Il “Terzo piano d’azione nazionale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità” è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 maggio 2026, tramite DPR del 12/03/2026 del Presidente Mattarella. Tale obiettivo non è una semplice dichiarazione d’intenti, ma una vera e propria bussola che l’Italia seguirà per i prossimi 3 anni.
Il piano d’azione nazionale tramite un documento programmatico di valore triennale ha il compito di definire le azioni prioritarie, i tempi, i soggetti responsabili e gli indicatori per misurare i risultati legati all’inclusione delle persone disabilizzate.
Il piano si articola in 7 linee di intervento concrete;
- Accessibilità; barriere architettoniche e digitali e di accesso al patrimonio digitale e media.
- Benessere e salute: potenziamento delle competenze cliniche dei medici e creazione di reti ospedaliere dedicate
- Inclusione lavorativa: aggiornamento e miglioramento della collocazione mirata e tutele contro le discriminazioni (anche per i caregiver)
- Istruzione, università e formazione: garanzia della continuità didattica e definizione di profili per l’assistenza all’autonomia
- Progetto di vita: deistituzionalizzazione, abitare autonomo e il “dopo di noi”
- Sicurezza inclusiva e cooperazione internazionale: gestione emergenza e calamità naturali a tutela delle persone con disabilità
- Sistemi di monitoraggio digitalizzazione dei dati: si sottolinea l’utilizzo della piattaforma ISTAT disabilità in cifre e obbligo di un report annuale di controllo
Successivamente al PNRR è stata promulgata la legge n. 227/2021 (legge delega), per riformare interamente la materia della disabilità. A tale riguardo è essenziale citare il DCR 62/2024, che ha mirato a ridefinire la condizione giuridica di disabilità, partendo dall’eliminazione di tutte quelle disabilizzanti visite mediche frammentate, lasciando spazio ad una nuova visione, quella di una visita medica unica, più incentrata sull’individuo e sul suo piano di vita.
Di conseguenza questo nuovo piano d’azione nazionale è il risultato di un cambiamento strutturale nazionale che affonda le sue radici dal 2021. Si crea questa sorta di grande “contenitore nazionale” al cui interno si parla di politiche economiche, sociali e sanitarie, con lo scopo di finanziare l’autonomia del singolo.
A livello internazionale questo rappresenta l’adempimento delle promesse che l’Italia ha contratto verso l’ONU e l’UE.
Questo piano d’azione, come predetto, non è fare beneficenza oppure fare assistenzialismo, ma al contrario contribuire in modo attivo allo scardinamento del modello “disabile” visto ed applicato fino ad oggi. Il riconoscimento dell’individuo come agente attivo e non più come un’entità passiva, priva di vita, fatto anche d’incombenze e desideri, contribuisce all’autodeterminazione degli stessi.
Negli anni precedenti in Italia si vedeva la realizzazione di un modello medico, retrogrado, assistenzialista e di depersonalizzazione. La vita di una persona con disabilità ruotava su due piani certi: lo stato avrebbe visitato la persona, tramite commissione INPS e avrebbero decretato il livello di “invalidità”. A questo seguiva l’erogazione di una data somma monetaria per “compensare ed assistere” oppure si optava per lo spostamento dell’individuo in strutture specializzate, che però agivano solo come aree di confino. Chiamare la condizione in cui una persona riversa “invalidità” porta un difetto in seno, come un sottotono amaro di non essere validi, giusti, corretti o in grado di.
Con questo piano d’azione nazionale, si intende superare questo metodo datato, con l’obiettivo di ottemperare agli accordi ONU. Si è finalmente compreso che l’individuo, descritto prima come “disabile” oppure come “persona con disabilità”, è al contrario una persona “disabilizzata” dalla società in cui abita, che, creando strutture non adeguate alle sue necessità, “disabilizza” ed impedisce l’autodeterminazione della/o stessa/o.
A livello più pratico, ad oggi, il piano nazionale prevede che una persona possa scegliere autonomamente modelli di cohousing, convivere con altre persone, oppure servizi di assistenza autogestiti, scegliendo con chi e come vivere.
Il piano d’azione interviene inoltre anche sul piano sociale, combattendo l’abilismo.
Se consideriamo l’abilismo come quel pregiudizio sociale sistemico per cui si considerano inferiori le persone disabilizzate per via dei loro corpi, atteggiamenti di vita ecc, questo genera inevitabilmente distanza e segregazione. Il piano interviene proprio su quei piani sociali essenziali per l’individuo, come la scuola, la casa, il lavoro ed il tempo libero personale.
Nelle classi, per legge, l’Italia è obbligata a dare pari livello di istruzione per grado e qualità a tutti i suoi alunni e studenti a qualunque grado. In passato però si delegava tutto al professore/professoressa o insegnante di sostegno, visto come una figura di serie B, unico/a responsabile o assistente del ragazzo/a “disabilizzato/a”, proponendo percorsi formativi pieni di lacune e frammentati. Ad oggi, con il piano nazionale si parlerebbe di dare continuità e specializzazione anche in questo campo, per evitare un continuo susseguirsi di insegnanti sia per le persone “disabilizzate” che per gli studenti e le studentesse in generale.
Nel mondo del lavoro a causa delle cosiddette “liste speciali” si vedeva la persona “disabilizzata” come un qualcuno che qualora avesse ottenuto una data mansione, l’avrebbe avuta solo grazie alla sua disabilità, relegandolo/a il più delle volte in contesti lavorativi svilenti e non coerenti con le capacità dell’individuo. Attualmente nel piano nazionale si introducono modifiche che ruotano sullo smart-working, riforma degli uffici di collocamento, maggiormente incentrati sulle reali competenze della persona, introduzione di accomodamenti ragionevoli, come accompagnamenti oppure riduzione oraria, per evitare che sia ancora una volta la persona a doversi adattare alla società disabilizzante.
Per quanto riguarda la famiglia in passato, perpetrando un modello sessista e patriarcale, si vedevano madri, o comunque il lato genitoriale, annullarsi per assistere i loro figli/e “disabilizzati/e”, rinunciando alla loro stessa indipendenza. Ad oggi finalmente, si riconosce come figura nazionale il ruolo del caregiver, questo riconoscimento restituisce loro un ruolo puramente affettivo e familiare.
Infine, con il nuovo piano nazionale, si elimina la burocratizzazione dell’individuo auspicando di creare esclusivamente una biografia personale. La persona non dovrà più rincorrere i vari uffici territoriali per farsi riconoscere un suo diritto, per ottenere assistenza oppure strumenti compensativi, ma si mira ad unificare tutti i documenti nei fondo di progetto.
In conclusione questa piccola riforma non va vista come un punto d’arrivo, data la lunga strada che l’Italia ha ancora davanti, ma rappresenta sicuramente un primo passo ed una speranza concreta per tutte quelle persone che non vogliono farsi “disabilizzare” da una società abilista.
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