se l’enologia è antimafia e green



Alla politica che discute se mettere all’asta le terre sottratte ai clan, Centopassi risponde con rigore imprenditoriale. L’esperienza siciliana delle cooperative Libera Terra dimostra che la vera tutela del patrimonio è il presidio economico

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A Cinisi, cento passi erano la distanza fisica che separava la casa di Peppino Impastato, attivista e giornalista assassinato nel 1978, dall’abitazione del boss Gaetano Badalamenti. Nel 2005, quel raggio geografico fatto di contiguità è diventato il nome di una scommessa enologica: Centopassi.

La realtà vitivinicola del Consorzio Libera Terra Mediterraneo – che coltiva circa 70 ettari confiscati alle mafie nell’Alto Belice Corleonese, muovendosi tra San Cipirello, San Giuseppe Jato, Monreale e Corleone – a capovolto il senso di quella misura.

Oggi non racconta una storia di trincea, ma una dinamica commerciale solida, capace di registrare nel 2025 un incremento delle vendite del 18,5 per cento. In questa sua storia, però, la cantina ha bandito il sentimentalismo da volantino per andare al cuore dei risultati. Perché per ridare dignità a un territorio, la prima regola è fare bene il vino.

Il valore della legge 109

Dietro i filari c’è l’applicazione quotidiana della legge 109/1996 sul riutilizzo sociale dei beni sottratti ai clan. Una norma che ha impedito a questi terreni di finire nuovamente all’asta finanziaria, dove i vecchi boss avrebbero potuto ricomprarseli attraverso prestanome insospettabili.

Eppure, nei palazzi della politica si discute ancora di modificare la normativa per spingere sulla privatizzazione dei beni, giustificando la ritirata dello Stato con la cronica mancanza di fondi dei piccoli comuni. In questo dibattito, il successo di Centopassi dimostra che la terra confiscata genera ricchezza per la comunità solo se è supportata da un progetto imprenditoriale rigoroso.

«Troppi progetti in Italia sono nati più per iniziativa politica locale e per l’estemporaneità di un annuncio, senza business plan reali in grado di reggere il confronto commerciale – spiega Giovanni Ascione, consigliere delegato del consorzio e winemaker di Centopassi – noi stiamo dimostrando che si può stare sul mercato con un’economia sociale che faccia rinascere territori che sono stati nel frattempo deturpati e depredati dalla criminalità.

Lo dico sempre: mai una lira di soldi pubblici se non nei normali contributi europei all’agricoltura, i Psr e gli Ocm. Il posizionamento economico era il vero spirito della legge e noi lo incarniamo».

Essere competitivi

Qui la legalità non è un bollino etico per l’etichetta, ma un calcolo che tocca la vita delle persone. I “costi della legalità” – dall’applicazione rigida dei contratti collettivi nazionali alla redazione minuziosa del bilancio sociale – sono gestiti come fattori di competitività. La cooperativa liquida i vignaioli a prezzi da tre a sette volte superiori rispetto alla borsa merci siciliana, restituendo valore economico alle braccia di chi lavora.

Il monitoraggio supera la semplice fedina penale: la frequentazione accertata, fuori dall’orario lavorativo, di soggetti vicini alla criminalità organizzata comporta l’immediata fine del rapporto. È un’ossessione necessaria, che col tempo ha cambiato l’aria che si respira in paese.

«Vent’anni fa – ricorda Ascione – le riunioni si svolgevano sotto scorta dei carabinieri e i soci subivano l’ostracismo nei bar del paese; oggi la realtà è percepita come una solida risorsa economica che paga i fornitori in anticipo rispetto alla scadenza della fattura».

In quelle stesse piazze, adesso, la gente si avvicina per chiedere un lavoro regolare. Eppure, per vincere la sfida culturale, l’azienda ha scelto il totale anonimato dei propri lavoratori sulla scena pubblica.

Nei canali social e sul sito web non ci sono i primi piani dei braccianti o dei manager: «Non ci piace la poesia del villico che lotta a petto in fuori – incalza l’enologo – i nostri vigneti sono gestiti esattamente come quelli dei grandi marchi privati siciliani. Nessuna narrazione dell’eroe. Pubblichiamo foto di territorio e di prodotti, perché raccontiamo il modello, non il singolo».

Contro il global warming

Questo modello si specchia in un’identità agricola complessa, con vigne frammentate e dislocate tra i 350 e i 1.000 metri di quota. Quello che un tempo era un incubo logistico, oggi – con il surriscaldamento globale e la siccità estrema che morde l’isola – è diventato una benedizione agronomica.

Le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte preservano l’acidità e la freschezza di Grillo e Catarratto. La sperimentazione si dedica al Perricone, vitigno antico e resistente allo stress idrico, e all’impianto ad alberello di Mascalese e Nocera a quasi mille metri a Portella della Ginestra.

Lì, dove il 1° maggio 1947 la banda del bandito Salvatore Giuliano sparò sui contadini che chiedevano la terra, nasce oggi uno dei vini più identitari della cantina, il Cru Pietre a Purtedda da Ginestra.

Il cerchio, infine, si chiude all’estero (Usa, Regno Unito ed Estremo Oriente), dove la parola “antimafia” non sposta un solo dollaro e conta solo la verità del calice: «Quando incontri interlocutori importanti – continua l’enologo – che hanno in catalogo i miti dell’enologia mondiale e vedi che vengono a cercare Centopassi ignorandone la storia, capisci che la strada scelta è quella giusta».

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 Francesca Ciancio

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