A Gaza 1,98 milioni di persone, il 94% della popolazione, necessitano urgentemente di assistenza abitativa. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dello Shelter Cluster del Norwegian Refugee Council (Nrc), diffuso oggi.

(Foto NRC)

A quasi tre anni dall’escalation del conflitto e a dieci mesi dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la crisi abitativa nella Striscia di Gaza continua ad assumere proporzioni drammatiche. Secondo l’ultimo rapporto dello Shelter Cluster, coordinato dal Norwegian Refugee Council (Nrc), 1,98 milioni di persone, pari al 94% della popolazione delle aree accessibili, necessitano di assistenza urgente per l’alloggio e per i beni essenziali destinati alla vita quotidiana. Il dato più preoccupante non riguarda solo la distruzione degli edifici. La ricerca, basata su quasi 2.000 interviste realizzate nel giugno 2026, mostra come la maggior parte delle famiglie sia intrappolata in condizioni che compromettono ogni aspetto della vita domestica: dormire, cucinare, lavarsi, conservare acqua e cibo, illuminare gli ambienti o proteggersi dalle temperature estreme.

(Zyad Abu Mariam/NRC)

Precarietà come condizione permanente. Oltre quattro famiglie su cinque sono classificate in condizioni “critiche” o “catastrofiche”. Il 54% della popolazione rientra nella fase critica e un ulteriore 4% in quella catastrofica. Tutti i governatorati analizzati risultano nella fase 4 della classificazione internazionale della gravità del bisogno abitativo. “Un riparo non è adeguato semplicemente perché ha quattro mura o un tetto”, osserva Jehan Salim, coordinatrice nazionale dello Shelter Cluster. “Le famiglie devono poter dormire, cucinare, lavarsi e tenere al sicuro i propri figli al suo interno”. Il 77% delle famiglie è ancora sfollato e il 45% è stato costretto a spostarsi almeno sette volte. Quasi due terzi degli abitanti vivono in tende o rifugi improvvisati, mentre oltre la metà utilizza la stessa tenda da più di un anno. Molte di queste strutture, progettate per emergenze temporanee, hanno attraversato già uno o due inverni e mostrano segni evidenti di deterioramento.

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Zyad Abu Mariam/NRC)

Vivere sotto una tenda. Le condizioni materiali sono allarmanti. Il 54% delle tende e dei rifugi di fortuna è giudicato in cattivo o pessimo stato e si stima che oltre 100 mila nuclei familiari vivano in strutture che rappresentano un rischio diretto per salute, sicurezza e dignità. Anche chi trova riparo in edifici non è necessariamente al sicuro: il 72% delle famiglie ospitate in abitazioni o edifici collettivi vive in strutture danneggiate, mentre il 71% dichiara di non poter sostenere i costi dei materiali necessari per le riparazioni. La crisi si misura soprattutto all’interno delle abitazioni. L’84% delle famiglie vive in condizioni domestiche considerate critiche o catastrofiche. L’energia elettrica è talmente scarsa che l’illuminazione media disponibile si limita a circa tre ore al giorno. Il 91% delle famiglie dispone di sistemi di raffrescamento inefficaci e l’84% denuncia l’inefficacia dei mezzi per riscaldarsi. Per cucinare, quasi la metà delle famiglie brucia plastica, pneumatici, cartone o rifiuti, una pratica che espone a seri rischi sanitari. Le difficoltà riguardano anche il sonno, l’igiene e la conservazione degli alimenti. Il 71% delle famiglie riferisce problemi nel dormire per mancanza di spazio o di materassi e coperte. Il 64% non riesce a conservare in modo adeguato acqua e cibo. Sette nuclei su dieci non dispongono di spazi o attrezzature sufficienti per preparare i pasti, mentre il 72% non ha accesso a una struttura privata per lavarsi. Particolarmente vulnerabili risultano le famiglie numerose e quelle con persone con disabilità. Secondo il rapporto, la presenza di almeno una persona con disabilità o di sette o più componenti raddoppia la probabilità di trovarsi nelle categorie di bisogno più grave.

(Photo Credit: NRC)

Allagamenti, infestazioni e aiuti insufficienti. A tutto questo si aggiunge un ambiente esterno sempre più degradato. Il 98% delle famiglie segnala almeno un pericolo nel raggio di dieci metri dal proprio riparo. Rifiuti accumulati, macerie, cani randagi, fosse fognarie scoperte e liquami sono ormai parte del paesaggio quotidiano. I roditori rappresentano l’emergenza più diffusa: il 92% li segnala nei dintorni dell’abitazione e l’89% all’interno. Le infestazioni provocano contaminazione degli alimenti, danni ai pochi beni posseduti e problemi sanitari diffusi. L’inverno scorso ha aggravato ulteriormente la situazione: il 71% delle famiglie è stato colpito da allagamenti e oltre l’80% di quelle interessate ha visto danneggiati materassi, coperte, vestiti e altri beni essenziali. Il 60% ha perso anche parte delle proprie scorte alimentari.
Risposta umanitaria insufficiente. Nonostante l’entità della crisi, la risposta umanitaria resta insufficiente. Solo il 10% delle famiglie aveva ricevuto aiuti per l’alloggio o beni non alimentari nel mese precedente all’indagine. Le scorte disponibili di tende, coperte e materassi risultavano quasi esaurite già a giugno 2026. Le organizzazioni umanitarie attribuiscono gran parte di questo stallo alle restrizioni sull’ingresso di materiali da costruzione, carburante, impianti solari, macchinari per la rimozione delle macerie e altri beni considerati strategici, oltre alla cronica carenza di fondi. Per milioni di palestinesi, conclude il rapporto, la vera emergenza non è soltanto avere un tetto sopra la testa, ma recuperare le condizioni minime che permettono a una casa di essere davvero tale.

Appello alla comunità internazionale. Per questo lo Shelter Cluster chiede ai Paesi donatori di aumentare il sostegno finanziario e di fare pressione su Israele affinché vengano rimosse le restrizioni all’ingresso di tende, materiali per la riparazione e la ricostruzione, carburante, impianti solari, contenitori per l’acqua e macchinari per la rimozione delle macerie, oltre a garantire finanziamenti proporzionati alla gravità della crisi umanitaria.




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