Vent’anni dopo Confessions on a Dance Floor, Madonna torna con Confessions II, il suo quindicesimo album in studio. A sessantasette anni torna sulla pista da ballo da cui era ripartita nel 2005. Torna a esibirsi, a cantare di libertà, trasformazione e desiderio. Torna a immaginare quello spazio, ereditato dalla club culture, come un luogo di incontro, di sperimentazione e creazione di sé. E torna, come sempre ha fatto, a dividere.
Se vent’anni fa quella capacità di provocare e inventare continuamente la propria immagine era letta come emancipazione, oggi suscita più fastidio e imbarazzo. Troppo rifatta. Troppo artificiale. Troppo vecchia per vestirsi e comportarsi così. Queste le critiche più leggere.
Premesso che si tratta di riflessioni legittime, il dubbio però è che stiamo guardando il fenomeno dalla prospettiva sbagliata. Madonna non è interessante per come invecchia. Madonna è interessante perché è una delle prime grandi celebrità globali costrette a invecchiare davanti a un archivio permanente della propria giovinezza.
Per gran parte della storia umana le persone sono invecchiate e basta. Esistevano fotografie e ricordi, ma il passato non conviveva continuamente con il presente. Oggi sì. La cultura digitale ha modificato il rapporto tra identità e tempo. Le nostre età non si succedono più. Si accumulano. Quando Madonna esordisce nei primi anni Ottanta, la comunicazione è già potente, ma ancora lineare: televisione, giornali, MTV. Decenni dopo arrivano Google, YouTube, Instagram e TikTok. A quel punto, ogni nuova immagine viene confrontata con tutte quelle precedenti. La Madonna di oggi non viene giudicata rispetto alle donne della sua età, ma rispetto alla Madonna del 1984, del 1990, del 1998 o del 2005.
Certo, anche le grandi dive del Novecento convivevano con le immagini della loro giovinezza. I vecchi film restavano, idem le fotografie ele copertine dei giornali. Ma il confronto era diverso, perché per vedere Sofia Loren o Elizabeth Taylor di trent’anni prima bisognava andarle a cercare. Oggi il passato non viene consultato. Oggi il passato coesiste con il presente.
È una condizione che riguarda tutti noi. I social hanno trasformato ciascuno in un piccolo archivio biografico e fotografico permanente. Le fotografie, i video, non scompaiono. Restano. Rendono visibile il tempo trascorso e rendono più difficile accettare che il corpo, il viso, la nostra identità cambino.

Madonna presenta però una particolarità. A differenza di molte celebrità, non ha mai costruito la propria immagine sull’autenticità. Ha costruito la propria opera attraverso una successione di personaggi. La sposa di Like a Virgin, la Marilyn Monroe di Material Girl, la donna cattolica e peccatrice di Like a Prayer, la dominatrice di Erotica, la mistica di Ray of Light. I suoi non sono mai stati semplici cambi di look. Sono modi diversi di abitare immagini già presenti nell’immaginario collettivo. Madonna non le ha create: le ha ereditate dalla cultura occidentale. Ma invece di limitarsi a riprodurle, le ha attraversate cercando di capire che cosa accade quando una donna le veste dall’interno, secondo i propri desideri e non secondo quelli per cui erano state originariamente costruite. Le ha ridiscusse, e questo inevitabilmente, inquieta.
In questo senso Madonna assomiglia più a un’artista della Pop Art che a una cantante tradizionale. Come Warhol prendeva immagini esistenti e ne modificava il significato, così Madonna ha preso figure femminili già codificate dalla cultura occidentale e le ha rimesse in circolazione. La sua vera materia artistica non è mai stata soltanto la musica. La vera materia artistica di Madonna è stata sempre l’identità.
Per questo la sua fase più recente è culturalmente interessante anche quando appare contraddittoria, o addirittura imbarazzante. Molti sostengono che il suo corpo di oggi, sempre più filtrato e virtualizzato, rappresenti l’incapacità di accettare l’invecchiamento. È una critica che non può essere liquidata ed esiste una riflessione femminista importante e legittima che vede nella pressione a restare desiderabili, una forma di subordinazione culturale all’immaginario maschile e consumistico.
Ma esiste anche un’altra domanda che ha altrettanto valore e legittimità e che vale la pena esplorare se non si vuole liquidare la questione a semplice chiacchiera: chi decide quale sia il modo corretto di invecchiare? Chi stabilisce che la maturità debba coincidere con discrezione, rinuncia all’esposizione e progressiva invisibilità? Chi decide qual è il modo elegante di esporsi per una donna di quasi settant’anni? Il punto non è stabilire se Madonna abbia ragione. Il punto è capire perché il suo corpo continui a generare un conflitto, attrito e fastidio così intensi.
Forse perché rende visibili due idee diverse di libertà: la prima sostiene che essere liberi significhi non dover più inseguire la desiderabilità; la seconda che essere liberi significhi poter continuare a essere desiderabili (se lo si desidera). Madonna non risolve questa tensione. La mette in scena.
Anche il suo rapporto con il mondo queer (che ha sempre sostenuto) va letto in questa direzione e prospettiva. Fin dagli anni Ottanta la sua opera ha attraversato corpi e identità che sfuggivano alle classificazioni tradizionali. Non perché anticipasse una teoria e temi che oggi ci appaiono scontati, ma perché il suo lavoro è sempre stato una riflessione politica sul corpo e sulla possibilità di diventare altro.

Potrebbe essere proprio questo il punto. Noi continuiamo a pensare che esista una versione autentica di noi stessi da conservare nel tempo. Anzi, l’obbligo a essere “se stessi” quasi ci perseguita come un mantra. Come una forma di controllo subliminale che ci vuole controllabili perché riconoscibili sempre. Madonna invece ha sempre destabilizzato dicendo il contrario: che l’identità è qualcosa di fluido, che si costruisce, si modifica e si riscrive continuamente. Non ha mai detto io sono questa, ma piuttosto, adesso, io sono questa. Domani chi lo sa. È una visione che può piacere o disturbare. Ma sicuramente irrita e destabilizza, come ogni forma di libertà radicale che forse solo gli artisti possono permettersi. E spiega anche perché il suo corpo continui a essere discusso in modo politico. Molto più della sua musica.
Quando guardiamo, critichiamo Madonna, guardiamo e critichiamo anche noi stessi. Non stiamo osservando soltanto una celebrità che invecchia. Stiamo osservando uno dei primi grandi esperimenti di invecchiamento nell’epoca dell’archivio digitale permanente. Un processo che presto o tardi riguarderà i più fortunati tra noi.
Al di là di ogni polemica, attacco e giudizio, con la libertà che spetta ad ogni gusto e opinione, forse alla fine bisognerebbe ammettere questo, che Madonna, oggi come quarant’anni fa, continua semplicemente a fare ciò che ha sempre fatto: ricreare se stessa. E allora la domanda finale più giusta non è perché continui a comportarsi così, ma perché continuiamo noi, ad aspettarci che smetta.
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Francesco Dell’Acqua
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