«Siamo in una fase storica in cui vi è l’alto rischio che i giovani perdano i sogni», dice Antonio Patuelli. Secondo il presidente dell’Associazione bancaria italiana, ospite al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, le proteste di piazza «non sono soltanto una questione di ordine pubblico». Certo, «ci sono dei violenti che girano di città in città e si ritrovano con appuntamenti tramite social media» ma la ferita è più profonda.
Presidente, perché i sogni dei ragazzi sono a rischio?
«Prima di tutto perché la dinamica dei social è una dinamica distruttiva. Ma anche perché la dialettica in Europa e in vari Paesi non ha l’obiettivo di una nuova prospettiva».
E poi c’è il tema di chi se ne va.
«Fino a qualche anno fa l’emigrazione italiana era prevalentemente di camerieri. Ora è diventata di alta cultura. Le ragazze e i ragazzi più capaci, se non hanno soddisfazione, cercano concorsi all’estero e spesso li vincono. Scoprono così che un giovane medico italiano che va a lavorare in Belgio prende uno stipendio che va dal quadruplo al quintuplo di quello che prenderebbe in Italia. E quindi è difficile che poi torni. Il problema italiano è fornire ai giovani chance di vita professionale, culturale, umana, civile e sociale, con speranze proporzionate alle proprie capacità».
Elsa Fornero, in un’intervista a La Stampa, ha detto che serve subito un piano per i giovani. Che cosa dovrebbe contenere?
«Un piano è sempre utile, ma secondo me non basta. Guardate, lo Stato ha un avanzo primario, cioè un saldo positivo tra entrate e uscite. Poi la situazione diventa drammatica perché deve pagare il debito pubblico. La discussione è passata tutta ai parametri, il debito rispetto al prodotto interno lordo. Io invece faccio il conto dei numeri: non guardo solo il debito percentuale, guardo il debito in cifra assoluta, perché il debito si deve pagare, e si paga in cifra assoluta. L’Italia dal 1967 ininterrottamente, senza anni di grazia, ha visto aumentare l’importo totale del debito pubblico, e di conseguenza aumentano gli oneri. Noi italiani siamo schiacciati dagli oneri del debito».
Le Borse hanno vissuto giornate di tensione, anche per il debito francese. Quanto è preoccupante la situazione?
«In Francia i tassi sui titoli di Stato a dieci anni hanno superato il 5 per cento, l’Italia va a ruota con il 4,6, gli Stati Uniti, che sono la cassaforte del mondo, sono al 4,9. Quindi tutto sommato non siamo nel vortice peggiore. Però le banche hanno regole ferree: se i titoli non sono immobilizzati ma sono nel portafoglio di negoziazione, hanno grosse minusvalenze, di fronte alle quali devono fare accantonamenti patrimoniali ulteriori. Noi siamo la cartina di tornasole più sensibile dell’economia. Non bisogna pensare che le banche siano il corno della fortuna, che qualsiasi cosa succeda producano quattrini. Io non dimentico le undici crisi bancarie che ci sono state in Italia dal novembre del 2015».
Siete stati di nuovo chiamati in causa per le coperture della manovra. La risposta è sempre “abbiamo già dato”?
«No, il contributo che stiamo dando non è mica finito. La questione è che quando uno dice “tassiamo le banche” significa “tassiamo i risparmiatori che hanno comprato le azioni delle banche”. La tassazione ricade sui soci azionisti. Le banche non sono enti pubblici, sono imprese, con l’azionariato più diverso possibile. Abbiamo il 24% fisso di imposte, più l’addizionale regionale, le addizionali Ires da molti anni e l’Irap, poco costituzionale, perché prescinde dall’utile. Poi l’azionista paga la ritenuta del 26 per cento. Arriviamo a circa il 60% di pressione fiscale. Non mi sembra una percentuale che invogli a investire il risparmio nelle banche in Italia. Li spinge ad andare a investire altrove».
Imprese competitive, famiglie che risparmiano, banche solide. Eppure l’Italia non cresce. Perché?
«Prima vorrei fare un esempio. La Popolare di Bari è stata salvata dalle banche concorrenti con un miliardo e cento, e poi è finita miracolosamente allo Stato. Adesso lo Stato ha deciso di venderla. Ma i quattrini della vendita a chi vanno? Allo Stato. Nei contributi che diamo allo Stato bisogna sommare anche quelli. Quanto alla crescita: l’Italia non cresce perché ha 3.100 miliardi di debito pubblico. Indebitarsi anno dopo anno per oltre cinquant’anni non è una terapia. E lo paghiamo già ora, in mancanza di sviluppo e in minori garanzie sociali».
I tassi della Bce sono al livello giusto?
«Rispetto moltissimo l’indipendenza delle banche centrali. La Bce ha oggi un tasso del 2,50%, poco più della metà della Federal Reserve. Abbiamo sentito Trump dire al presidente della Fed: “Appena ti sostituisco faccio calare i tassi”. Lo ha sostituito e i tassi americani sono cresciuti dello 0,25 invece di calare. Il problema non è il tasso della Bce. È il mercato che fa i prezzi».
L’intelligenza artificiale cambierà anche le banche. Che cosa succederà ai lavoratori?
«Non si tratta di intelligenza, parola che fa riferimento agli esseri umani: si tratta di macchine. Tutte le rivoluzioni industriali hanno portato cambiamenti, ma non una disoccupazione galoppante: hanno portato riqualificazioni del lavoro. Bisogna studiare di più di una volta, ma c’è una riconversione in atto».
La discussione
Il richiamo di Letta: “L’Europa ha le potenzialità per competere con Usa e Cina, ora le liberi”
Intanto, gli sportelli chiudono, e nei piccoli comuni la filiale resta un presidio.
«Il problema è nel Paese: molte zone collinari e montane sono spopolate. La Zes nel Mezzogiorno ha prodotto grandi risultati. Io invoco la stessa normativa per i comuni spopolati dell’Appennino centro-settentrionale e delle Alpi. È un’urgenza assoluta. E non è vero che calano solo gli sportelli: crescono gli uffici finanziari, molto simili salvo che non hanno la cassa».
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