacci sull’alleanza tra Inghilterra e Russia sovietica resta illuminante: come poteva la “terra promessa del lavoro” fare causa comune con il “castello della plutocrazia più nera”? La risposta è brutale: perché nel grande scontro mondiale le narrazioni morali servono a coprire gli interessi storici. Londra non combatteva per i popoli oppressi, così come Mosca non combatteva per una generica liberazione universale. Combattevano per potenza, influenza, sicurezza, spazio, egemonia. La prova più evidente era già nel settembre 1939: Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania per la Polonia, ma non dichiararono guerra all’Unione Sovietica quando Stalin aggredì la Polonia da est. Del destino polacco, evidentemente, importava solo nella misura in cui poteva essere usato per contenere Berlino.
Questo non significa trasformare la storia in un gioco di specchi ma di sottrarla alla favola morale dei vincitori. La Seconda guerra mondiale non nacque come crociata democratica. Nacque dentro la crisi dell’ordine di Versailles, dentro il timore anglo-francese di perdere la propria centralità, dentro l’ascesa di potenze che non accettavano più la distribuzione mondiale del potere stabilita dopo il 1918. L’Italia fascista si inserì in questa frattura. Non come comparsa, non come appendice grottesca della Germania, non come nazione trascinata al macello da un abbaglio teatrale, ma come potenza che rivendicava un proprio spazio imperiale, mediterraneo, europeo e rivoluzionario.
L’Italia e la Germania non potevano non essere alleati
Anche il rapporto con la Germania va liberato dai cliché. La vulgata postbellica ha costruito un’immagine comoda: l’Italia subalterna, il fascismo satellite, Mussolini trascinato da Hitler. Ma la realtà fu più complessa, e soprattutto va collocata dentro il grande problema europeo del primo Novecento: la questione tedesca. Pietro Buscaroli lo ha sintetizzato con lucidità brutale: l’Impero tedesco si presentò sulla scena del secolo decimonono come lo Stato più moderno, organizzato, dinamico e culturalmente vitale del continente. Industria, tecnica, università, esercito, amministrazione, ricerca scientifica: la Germania guglielmina incarnava una forma superiore di modernità europea, capace di contendere alla Gran Bretagna non soltanto il primato economico, ma la direzione stessa della civiltà continentale. Per impedirle di assumere quella supremazia che, nella storia europea, era toccata a turno alle grandi potenze, Londra dovette mobilitare contro Berlino coalizioni sempre più vaste, fino a trascinare nel conflitto gli Stati Uniti. E la seconda volta, nota Buscaroli profeticamente, per espellere la Germania dalla storia d’Europa si finì per espellere l’Europa dalla storia del mondo.
Questa osservazione è decisiva perché rompe la favola moralistica della guerra come semplice reazione al “male tedesco”. La Germania non fu combattuta soltanto per ciò che faceva, ma per ciò che rappresentava: una potenza continentale giovane, industriale, demograficamente forte, tecnologicamente avanzata, capace di mettere in discussione l’equilibrio marittimo e finanziario costruito dall’impero britannico. Dietro la retorica della libertà e del diritto internazionale agiva una logica molto più antica: impedire che una nuova potenza egemonica alterasse la distribuzione mondiale del potere. In questo senso, la riflessione di Göring dalle celle di Norimberga conserva una sua forza polemica difficilmente liquidabile: dopo secoli di espansioni territoriali britanniche, francesi e americane, dopo la conquista della California, del Messico settentrionale, dell’India, dell’Africa e di mezzo mondo, l’espansione territoriale diventava improvvisamente un crimine assoluto solo quando a praticarla arrivano Italia, Germania e Giappone. Non era certo una giustificazione quanto la lucida denuncia dell’ipocrisia storica dei vincitori.
Non poteva esserci neutralità
Dentro questa dinamica va collocata anche la posizione italiana. Mussolini non guardava alla Germania come a un padrone cui obbedire, ma come alla forza che stava facendo saltare l’ordine di Versailles e aprendo una crisi generale dell’equilibrio europeo. Per questo tentò fino all’ultimo, nel 1939, di evitare l’esplosione immediata del conflitto, cercando una nuova Monaco, proponendo mediazioni, tentando di trasformare la crisi di Danzica in conferenza internazionale. La non belligeranza italiana non fu codardia, ma manovra politica: conservare margine, evitare una guerra prematura, non rompere l’Asse, ma neppure consegnarsi automaticamente alla dinamica tedesca. Quando poi l’Europa entrò nel turbine, il problema per l’Italia diventò un altro: restare fuori significava davvero conservare libertà d’azione? Oppure significava accettare che il futuro del continente venisse deciso senza Roma, tra Berlino, Londra, Parigi e poi Washington e Mosca? Questa è la domanda che la retorica antifascista evita accuratamente. Perché se la si prende sul serio, il 10 giugno appare in una luce diversa: non come capriccio, ma come risposta alla possibilità concreta che l’Italia venisse esclusa dalla grande redistribuzione del potere europeo. Restare neutrali avrebbe potuto sembrare prudente, ma la neutralità non è mai una posizione astratta: dipende dai rapporti di forza. In un’Europa dominata dalla guerra, chi resta fuori senza essere abbastanza forte da imporre la propria neutralità rischia di diventare oggetto della storia, non soggetto.
L’Italia “impreparata” è una favola di cartone
Il punto, allora, non è ripetere che l’Italia era “impreparata”, formula spesso usata come clava ideologica più che come giudizio storico. Il Regio Esercito, la Regia Marina e la Regia Aeronautica avevano limiti, ritardi, rigidità dottrinali e problemi di coordinamento, ma non erano la barzelletta raccontata per decenni. Le “scarpe di cartone” appartengono più alla mitologia dell’autodenigrazione che alla storia militare. Il fucile 91 era coetaneo di molte armi lunghe ancora in uso presso altri eserciti. In Nord Africa, almeno nella prima fase del conflitto, il confronto con gli inglesi non fu affatto quella caricatura di inferiorità assoluta che la memorialistica postbellica ha imposto. La Divisione Ariete a Bir el Gobi dimostrò che, in condizioni tattiche adeguate, il soldato italiano e i reparti corazzati italiani potevano combattere e vincere. Il problema italiano non fu una presunta incapacità naturale alla guerra. Fu piuttosto la difficoltà di trasformare una visione politica in sistema integrale di potenza: comando, industria, logistica, dottrina, coordinamento interforze, mobilitazione spirituale e tecnica della nazione. Non è una differenza da poco. La vulgata dice: l’Italia non poteva combattere perché era ridicola. Una lettura più seria dice: l’Italia entrò in una guerra totale mentre stava ancora cercando di completare la propria trasformazione in Stato totalitario moderno. La rivoluzione fascista pretendeva di rifare l’uomo, lo Stato, il lavoro, l’economia, l’impero; ma la guerra mondiale impose tempi più rapidi della costruzione interna.
Il significato politico del conflitto mondiale
È qui che torna centrale la riflessione di Spirito. La sua Guerra rivoluzionaria nasce proprio dal bisogno di dare al conflitto un contenuto politico superiore. Non bastava combattere contro l’Inghilterra. Bisognava spiegare perché quell’Inghilterra rappresentasse un ordine da superare. Non bastava essere alleati della Germania. Bisognava chiarire quale fosse la funzione italiana dentro il nuovo assetto europeo. Non bastava vincere militarmente. Bisognava sapere quale civiltà sarebbe sorta dalla vittoria. Questo spiega anche l’interesse di Bottai per il testo di Spirito. Bottai, con Critica fascista, con Primato, con la sua azione nel campo dell’educazione e della cultura, comprese che la guerra era anche una battaglia intellettuale. Non nel senso decorativo della propaganda, ma nel senso più profondo: ogni guerra mondiale è anche guerra di interpretazione. Chi definisce il senso della guerra, definisce il senso della pace che verrà dopo. Per questo gli intellettuali fascisti vennero chiamati a pensare il conflitto, a ideologizzarlo, a sottrarlo alla pura dimensione militare.
Il fatto che Mussolini giudicasse il testo di Spirito “intelligente, ma contraddittorio” non diminuisce il valore della questione. Anzi, lo conferma. La contraddizione riguardava il punto più delicato: il rapporto tra universalismo rivoluzionario italiano e forza tedesca. Spirito assegnava all’Italia una funzione politica e spirituale: non imitare la Germania, non sciogliersi nella Germania, ma portare dentro la guerra dell’Asse una visione più ampia, più romana, più universalistica. L’Italia avrebbe dovuto rappresentare il principio ordinatore capace di superare tanto il vecchio liberalismo plutocratico quanto il rischio di un dominio puramente egemonico. Era una posizione ambiziosa, forse difficilissima, ma non servile. Ed è precisamente questa ambizione che bisogna recuperare se si vuole capire il 10 giugno. L’Italia fascista non entrò in guerra per diventare provincia dell’Europa tedesca. Entrò in guerra perché riteneva che la crisi dell’ordine liberale aprisse uno spazio storico per la propria idea di civiltà. Si può discutere la lucidità della previsione, la tenuta della strategia, la capacità della classe dirigente, la concreta coerenza del regime. Ma non si può ridurre tutto alla caricatura del Paese povero e male armato che segue il più forte per raccogliere briciole.
Il fronte rimosso del Mediterraneo
Quella scelta ebbe anche una dimensione mediterranea, che da Paese che ignora la sua vocazione abbiamo disimparato a riconoscere. L’Italia non poteva pensarsi grande potenza restando chiusa dentro il recinto stabilito dalle potenze marittime. Il Mediterraneo era formalmente il suo mare, ma strategicamente era controllato da altri. Gibilterra e Suez, Malta e Alessandria, le rotte imperiali britanniche, la presenza francese in Nord Africa: tutto ricordava all’Italia che la sua posizione geografica non coincideva ancora con una vera sovranità geopolitica. Parlare di guerra contro la plutocrazia significava anche parlare di questo: non solo banche e finanza, ma controllo materiale degli spazi, dei passaggi, delle vie del commercio, dell’accesso al mondo. L’Italia cercava spazio. Spazio economico, spazio demografico, spazio imperiale, spazio simbolico. Cercava di rompere la condizione di media potenza mediterranea sorvegliata da imperi più antichi e più ricchi. Non era un capriccio: era la logica stessa di una nazione giovane, uscita tardi dall’unificazione, arrivata tardi alla spartizione coloniale, entrata nella modernità con una fame di riconoscimento che l’ordine di Versailles aveva frustrato invece di comporre.
Per un nuovo ordine europeo
La successiva vittoria alleata ha sepolto tutto questo sotto una montagna di retorica. La guerra è stata raccontata come scontro tra democrazia e totalitarismo, tra libertà e oppressione, tra mondo civile e barbarie. Ma il risultato storico fu molto meno edificante: l’Europa perse se stessa. La Gran Bretagna vinse militarmente e perse l’impero. La Francia uscì dal conflitto umiliata e ridimensionata. La Germania venne spezzata. L’Italia venne occupata, divisa, rieducata. I veri vincitori furono gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Da Jalta in poi, l’Europa cessò di essere centro della storia mondiale e divenne spazio amministrato da potenze esterne. Questa è la conferma postuma che il problema posto dal 10 giugno non era immaginario e nemmeno velleitario. La guerra decise davvero se l’Europa potesse ancora essere soggetto o dovesse diventare oggetto. L’Italia perse, la Germania perse, l’intero continente perse la propria centralità. Sopravvissero le narrazioni morali, ma la sostanza geopolitica fu chiara: il mondo europeo venne consegnato alla lunga tutela americana e sovietica. Il vecchio ordine anglo-francese cadde, ma non nacque un nuovo ordine europeo. Nacque un ordine mondiale anti-europeo.
Per questo la riflessione di Spirito resta attuale anche oltre la contingenza bellica. Spirito aveva intuito che il mondo andava verso una crescente unificazione tecnica e culturale. Ma aveva anche compreso il pericolo: se l’unificazione non nasce da una comune concezione spirituale e morale, degenera in standardizzazione, banalizzazione, livellamento. Il mondo uscito dal 1945 ha seguito esattamente questa traiettoria. Non una civiltà universale superiore, ma un mercato globale. Non una nuova giustizia tra popoli, ma una tecnica planetaria al servizio del consumo. Non l’uomo nuovo, ma l’individuo sradicato, connesso, intercambiabile.
L’Italia nella storia fa ancora paura
Il 10 giugno, allora, non va ricordato con nostalgia retorica né con vergogna obbligatoria. Va ripensato come una delle ultime date in cui l’Italia tentò di collocarsi al centro della decisione storica. Non come Paese neutrale in attesa del vincitore, non come provincia morale dell’Occidente liberale, non come comparsa mediterranea, ma come nazione intenzionata a partecipare alla fondazione di un ordine nuovo. La sconfitta non cancella quella domanda. La rende più tragica. E la domanda è ancora qui: l’Italia deve limitarsi ad adattarsi agli ordini costruiti da altri, oppure può pensarsi come soggetto di storia? L’Europa deve restare il continente delle memorie rinnegate e delle sovranità perdute, oppure può tornare a immaginare una forma propria di civiltà? I popoli devono vivere dentro la libertà formale concessa dai padroni del mondo, oppure possono pretendere una libertà sostanziale, fatta di potenza, giustizia, identità?
Il tabù sulla guerra italiana serve a impedire queste domande. Serve a trasformare la storia nazionale in un lungo esercizio di minorità. Serve a dire agli italiani che ogni volta che hanno tentato di essere grandi hanno prodotto soltanto rovina. Ma una nazione che accetta questa lezione è già finita. La storia, invece, chiede un’altra postura: guardare la tragedia senza abbassare gli occhi, riconoscere la sconfitta senza adottare la lingua dei vincitori, studiare gli errori senza trasformarli in odio di sé. Il 10 giugno 1940 fu l’ingresso dell’Italia in una guerra mondiale, ma fu anche il tentativo di dare a quella guerra un senso rivoluzionario: abbattere l’ordine capitalistico, impedire che l’Europa venisse definitivamente consegnata a forze estranee alla sua civiltà. Quel tentativo fallì. Ma il mondo nato dal suo fallimento, livellato dalla tecnica, dominato dalla finanza, amministrato da potenze extraeuropee e incapace di concepire la libertà come destino comune dei popoli, dimostra che la questione posta allora non appartiene affatto al passato.
Sergio Filacchioni
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