Materie prime critiche, il Fondo nazionale del Made in Italy entra nella fase operativa
Il Fondo Nazionale del Made in Italy (FNMI) entra nella fase operativa. Con l’affidamento a Invimit della gestione del Fondo Real Asset e al Fondo Italiano d’Investimento di quella del Fondo Imprese, il Governo mette in campo uno strumento di politica industriale destinato a sostenere la crescita delle imprese e a rafforzare le filiere strategiche del Paese.
La dotazione iniziale è pari a 900 milioni di euro, di cui 300 milioni destinati al Fondo Real Asset e 600 milioni al Fondo Imprese, cui si aggiungeranno le risorse apportate dagli investitori privati. L’obiettivo dichiarato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, è mobilitare nuovi investimenti, rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento, ridurre le dipendenze dall’estero e consolidare la sovranità industriale dell’Italia.
L’avvio operativo del Fondo rappresenta una novità rilevante per la politica industriale italiana. Ma apre anche una serie di interrogativi. In una competizione globale sempre più accesa per il controllo delle materie prime critiche, la disponibilità di risorse finanziarie è soltanto uno degli elementi necessari. Resta da capire se il Fondo riuscirà davvero a incidere sulle debolezze strutturali del Paese: la forte dipendenza dalle importazioni, la limitata capacità di trasformazione industriale e la difficoltà di sviluppare filiere complete in tempi compatibili con la corsa internazionale all’intelligenza artificiale (AI) e alle tecnologie della transizione energetica.
Senza materie prime critiche non c’è intelligenza artificiale
Litio, cobalto, nichel, terre rare, grafite e silicio non sono semplici materie prime. Sono le risorse che rendono possibile la transizione digitale ed energetica. Senza di esse non esistono batterie per lo storage elettrico, magneti permanenti per la robotica, semiconduttori per i data center e l’AI, né sensori per l’Internet of Things.
L’Unione europea lo ha ribadito con il Critical Raw Materials Act (Regolamento UE 2024/1252), distinguendo tra materie prime “critiche”, fondamentali per l’economia ma caratterizzate da un elevato rischio di approvvigionamento, e materie prime “strategiche”, indispensabili per la doppia transizione verde e digitale.
Il Fondo Imprese investirà nelle aziende attive lungo l’intera catena del valore delle materie prime critiche, dall’approvvigionamento al riciclo. Il Fondo Real Asset sosterrà invece infrastrutture e asset industriali funzionali allo sviluppo delle filiere strategiche, come poli logistici, impianti di riciclo e altre infrastrutture produttive.
La mappa della dipendenza: 77 mila imprese coinvolte
La dimensione del problema è fotografata da un recente rapporto dell’Area Studi Mediobanca. In Italia circa 77 mila imprese dipendono in misura significativa dalle materie prime critiche. Generano 490 miliardi di euro di fatturato, pari a circa il 58% dell’intera manifattura nazionale.
L’Italia importa ogni anno materie prime critiche per circa 21,2 miliardi di euro, delle quali 11,3 miliardi alimentano direttamente le filiere produttive. È una dipendenza che riguarda non soltanto l’energia, ma anche batterie, componentistica elettronica, robotica, automotive, aerospazio, data center e infrastrutture di telecomunicazione.
A rendere ancora più fragile il sistema è la struttura del tessuto industriale: soltanto il 2,8% delle imprese coinvolte supera i 50 milioni di euro di fatturato. Una frammentazione che rende più difficile sostenere investimenti di lungo periodo e affrontare una competizione internazionale sempre più concentrata.
Secondo uno studio realizzato da ANIE Confindustria, oltre 60 miliardi di euro di produzione industriale italiana dipendono da risorse importate da Paesi terzi, spesso concentrati in aree geopoliticamente instabili.
Sul fronte dell’offerta, la geografia delle materie prime resta fortemente polarizzata. La Cina domina la raffinazione delle terre rare e di numerosi minerali strategici; Cile e Australia guidano la produzione di litio; Sudafrica e Russia sono tra i principali attori per platino e nichel.
Per questo Bruxelles punta, entro il 2030, a ridurre la dipendenza da un singolo Paese fornitore sotto il 65%, aumentare l’estrazione interna al 10%, portare la capacità di trasformazione europea al 40% e il riciclo al 15%. Obiettivi ambiziosi che richiederanno investimenti ben superiori a quelli previsti dal solo Fondo italiano.
La vera domanda non è quante materie prime estrarre, ma essere capaci di trasformarle
Il dibattito pubblico tende a concentrarsi sull’apertura di nuove miniere. Ma probabilmente è la domanda sbagliata. L’Italia copre oggi appena l’8% del proprio fabbisogno di materie prime critiche attraverso produzioni interne. Le risorse minerarie esistono, ma sono limitate e spesso difficili da sfruttare per ragioni economiche, ambientali e autorizzative. Pensare di competere con Paesi come Australia, Cile o Cina sul piano estrattivo appare poco realistico.
La vera questione è un’altra: quale ruolo vuole occupare l’Italia nella futura catena del valore europea? Più che diventare un grande Paese estrattore, potrebbe specializzarsi negli anelli dove possiede già competenze industriali: il riciclo avanzato delle batterie e dei RAEE, la raffinazione di alcuni materiali, la chimica dei materiali, la produzione di componenti per batterie, semiconduttori, robotica e infrastrutture digitali.
In altre parole, come spiega bene Sissi Bellomo in un approfondimento sulla materia pubblicato da Il Sole 24 Ore. la sfida non è semplicemente estrarre più litio, ma trasformare quel litio in batterie, elettronica di potenza, sistemi di accumulo e hardware per l’intelligenza artificiale. È qui che si concentra il maggiore valore aggiunto e dove si gioca la vera partita della competitività industriale.
Dal minerale al chip: la filiera oggi è incompleta
Il vero valore strategico del Fondo non consiste soltanto nel garantire un accesso più sicuro alle materie prime, ma nel contribuire a costruire una filiera industriale integrata. Senza silicio di elevata purezza non esistono semiconduttori; senza terre rare non si producono i magneti permanenti utilizzati nei robot industriali e nelle turbine eoliche; senza litio e cobalto non si realizzano le batterie necessarie alla mobilità elettrica e ai sistemi di continuità dei data center.
In questo senso il Fondo rappresenta il tassello più a monte di una strategia industriale che comprende anche strumenti già attivi del MIMIT, come Investimenti Sostenibili 4.0, la Nuova Sabatini, gli Accordi per l’Innovazione e il Voucher Doppia Transizione.
Ma finanziare l’inizio della filiera non garantisce automaticamente lo sviluppo delle fasi successive. Oggi l’Europa continua infatti a dipendere dall’estero soprattutto per la raffinazione dei materiali, la produzione di componenti elettronici e numerose tecnologie abilitanti. Se questi segmenti continueranno a svilupparsi altrove, il rischio è che l’Italia rimanga soprattutto un mercato di trasformazione e assemblaggio, senza conquistare le attività a maggiore valore aggiunto.
Più che un Fondo, serve una strategia industriale
Il Fondo Nazionale del Made in Italy segna un cambio di passo nella politica industriale italiana e riconosce che le materie prime critiche sono ormai un’infrastruttura strategica al pari dell’energia, dei dati e delle reti digitali. La domanda decisiva, quindi, non è se il Fondo rappresenti una buona iniziativa, ma quale posizione voglia occupare l’Italia nella nuova geografia industriale europea.
Vuole limitarsi a garantire l’approvvigionamento delle proprie imprese oppure ambisce a diventare un protagonista nelle filiere strategiche che alimenteranno l’intelligenza artificiale, i data center, la robotica e la manifattura avanzata? La risposta dipenderà dalla capacità di trasformare questo Fondo in una strategia industriale coerente, capace di collegare politica industriale, ricerca, innovazione, semplificazione amministrativa e investimenti privati.
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Flavio Fabbri
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