Far dialogare senza barriere l’arte antica, quella moderna e quella contemporanea in un percorso che si muove fino a toccare il Novecento.
Alessandra Guerrini, direttrice delle Gallerie Nazionali di Genova dal 2019 lascia l’incarico ma prima di andare in pensione, restituisce al pubblico degli ultimi due piani di Palazzo Spinola all’interno dei quali, oltre alle opere d’arte esposte, si muove una nuova identità per i musei genovesi.
“Il lavoro fatto è una grande conclusione“, confida Guerrini, ripercorrendo i sette anni trascorsi alla guida dell’istituzione. “Abbiamo terminato il cantiere del terzo e quarto piano, ottimizzando l’impiantistica e ripensando l’allestimento per restituire respiro alle opere“. Un lavoro che, lontano dall’essere una semplice conservazione, ha segnato il passaggio di Palazzo Spinola da luogo di sola custodia a laboratorio vivo.
A partire da oggi la direttrice non abbandonerà certamente il mondo culturale e artistico, anzi. “In questi anni mi è mancato moltissimo poter ricominciare a studiare – confessa -. Quando si dirigono tanti musei, ci sono grandi compiti organizzativi e il tempo per lo studio è praticamente azzerato”.
Guai a pensare che Guerrini tracci un bilancio; in realtà delinea i contorni di una trasformazione di cui lei, e con lei tutto il personale delle gallerie, è stata artefice.
Una stagione in cui Palazzo Reale e Palazzo Spinola hanno progressivamente abbandonato l’idea del museo come luogo statico della conservazione per diventare spazi capaci di dialogare con il presente, con il territorio e con altre forme artistiche.
Lo aveva annunciato già nel corso della presentazione del rinnovato allestimento e lo ha ribadito ancora: 109 opere acquisite, un numero incredibile che testimonia il grande lavoro che la Galleria Nazionale ha condotto.
“È un lavoro di ricerca ma non solo – spiega –. È un lavoro che discende da un rapporto corretto e trasparente col mondo del mercato antiquario ed è un lavoro che è stato molto sostenuto dal nostro Ministero con grandi finanziamenti. La possibilità di acquisire opere importanti attira anche i collezionisti privati per lasciti, donazioni e altre cose che arricchiscono ulteriormente il patrimonio del museo”.
Il riferimento è all’acquisizione di una parte del lascito Valle, inserito proprio all’interno del riallestimento espositivo degli ultimi due piani di Palazzo Spinola.
Una sorta di ‘gioco’ che muove la linea del tempo avanti e indietro, mettendo in rapporto diretto l’arte del Novecento con opere di artisti ancora viventi come Michelangelo Pistoletto, con i nomi del passato quali Piola, Strozzi, Reni, solo per citarne alcuni.
A proposito Guerrini racconta: “È stata una scelta un po’ dell’ultima ora, ma ci piaceva di mettere a confronto il contemporaneo con l’antico perché pensiamo sia molto stimolante. L’avevamo già un po’ fatta con la mostra “Genova 60”, allestendo a Palazzo Reale alcune opere di queste importanti collezioni genovesi di Novecento Quella mostra è stata in parte ‘ l’inizio dei contatti con i collezionisti di Novecento; il lavoro non è mai fine a se stesso e a volte genera anche delle conseguenze che non ci si immagina. Questa disponibilità di Spinola di essere accogliente rispetto al mondo circostante è ormai una parte costitutiva della sua missione”.
Un lavoro importante quello condotto da Guerrini che in sette anni, un traguardo considerevole per una figura dirigenziale nell’ambito, ha saputo traghettare i musei da ‘scatole chiuse’ a luoghi che sanno intrecciarsi con la quotidianità e con la contemporaneità.
“Questo, secondo me, è la conseguenza della riforma dei musei del 2014-15, che ha dato l’autonomia ai musei e ha dato loro dei bilanci importanti. Senza denaro non si va da nessuna parte, ma anche senza autonomia, perché l’autonomia consente appunto di immaginarsi delle cose diverse, di fare delle convenzioni con delle società musicali o teatrali”.
Degli anni difficili della pandemia, Guerrini ribalta il punto di vista: “Ci hanno frenati, ma fino a un certo punto. In quel periodo abbiamo studiato, pulito, digitalizzato. Abbiamo fatto cose che ci siamo ritrovati negli anni successivi”.
“La mia impressione, dopo tutti questi anni, è che questi grandi finanziamenti e la sempre maggiore autonomia, che vuol dire che non solo è autonomo il direttore, ma ci sono anche tutti i direttori dei vari musei che hanno una loro capacità autonoma di gestione e di progettazione, tutto questo, insieme, fa sì che ci sia siano crescita e rinnovamento in tutti i musei, che sono diventati appunto luogo di produzione, perché hanno comunque degli spazi dove si può portare il contemporaneo, dove si può portare la musica, il teatro e tutte le arti”.
Una crescita che induce in chi visita gli spazi museali la voglia di tornare a visitarli per scoprirne dettagli sempre differenti.
La cultura è anche capace di farsi presidio e a Palazzo Spinola questo avviene in maniera manifesta. Stretto tra via della Maddalena e via San Luca, il palazzo è uno dei fari del centro storico: “Siamo consapevoli di essere un presidio. Nei prossimi anni lavoreremo alla quella che sarà il nuovo bookshop, la biglietteria su via San Luca; abbiamo avuto un finanziamento importante, stiamo finendo la progettazione, anche quello sarà un lavoro lungo perché stiamo lavorando in un complesso di case a schiera medievali, quindi un lavoro tutt’altro che semplice. Questo è un passo per noi per stare in rapporto col quartiere, per non essere una torre d’avorio isolata”.
Intato, da Palazzo Spinola la collezione sembra destinata a spostarsi ma questo non avverrà in tempi brevi perché la sede ipotizzata, quella di Palazzo Raggio in largo Zecca, necessita di importanti interventi: “Il lavoro di ristrutturazione da fare è molto importante – spiega Guerrini – la prima necessità sarà di effettuare un cantiere che sia prima diagnostico, poi pilota e, alla fine, un cantiere impiantistico molto importante. Sarà quindi sarà un lavoro lungo proprio sulla struttura dell’edificio che richiederà un finanziamento molto importante sul quale stiamo facendo le indagini preliminari e cominciando a buttare giù le linee di di progettazione generale. È un po’ presto per immaginare la Galleria Nazionale della Liguria già a livello museografico all’interno. Nel palazzo c’è um ambiente ampio e neutro ideale per un museografico; in un piano, invece, è il trionfo del neobarocco dei primi del Novecento. Sono ambienti molto carichi e la sfida sarà proprio quella di capire cosa mettere e dove. È una sfida, ma nella migliore delle ipotesi da qui ai prossimi cinque o sei anni”.
In sette anni di acquisizioni, studi e ricerche, i momenti di emozione sono stati numerosi, ma uno in particolare è rimasto nel cuore della direttrice: “Se dovessi citare un’opera a cui sono particolarmente affezionata, siccome io sono una storica dell’arte medievale di formazione, l’acquisizione che mi ha più commosso è stata quella del Donato de’ Bardi. È un’opera su cui tutti abbiamo studiato all’Università studiando Federico Zeri, un’opera che davamo per non più visibile perché da molti anni in una collezione privata. Far arrivare qui quest’opera che ha questa luce straordinaria e questo interno di chiesa genovese per me è stata una cosa incredibile”.
Ma de Bardi è in buona compagnia: “Anche il lascito di Eraldo Valle è stato emozionante. Il collezionista aveva espresso una volontà testamentaria di lasciare la collezione o parte della collezione a una pubblica, una o più pubbliche istituzioni. È stato poi una decisione degli eredi di indirizzare una parte importante della collezione a Palazzo Spinola e questo è stato un processo di costruzione proprio del rapporto con questa collezione graduale. È stato una una cosa affascinante, diciamo. E adesso vederla insieme ai dipinti antichi di Spinola è una cosa, devo dire, è estremamente appagante e, secondo me, stimolante per chi per chi la vede. Perciò abbiamo deciso di mescolare l’antico e il moderno provando a suscitare momenti di pensiero e di meditazione diversi dal solito”.
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Isabella Rizzitano
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